La riedificazione di Lipari dopo la “ruina”

L'attenzione dell'imperatore e del Papa

  

L'imperatore Carlo V e il Papa Paolo III

La “ruina” di Lipari, abbiamo detto, colpì notevolmente la mente, il cuore, la fantasia della cristianità di allora e Carlo V ed il Papa Paolo III fecero a gara per cercare di riedificare Lipari e di ripopolarla. Carlo V  era stato sensibilizzato sulla situazione anche da una lettera, come abbiamo visto, del marchese di Terranova dell’8 settembre 1544 che temeva che un’isola strategicamente così importante, sia per il regno di Napoli che per il regno di Sicilia, se fosse rimasta disabitata avrebbe rappresentato una “gran commodità de’ corsali[1]”. Per questo concesse ai Liparesi ampi privilegi, immunità ed esenzioni. Inviò anche una colonia di tecnici e di maestranze con il compito di restaurare il Castello e di renderlo più forte di prima munendolo di nuovi bastioni e di muraglie inespugnabili e fece demolire le case del Borgo[2]. Il Papa pensò alla riedificazione delle chiese ed il 28 novembre del 1544 non solo elevò il vescovo di Lipari, Ubaldo Ferratino, a Nunzio Apostolico, che era scampato alla deportazione perché viveva a Roma, ma lo investì di ampia autorità compreso quella di concedere indulgenze a coloro che con elargizioni avessero concorso alla riedificazione delle chiese distrutte. Contemporaneamente il Papa ordinava all'Arcivescovo di Messina di obbligare con censure e scomuniche coloro che possedevano volumi, documenti e altri oggetti appartenuti all'Archivio Vescovile di Lipari ed alle Chiese della città, usurpati durante la “ruina”, di restituirli[3].

Paolo III benedice Carlo V

Purtroppo questo “appello” non ebbe grande successo, tanto è vero che il 1544 rimane ancora oggi come il tempo di una grande cesura dopo quella dell’833. Non esistono praticamente documenti di Lipari che parlano delle vicende delle isole prima di quella data. Per il periodo normanno la documentazione è recuperata soprattutto dagli archivi di Palermo, Roma e Patti. Le consuetudini ed i privilegi sono stati ricostituiti dopo la “ruina” attingendo dagli archivi di Palermo e Napoli.  Qualche altro documento è possibile rintracciarlo negli archivi di tutto il mondo. Migliore successo ebbe invece, come vedremo, l'opera di ricostruzione.

Intanto malgrado gli impegni di Carlo V e del papa di riportare le Eolie alla normalità, queste erano fatto spesso oggetto delle mire dei pirati saraceni. La fama infatti del sacco del Barbarossa aveva attirato l'attenzione di emuli. Si distinse fra gli altri il corsaro Dragut che era stato uno dei luogotenenti del Barbarossa e che alle nostre isole  doveva essersi, in qualche modo affezionato. Varie volte Dragut operò nelle Eolie tanto che un quartiere di Panarea è rimasto intestato a suo nome.

 

L'autodifesa dei Liparesi

 

Dobbiamo dire che nel corso degli anni i liparesi andarono facendosi per mare più abili e agguerriti tanto da non avere più paura dei pirati ma anzi prendendo ad affrontarli direttamente.

“Il nome di Lipari – commenta Zagami – tornò , come nei tempi antichi, ad essere temuto sul mare e ben presto i Turchi cominciarono ad astenersi dall'avvicinarsi alle isole Eolie ed a farsi vedere nel mare del Tirreno”[4].

  

A sinistra don Giovanni d'Austria e a destra una scena della battaglia di Lepanto

Comunque anche l'epoca dei pirati barbareschi volgeva al termine. Nel 1565, nel tentativo di occupare Malta, Dragut trovò la morte. Ancora qualche anno e il 7 ottobre 1571 una grande armata navale organizzata da Stati cristiani  al comando di don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V, si scontrava nel golfo di Lepanto con l'armata navale turca e dopo un'aspra battaglia riportò la vittoria che doveva distruggere per sempre la potenza marinara ottomana.

 



[1] Archivo Generale de Simancas, op. cit., legajo 1116, n.30). Fra l’altro il Terranova che si era recato a Lipari con un ingegnere oltre a suggerire al re di aggregare le Eolie al viceregno di Sicilia (“si fossero state unite a questo [ di Sicilia] Regno, per la vicinità se le haveria possuto fre migliore provisione..”), consiglia di realizzare tutto intorno alla rocca una cinta muraria continua e interrotta ed erigere dal lato mare tre torri di buona fattura, collegate da trincee con casematte correnti da torre a torre.

[2] P.Campis, op.cit.,pag. 306.

[3] P.Campis, op.cit., pag. 307.

[4] L. Zagami, op.cit., pag. 233; P. Campis, op.cit., pag.312.

 

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