La rivolta di Filicudi

Filicudi, un’isola “trascurata”

Abbiamo visto che Filicudi, insieme naturalmente ad Alicudi, è l’isola che quando ha cominciato a svilupparsi il turismo nell’arcipelago è parsa la più trascurata. Non presentavano l’attrazione dei fenomeni vulcanici e non erano su una rotta così battuta come quella che dalla Sicilia tirrenica porta a Napoli.

Spallanzani scrive che nel 1788 l’isola aveva 680 abitanti mentre nel 1861 ne contava 2025 e nel 1901 1530. Al censimento del 1931 gli abitanti erano 1094 ed il 50% viveva in case sparse ed i rimanenti in agglomerati nei centri di Filicudi Pecorini, Rocca di Ciauli e Valle Chiesa. Nel 1971 a questi nuclei bisognava aggiunger quelli di Filicudi Porto e Canale mentre l’emigrazione crescente aveva determinato lungo il terrazzamento di Seccagni e Zucco Grande uno stato pressoché totale di abbandono. Quasi analoghe situazioni si riscontravano nelle località di Valle Chiesa, Rocca di Ciauli e Pecorini.

Il numero di emigranti tra il 1890 e il 1961 è stato di 920 unità. In un primo tempo l’emigrazione era diretta verso l’America ma a partire dal 1912 e soprattutto dopo il secondo dopoguerra si volse verso l’Australia. Ed è proprio a causa dell’emigrazione che  vi è stato l’abbandono delle culture, dove una volta vi erano vigneti che fornivano uve eccellenti. Così se nel passato si producevano 3-4 mila ettolitri di vino, ora, a fine anni 60 non si superavano i 250-300 ettolitri. Così è anche per l’olio per il quale si è passarti dai 1900 quintali del 1930 ai 42,5 di fine anni 60. In regresso anche la produzione del cappero  dai 900-1000 quintali l’anno del 193 ai 100.120 q. di fine anni 60. Trascurabile la produzione di cereali.

Sul finire degli anni 60 ovunque si notavano abitazioni abbandonate e lasciate incustodite. La maggior parte della popolazione viveva delle rimesse dai congiunti emigrati e per il resto si adattava a qualunque mestiere.

Qualche risorsa veniva dalla pesca giacchè la fauna ittica era abbondante e ricca di qualità. Di particolare pregio le aragoste anche se sul finire degli anni 60 la loro pesca manifestava una certa flessione. La maggior parte del pescato veniva esportato.

 

L’isola all’inizio degli anni 70

Prima guida alle Eolie

Alla fine degli anni 60 Filicudi contava solo strade mulattiere che collegavano i vari abitati. Le comunicazioni con le altre isole dell’arcipelago e la Sicilia venivano effettuate con corse trisettimanali da piroscafi della Navisarma e, nel periodo estivo, più frequentemente con motovelieri e barche a motore. Sul finire degli anni 60 fu avviato un servizio di aliscafi che in estate era trisettimanale ma nel resto dell’anno risultava spesso aleatorio.

Quanto al turismo l’organizzazione di Connaisance du Monde avviò all’inizio degli anni 50 molti soci interessati alle pesca subacquea verso Filicudi.  Col tempo sorsero due alberghi, uno a Filicudi Porto ed uno a Filicudi Pecorini, e furono attrezzati circa 50 posti letto in case private. Questa nuova attività influì positivamente sull’economia dell’isola anche se il movimento turistico rimase complessivamente modesto. Anzi nel corso degli anni 60 si era registrata una sensibile flessione rispetto ai livelli raggiunti nella seconda metà del decennio precedente[1].

Questa era la condizione di Filicudi quando il 26 maggio del 1971 si verificò quella che fu chiamata “la rivolta di Filicudi”[2] contro la decisione di confinare nell’isola dei presunti mafiosi.

 

Quel 26 maggio 1971

La mattina del 26 maggio è convocato a Filicudi il Consiglio comunale proprio per discutere di questo problema. All’alba sbarcano a Pecorini con una speciale corsa di aliscafo il Sindaco  e diciotto dei trenta Consiglieri. La riunione si tiene nella stanzetta a pino terra dell’albergo Sirena.

Il Sindaco spiega come è nata la vicenda e come l’amministrazione è impegnata a far rientrare il provvedimento. Il Consiglio non dura molto perché non c’è molto da dire e così alle 9,30 il Sindaco ed una parte dei consiglieri riprendono l’aliscafo e tornano a Lipari.

Rimangono sull’isola alcuni consiglieri che temono che la situazione precipiti da un momento all’altro. Intanto alle 10 con un altro aliscafo arrivano da Lipari tanti altri cittadini venuti a dare una mano a chi era già sul posto. Altra gente arriva da Salina e dalle isole più lontane con barche da pesca.

Vitale arriva a Filicudiper discutere con la popolazione.

Che quello sia il giorno fatidico lo si vede subito dopo quando sbarcano a Filicudi porto cinquanta poliziotti in assetto antisommossa con caschi, fucili, manganelli, lacrimogeni. Nessuno si oppone, ma tutta l’isola si mette in allarme ed infatti poco dopo sbarcano anche una quindicina di “presunti mafiosi”. Le campane della chiesa di Santo Stefano suonano a distesa. I filicudesi e la gente venuta da Lipari si avviano correndo lungo i pendii rocciosi verso il Porto. La truppa e i “mafiosi” si sono radunati sotto il tetto incompleto dell’albergo in costruzione mentre la gente si raccoglie vicino alla stradella che conduce a Canale e comincia a rumoreggiare scandendo con le parole il proprio dissenso.

Ironia strana – commenta l’articolista anonimo del Notiziario – ; questo grosso complesso turistico che dovrebbe avviare Filicudi ad un migliore avvenire viene costruito con il contributo dello Stato – mutuo agevolato della Cassa per il Mezzogiorno – e i primi gratuiti ospiti sono dei ‘presunti mafiosi’. Gentile pensiero e significativa premessa per le fortune turistiche dell’albergo dell’isola[3].”

 

L’ordine di “caricare”

 

E’ a questo punto che dalla parte della truppa arriva l’ordine ai militari di assestarsi pronti alla carica contro la folla. Caricare chi e perchè? La gente inerme che protesta solo con la propria voce? Per evitare il possibile scontro fisico la gente comincia a creare con tavole, sedie, masserizie e quant’altro una barricata quasi simbolica. Improvvisamente gli animi si placano e si perviene ad una tacita tregua. I funzionari invitano il proprietario di un piccolo ristorante vicino al porto ad aprire il locale e lì si asserragliano le truppe e i mafiosi.

La manifestazione di Lipari in appoggio ai filicudari.

Così gli uni nella piccola sala del ristorante gli altri al di là della barricata passano due giorni e due notti con la protesta tenuta sotto controllo ed anche con alcuni momenti in cui si fraternizza offrendo ai militari i viveri che erano giunti da Lipari in grande abbondanza. Le notti erano lunghe da far passare con i fuochi accesi, le ombre vaganti come fantasmi, la gente addormentata ai margini della strada.

I contatti col Sindaco erano tenuti attraverso l’unico telefono che si trovava a Canale. In alto sopra il Porto.

Arriva così l’alba del 28 maggio. Verso le 8 e mezza si ferma in rada una nave bianca  zeppa di militari e poco dopo arriva un traghetto con altra truppa e tanti mezzi da sbarco, idranti, camions. I camions? Ma dove devono andare se a Filicudi non ci sono strade? E poi contro chi devono combatte?

 

Abbandonare Filicudi!

Gli abitanti di Filicudi decidono di abbandonare l'isola come forma di protesta.

Era chiaro. Chi aveva ordinato quella operazione non conosceva Filicudi, mancava di buonsenso e non aveva il senso del ridicolo. Se si voleva usare la forza non bastavano i carabinieri di Filicudi?

Di fronte a tanta stupida arroganza non rimaneva che una cosa da fare: abbandonare tutti Filicudi. E fu la decisione che venne presa con dignità, orgoglio e coraggio. I filicudesi raccolgono pochi indumenti, sprangano le porte delle loro case e si imbarcano sui mezzi che erano in porto alla volta di Lipari e tutto questo sotto gli sguardi attoniti e stupefatti dei funzionari, dei militari e dei “presunti mafiosi”.

E quando i filicudesi giungono a Lipari si scatena una gara di solidarietà ad accoglierli, rifocillarli, assisterli.

Lo stesso giorno la notizia della protesta pacifica e coraggiosa di tutti gli abitanti di un’isola si diffuse in tutto il mondo ed il Governo non poté fare altro che revocare il provvedimento. Lo confermò in una riunione a Palermo il Presidente del Consiglio Emilio Colombo ricevendo il Sindaco Vitale e una delegazione del comitato Pro Filicudi.

 

Il libro di Giuseppe La Greca

 

Nel 2011 Giuseppe La Greca ha pubblicato per le edizioni del Centro Studi Eoliano  il libro “Le giornate di Filicudi. 26 maggio 1971, la prima rivolta contro la mafia in Sicilia” con una prefazione di Pietro Grasso allora Procuratore Nazionale Antimafia. La ricerca si caratterizza per un inquadramento generale nel fenomeno mafioso ricollegandosi all’omicidio Scaglione ed all’uccisione nel 1971 di Walter Tobagi e considerando il confino – non solo alle Eolie ma anche in altre isole come Linosa, Pantelleria, le Egadi – e la sua validità di strumento per combattere questo fenomeno. Gli eventi vengono raccontati attraverso i servizi dei quotidiani che allora si occuparono della vicenda e soprattutto il Corriere della sera, il Messaggero, il Giorno, la Stampa, l’Unità. la Gazzetta del sud ed anche stranieri come lo spagnolo ABC, la rivista Life  il settimanale Panorama, vari servizi radiofonici e televisivi (in particolare quello di TV7 diretta all’epoca da Emilio Fede). Oltre naturalmente alle testimonianze dell’epoca – in particolare Renato de Pasquale e il Notiziario delle Isole Eolie – e quelli di testimoni che hanno rievocato l’evento.

La ricerca di La Greca si conclude con un capitolo dedicato ai mafiosi inviati a Filicudi. Con la consapevolezza della storia che abbiamo vissuto possiamo dire, che diversi di loro, sono stati fra i protagonisti dell’azione mafiosa degli anni che sono seguiti come, ad esempio, Gaetano Badalamenti.

 



[1] Per questa parte storico-geografica ho fatto riferimento a C.Cavallaro, L’isola di Filicudi, in “Universo”, anno XLVII, n. 6 novembre-dicembre 1967.

[2] Sulla rivolta di Filicudi: La rivolta di Filicudi, in “Il Notiziario delle Isole Eolie”, maggio 1971.; R. De Pasquale, Il mio tempo, op. cit., pp. 106-114.

[3]La rivolta di Filicudi, in “Il Notiziario delle Isole Eolie”, maggio 1971.

 

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