La rivoluzione raggiunge Lipari

Lipari ed i liparesi di fronte alla spedizione

Una immagine della battaglia di Milazzo

Fra i volontari che combatterono a Milazzo vi erano anche alcuni eoliani. Innanzitutto Giovanni Canale, l’animatore della cellula rivoluzionaria di Lipari, che si buscò due ferite e fu promosso maggiore da Garibaldi sul campo e lo stesso Garibaldi lo nominò governatore provvisorio delle isole Eolie mettendo ai suoi ordini un gruppo di garibaldini per sostenerlo nella liberazione di Lipari. Oltre al Canale altri volontari furono Domenico Pirejra classe 1831, Nicola Cappadona che all’epoca dei fatti aveva 19 anni e Giuseppe Palamara che di anni ne aveva 21 ed era studente in chimica all’Università di Messina. Sicuramente il Palamara, ma probabilmente anche gli altri, una volta avvenuta la capitolazione dei borbonici, tornarono a Lipari con il Canali per procedere alla liberazione delle isole ed alla costituzione della nuova amministrazione.

Ma andiamo per ordine e facciamo un passo indietro. Quando nel mese di aprile corre la notizia in ogni parte della Sicilia che Palermo è insorta e poi anche Messina  e le altre città, anche a Lipari ci furono tensioni ed in qualche modo manifestazioni di cambiamento anche forti e violente. Anzi il 17 marzo, prima quindi che avvenisse l’occupazione della Gancia, vi era stata una manifestazione di liberali liparesi che avevano esposto nella Marina di San Giovanni ribattezzata Piazza del Commercio, il tricolore, fissandolo al braccio della statua di S.Bartolomeo[1].

Ma a Lipari vi era una situazione particolare. Da una parte vi erano i carcerati della colonia coatta fra cui diversi politici che speravano in un cambiamento che potesse farli tornare liberi e dall’altra una forte guarnigione militare. Ed è forse proprio per la preoccupazione di questo contingente militare che gli atti di insofferenza assunsero una fisionomia non solo violenta ma anche delittuosa attirandosi l’accusa, da parte, dei borghesi e dei benestanti locali, di brigantaggio. E questi briganti, da qualche anno, si erano manifestati nell’area di Quattropani facendosi sempre più arditi e intraprendenti. Si trattava, si diceva, di caprai ignoranti e analfabeti che avevano dato vita ad una sorta di potere illegale facendo taglieggiamenti, grassazioni, minacce e, di tanto in tanto, anche qualche omicidio. Appartenevano quasi tutti alla banda dei Cannistrà, meglio conosciuta come la banda dei Marii. Si trattava di sei o sette famiglie dove ricorreva frequentemente, almeno nella generazione più giovane che si avvicinava ai vent’anni o li aveva da poco superati, il nome di Mario. C’era Mario Cannistrà figlio di Andrea che era del 1834, Mario Cannistrà figlio di Giuseppe nato nel 1841, Mario Cannistrà di Giovanni nato nel 1841, Mario Cannistrà di Bartolo nato nel 1847, Antonino Cannistrà, Mario Vanni  Cannistrà e altri. Il capo sembrava essere Mario Vanni che aveva sposato Grazia Rijitano e si distingueva per il suo fisico possente e il suo abbigliamento  rustico e stravagante. Infatti andava in giro con un giaccone  e cosciali di pelle di pecora che insieme alla barba incolta ed i capelli lunghissimi che fuoriuscivano da un berrettone di lana grezza che calzava costantemente conferivano alla sua figura un che di selvaggio. Eppure contrariamente a quanto si diceva, Mario Vanni non solo sapeva leggere e scrivere, come altri membri del gruppo, ma teneva in casa molti libri dai quali attingeva  quelle idee di giustizia e di libertà che professava e per le quali godevano di considerazione e di rispetto fra i contadini della contrada e delle campagne vicine dove era diventato famoso assieme agli altri del suo gruppo[2]. Comunque i Marii non erano i soli nell’isola ad avere fama di essere irrequieti e violenti. Anche in città si mormorava di appartenenti alle casate dei Cappadona[3] e dei Ventrici[4] che avessero la lingua e anche la mano e qualche volta il coltello facile. Fatto sta che il 1858 ed 1860 si erano registrati a Lipari ben sei “morti violente” un fatto certamente tutt’altro che usuale per una comunità solitamente tranquilla.

Contadini delle contrade

Era sindaco di Lipari in quel tempo don Giuseppe Policastro[5], un trentaseienne avvocato colto e facoltoso che cercò di barcamenarsi in una situazione sempre più difficile e poi nel 1860, nell’isolamento più completo, senza notizie di quello che avveniva all’esterno, solo voci confuse. Soprattutto dette la caccia ai Marii e probabilmente a Vanni Mario che era latitante.

In quei mesi di forti speranze e preoccupazioni l’attenzione dei liparesi fu attratta dal forte fulmine che alle sette della sera del 19 febbraio 1859 si abbatté sul timpano della Cattedrale facendolo rovinare e provocando diverse crepe nella volta. Subito la gente vide in questo evento un presagio negativo magari anche politico data l’incertezza dei tempi. Comunque il vescovo mons. Ideo[6] non frappose tempo in mezzo e fece arrivare da Napoli, in poco tempo, le pietre per la riparazione grazie anche alla somma inviatagli, in tutta fretta, da Ferdinando II per riparare il frontone[7] e magari…per nascondere il presagio.

 

Le difficoltà del sindaco Policastro

 

Comunque, dal punto di vista ufficiale, tutto procede come al solito in municipio ed al vescovato fino all’aprile del 1960. Nell’ottobre e nel novembre del 1859 si celebrano con rito religioso in Cattedrale le ultime due ricorrenze  dei Borboni: l’onomastico di Francesco II e la commemorazione per il sesto mese dalla morte di Federico II. Ed in Comune ancora nelle sedute consiliari del 1960 si discute normalmente dei problemi dei collegamenti marittimi e dei prezzi annonari. Sui collegamenti marittimi il 13 febbraio si avanzò richiesta al governo di fare eseguire al vapore della tratta Lipari- Messina altre due  corse passando così a quattro la settimana.[8]

I prezzi annonari creavano molti malumori. Quelli della carne produssero addirittura una serrata da parte dei macellai ed il malumore crebbe fra la popolazione. Nella seduta dell’1 aprile, l’ultima presieduta da Policastro, si discute proprio di questo malcontento che  circola nel paese sia per i prezzi sia per la penuria di merci nei negozi e che si indirizza in particolare nei confronti del sindaco tanto che Policastro nella stessa seduta ritiene di doversi “discaricare per la responsabilità … dopo aver fatto noto al Colleggio lo stato di deficienza in cui attualmente trovasi il paese”.

Che la rivoluzione fosse ormai vicino i liparesi lo intuiscono il 10 luglio quando si sparge la voce che il Duca di Calabria, il vapore proveniente da Messina e diretto a Napoli, proprio nei pressi di Lipari era stato catturato da una corvetta della Marina Dittatoriale Siciliana e dirottato a Palermo.

Quando si ha notizia che Garibaldi ha conquistato Palermo buona parte dei sindaci siciliani spariscono o erano fuggiti o, chi non aveva fatto in tempo, era stato soppresso[9]. Il Policastro se ne va a Salina nelle sue terre sia per sfuggire alle proteste annonarie ed al malcontento dei cittadini in genere, sia temendo una vendetta da parte dei Marii. E dal 13 luglio non compare più la sua firma nei registri del Comune. Non potendo fare conto sulla pubblica amministrazione il governo della Sicilia scrive ai vescovi chiedendo la loro collaborazione e quella del clero “acciocché con la predicazione s’insinui negli animi de’cittadini d’abbracciar questa misura [quella della leva dell’esercito] non come una gravezza, ma come un sacro dovere, gloria vera e degna d’un popolo che vuole conservare la sua libertà[10]”.

 

Giovanni Casale governatore di Lipari

 

Quando il 25 luglio Garibaldi, dopo la vittoria di Milazzo, parte per Messina chiama a se il maggiore Giovanni Canale e gli dà disposizioni per l’occupazione di Lipari e delle Eolie. Il contingente militare che era di guardia ai coatti non avrebbe opposto resistenza, se qualche preoccupazione ci poteva essere riguardava la Regia Marina che sorvegliava l’intera area dello Stretto, ma visto che la capitolazione era stata firmata dal colonnello Anzani dello stato maggiore borbonico, anche questa eventualità appariva improbabile. Quindi il Canale  prendesse il gruppetto di liparesi che avevano combattuto a Milazzo ed un altro gruppetto della guarnigione locale e andasse a Lipari assumendo le funzioni di governatore provvisorio delle Eolie e lo comunicasse a tutte le autorità.

E così avviene . Tra il 26 ed il 28 il maggiore Giovanni Canale parte per il Lipari con il suo gruppetto, indossando la camicia rossa, un poncho grigio- marrone,  un berretto di velluto scuro ricamato. La prima visita sarà per il vescovo Ideo, quindi si recò al municipio sul Timparozzo dove incontrò quelli dei decurioni che non si erano nascosti, i gentiluomini del paese, gli ufficiali borbonici del Castello. Ad essi Canale comunicò la decadenza del Sindaco e del decurionato borbonico, lo scioglimento del corpo delle guardie municipali con il passaggio dell’incarico di pubblica sicurezza alla guardia nazionale e mostrò la sua nomina a Governatore e Presidente del Municipio, firmata da Garibaldi. Dichiarò che riceveva ordini solo dal Governatore della Provincia. Emanò alcune urgenti ordinanze di polizia compreso quella che aboliva la pena del bastone nei confronti dei relegati coatti e infine firmò il primo atto anagrafico, una registrazione di nascita. Era il 29 luglio 1960.

Il Canali annunciò che presto vi sarebbero state le elezioni per il nuovo Consiglio comunale che sarebbe stato presieduto da un Presidente del Consiglio e il Consiglio avrebbe eletto il Magistrato Giuratorio che doveva comprendere il Predente del municipio e due giurati. Il Consiglio comunale sarebbe stato eletto da elettori che sapessero leggere e scrivere e fossero iscritti ai ruoli dei contribuenti con un certo censo: una settantina o poco più[11] . I comizi furono indetti per i primi giorni di agosto. Furono eletti quarantesi consiglieri di cui sette canonici ed un sacerdote, cinque erano i confermati rispetto alla precedente assise, il più anziano e quindi presidente provvisorio era il dott. Antonino Megna.. Fra i consiglieri vi era anche Giovanni Canale.

 

Anche a Lipari la Guardia nazionale

 

Il Consiglio si riunisce per la prima volta il 25 agosto per prendere visione di una circolare del Governo del Distretto di Messina sui Consigli civici, ma siccome si tratta dei consigli da eleggere mentre a Lipari questo è giù costituito si procede solo alla nomina del Presidente e del Segretario nelle persone del signor Felice De Gregorio e del signor Giuseppe Mercorella. In un successivo consiglio del 31 agosto si provvide ad alcune sostituzioni e cancellazioni in seno al Consiglio per ricondurlo al numero di quaranta membri, ma non si procedette alla nomina dei componenti del Magistrato Giuratorio che insieme al Presidente del Municipio avrebbero costituito l’esecutivo. Non si parlò affatto del corpo dei vigili urbani come non si parlò dei problemi del Comune. Probabilmente si aspettava che la situazione si chiarisse meglio ed intanto ci si dedicava ai lavori dei campi visto che era arrivata la stagione del raccolto a Lipari come nelle isole minori.

Aveva preso ad operare la guardia nazionale a Lipari e nelle isole[12] mentre Giovanni Canale  dovette partire per qualche tempo lasciando il suo incarico ad interim al giurato don Antonino Aricò.

Francesco II a Gaeta

Settembre si apre con le notizie contraddittorie che arrivavano dalla Sicilia e dall’Italia, della coscrizione obbligatoria che era stata imposta dai piemontesi e dello Statuto Albertino che Depretis aveva esteso all’isola, del re Francesco II che si era rinchiuso a Gaeta e di Garibaldi che aveva occupato Napoli, e anche delle camice rosse che erano state sconfitte a Caiazzo. Ma a Lipari si parlava anche dei beni di prima necessità che scarseggiavano, dei prezzi che erano saliti alle stelle e di cui si dava la colpa ai bottegai e agli speculatori, dell’anarchia che ormai sembrava impossessarsi del paese. Così il 23 settembre si riunì il Consiglio sotto la presidenza di don Felice De Gregorio con all’ordine del giorno la nomina delle guardie municipali e la nomina del Magistrato municipale. Presidente a maggioranza di voti fu eletto don Giuseppe La Rosa mentre il dott. Michele Scafidi  e il dott. Antonino Megna vengono eletti primo e secondo giurato. Per quanto riguarda la Guardia municipale la scelta era stata fatta cadere , di preferenza, su individui che erano stati assunti nel 1848 e qualche mese dopo dimessi, per cui risultò un corpo di vigili per lo più anziani per la gran parte superiori ai cinquant’anni ed anche, per la gran parte, analfabeti.

Ma il problema che rimaneva grave era quello dei beni alimentari e dei loro prezzi. Che fare? Gli amministratori sapevano che la mancanza di grano, olio e carne dipendeva dallo stato di guerra che ancora affliggeva il territorio del regno per cui l’unica strada, se vera strada si poteva chiamare, era quella del blocco dei prezzi a dettaglio pur con qualche aggiustamento “onde togliere qualunque attentato all’ordine per l’imprudenza dei venditori”. Ed è con questo obiettivo che viene convocato d’urgenza il Consiglio in seduta straordinaria solo una settimana dopo, il 30 settembre che definisce, su proposta del giurato dott. Scafidi i prezzi per tutta una serie di merci: pane, vino, olio, pasta, carne di vacca, di montone e becco, di capra e pecora, e quindi dei pesci dalla cernia, al dentice,alle occhiate, agli scorfani, alle ope, alle morene e mostine, alle aragoste, al tonno sotto sale.



[1] Elpis Melena – In Calabria ed alle isole Eolie nell’anno 1860 , Soveria Mannelli 1997, pag. 116.

 

[2] Mario Cannistrà di Andrea nato a Quiattropani il il 25 aprile 1834 nel 1870 sarà condannato a venticinque anni di lavori forzati per grassazione. Morirà nel bagno penale di Procisa il 22 luglio del 1871. Un altro Mario Cannistrà detto anche Mariano di Bartolo, nato il 4 ottobre del 1847 verso il 1867 trovandosi in servizio di leva ucciderà un capitano dell’esercito. Sconterà trent’anni in un carcere romano. Tornato a Lipari verso il 1900 vivrà sin oltre il 1920.  Queste notizie sui Marii come altre riguardo a Lipari in questo periodo, dove non diversamente indicato, sono presi da Giuseppe Iacolino, indedito cit. Quaderno VII, pp 312-314 e pag. 348.

[3] Un Nicola Cappadona, diciannovenne, sarà a Milazzo a combattere con i garibaldini. Faceva parte di una famiglia numerosa giacchè la madre, Nicolina Mellina, aveva messo al mondo tredici figli e una decina erano viventi nel 1860. Il padre Nicola, detto Sabina, era calzolaio e guardia municipale. Vivevano in una casupola in una stradina sotto le mura del Castello. Oltre a Nicola fra i più attivi vi era il fratello Antonino più anziano di sei anni.

[4] I Ventrice erano un clan di sei o sette famiglie dislocate in vari quartieri della città ed esercitavano i più svariati mestieri. Qualcuno aveva fatto il militare nell’esercito borbonico, vi erano sarti, calzolai, fabbri e agricoltori. Probabilmente erano originari di Ustica e avevano vissuto per qualche tempo a Palermo.

 [5] Giuseppe Carlo Bartolomeo Policastro era nato a Lipari il 12 maggio 1823 dal settantenne don Antonio, dottore in legge e grosso proprietario terriero, e da donna Francesca Salpietro, una fanciulla di venticinque anni ed anche lei erede di grosse fortune patrimoniali. Era cugino di don Filippo De Pasquale che abbiamo conosciuto sindaco di Lipari e partecipante a Palermo all’insurrezione del 1848 e alla conquista di Palermo da parte di Garibaldi. Era imparentato anche con don Onofrio Paino meglio conosciuto come don Nofriu ‘u pirata.

[6] Mons. Ludovico Maria Ideo, domenicano, era nato a Pietraporzia in provincia di Enna il 21 aprile 1811. Era un predicatore eccellente e nel 1852 aveva pubblicato a Palermo il quaresimale predicato nel 1840, Venne nominato vescovo di Lipari il 25 giugno 1858 e prende possesso della diocesi l’8 ottobre. Il problema più grave che il nuovo vescovo si trovò di fronte era quello di una diocesi distribuita fra tante isole così distanti fra loro mentre la sua salute era cagionevole e non gli permetteva di sopportare gli strapazzi del viaggio e dei soggiorni disagiati. Per questo aveva chiesto subito al papa di essere dispensato dalle visite pastorali nelle isole  in prima persona e di potere delegare qualcuno per le cresime.(Archivio vescovile, Corrispondenza, carp.E).Sera anche un letterato e poeta. Nel 1880 uscì a Palermo un suo libro dal titolo “Poesie edite ed inedite di Monsignor F.Ludovico Maria Ideo dell’Ordine dei Predicatori Vescovo di Lipari”. Collaborò a diverse riviste fra cui “Vera Buona Novella” di Firenze e “Sicilia Cattolica”.Morì il 3 dicembre 1880.

[7] Dal Manoscritto anonimo di proprietà della famiglia di Luigi Mancuso, p.636.

[8] Probabilmente due corse Lipari-Messina si effettuavano già da qualche anno ed erano inserite nella linea bisettimanale Napoli –Messina una della Compagnia Calabro Sicula ed una della Compagnia delle Due Sicilie. Una volta al mese un vapore faceva il viaggio da Palermo per Lipari. S.Lanza, Guida del viaggiatore in Sicilia, Palermo 1859.

[9] F. Ioli, Roccavaldina, Torino 1972, p.86. Il 19 luglio a Roccavaldina i patrioti avevano ucciso il sindaco Carmelo Bottaro ed un suo messo. Entrambi sgozzati e lasciati in mezzo alla piazza del paese in un lago di sangue.

[10] Lettera del 19 giugno 1860 della “Segreteria di Stato dell’Istruzione Pubblica e del Culto” al Vescovo di Lipari, Archivio Vescovile, Corrispondenza, Carp.C.

[11] La lista degli elettori alle elezioni del 12 maggio 1864 erano 72, quindi supergiù lo stesso numero del 1860.

[12] Sappiamo che a Salina era già operante prima del 10 ottobre da una lettera che il governatore Giovanni Canale scrive a don Giovanni Aricò, capitano della terza compagnia dei Militi Nazionali in Santa Marina e in cui si parla del luogotenente Domenico Giuffré e dei sottotenenti Gaetano Favazza e Giuseppe Lo Schiavo, insieme ai quali l’Aricò deve procedere alla nomina dei “bassi ufficiali” e cioè un sergente foriere, sei sergenti, dodici caporali ed un caporale forire. Forse Giovanni Arico era uno dei volontari che aveva combattuto a Milazzo. Documenti riguardanti Giovanni Aricò sono di proprietà della dott.ssa Giulia Mammana in Amendola.

 

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