La storicità di Agatone e la data del 13 febbraio 264

La Chiesa di Lipari esiteva già nel 251?
 
Ed è sulla base di considerazioni relative alla presenza di Agatone nella Leggenda e di quelle di Duchesne  che Iacolino afferma che le Chiese diocesane sicule nel 251 - quando i diaconi romani inviano loro una lettera - dovevano essere almeno sei e forse otto, cioè quelle medesime che agli studiosi moderni risultano, sulla base di sicuri elementi di prova, attestate tra il IV e le soglie del VI secolo e cioè le Chiese  di Siracusa ( a. 314), di Lilibeo ( a. 417), di Palermo (a. 442), di Taormina ( a. 447), di Catania (a. 447), di Lipari ( a. 501), di Messina ( a. 501).
Oltre a questa osservazione sta il fatto che S.Gregorio di Tours afferma con sicurezza, prima del 590, che il corpo di San Bartolomeo era giunto a Lipari. E ne parla come di un evento già antico. Ancora, siccome le altre tradizioni – San Teodoro Studita e San Giuseppe l’Innografo - tutte collegano questo evento con Agatone certamente non può trattarsi dell’altro Agatone che fu vescovo proprio negli anni in cui scriveva San Gregorio.
Bisogna ricordare per onestà di ricerca che  nel XVIII secolo il gesuita Giovanni Stilting nel suo “Acta Santorum” tenta di conciliare le due versioni che vogliono il corpo del Santo a Dare ed a Lipari, sostenendo che non ci sarebbe contraddizioni perché il corpo dell’Apostolo sarebbe giunto a Lipari nel VI secolo dopo la caduta di Dora. Questo comporterebbe che il Vescovo che riceve il sarcofago non sarebbe Agatone I ma Agatone II e che Gregorio di Tours quando parla dell’arrivo della salma di San Bartolo a Lipari si riferirebbe ad un fatto recentissimo e non ad evento remoto. A proposito di questa tesi ci viene da osservare che ci sembrano troppo sovrapposti e ravvicinati i tempi della  distruzione di Dora ( 572) e quindi del trasporto a Lipari della salma, i tempi dell’episcopato di Agatone (sapendo che già nel 592 Gregorio Magno aveva incaricato il vescovo Paolino di sostituirlo in quanto, già da qualche tempo, la sede era vacante) ed i tempi di Gregorio di Tours che morirà nel 594 ma che, quanto scrive su san Bartolomeo, non dovrebbe essere posteriore al 590 ma probabilmente almeno un decennio prima. Infatti erano tempi quelli in cui non esisteva la comunicazione in tempi reali e le notizie impiegavano anni a diffondersi. Notizie che venivano compilate da qualche ecclesiastico locale o monaco bizantino e poi tramite monaci copisti e colti viaggiatori raggiungevano lidi fra loro notevolmente distanti.
Inoltre il Codex Fuldensis, un manoscritto di Vittore di Capua (vescovo dal 541 al 554), scoperto solo nel 1868, attribuisce al corpo di Bartolomeo la sepoltura “in Frigia nella città di Dolìche”. Chiarito che Dolìche non è in Frigia a questo punto avremmo ben quattro siti che si attribuiscono, in quei secoli, le reliquie di Bartolomeo: Dara, Lipari, Dolìche e la Frigia.
Ancora qualcuno ha eccepito che tutti i nomi presenti nella leggenda sono greci e sembrano desunti dai cataloghi dei martiri e santi orientali ( come Alfio, Filadelfio e Cirino). Ma il nome Agatone torna spesso nella storia di Lipari prima e dopo Cristo. Nel II secolo a. C. troviamo una stele funeraria appartenete  ad un Agathònos e, abbiamo visto, Agatone si chiamava anche il vescovo deposto da Gregorio Magno.
 
Da dove deriverebbe la data del 13 febbraio 264?
 
Comunque ammesso – a questo punto dell’indagine - che  San Bartolomeo sia giunto a Lipari quando vescovo era Agatone e ammesso che Agatone I potrebbe anche essere una figura storica che governò la Chiesa di Lipari dal 251 al 313 ci sarebbe da chiedersi come mai è rimasta nella memoria una data così precisa : non solo l’anno ma anche il mese e il giorno.
Per quanto riguarda l’anno, se riconosciamo il collegamento con Agatone I qualsiasi anno diventa plausibile se compreso fra il 251 ed il 313. Se poi consideriamo che in tempi assai vicini al 260 in alcuni territori dell’oriente ferveva un clima di livore antiromano ed anticristiano mentre in occidente l’imperatore Gallieno (260-268) istaurava un’era di pacificazione religiosa, la data del 264 potrebbe essere probabile.  Quanto al mese e al giorno Iacolino[1] avanza una tesi. Nell’Italia romana  era diffusissimo il “culto dei padri” che ordinariamente venivano onorati nelle feste “parentalia”. Le parentalia si celebravano dal 13 al 21 febbraio mentre a partire dal secolo IV, in onore del Genius del popolo romano (genius loci) si tenevano giochi per  due giornate consecutive, l’11 e 12 febbraio. Si potrebbe ritenere che a Lipari fosse praticata almeno una delle sue celebrazioni, forse quella del Genius loci ( l’11 e 12 febbraio) e che, conclusasi tale festività pagana, i fedeli dell’isola facessero commemorazione del loro Genius loci, di stampo cristiano, che era impersonato dall’Apostolo San Bartolomeo. Non ci volle molto, in seguito, a motivare l’adozione di codesto giorno facendolo “derivare” dal presunto giorno dell’arrivo del Sacro corpo a Lipari.
 
Come poté giungere il corpo del Santo?
 
Più facile è invece immaginare come avvenne il viaggio descritto dalla leggenda in un periodo in cui si era sviluppata nella cristianità un’ansia per il recupero delle “memorie” storiche della loro religione. E questo anche perché circolavano notizie e racconti sulla profanazione delle tombe dei martiri. Così non solo i corpi dei santi erano ardentemente ricercati affinchè agevolassero la finale salvezza dei devoti, bensì si tendeva anche a recuperare frammenti di ossa, oggetti, stoffe e vestimenti che con quei corpi erano venuti a contatto, perché a tutte codeste “cose” si diceva erano state trasmesse le virtù carismatiche e taumaturgiche dei rispettivi santi.
Si può supporre – osserva sempre Iacolino[2] - che non lontano dall’arcipelago, nell’ambito del basso Tirreno, nel III secolo che potrebbe essere anche il 264, ad una nave liparea, con equipaggio cristiano, venne fatto d’accostare una nave forestiera. Era un accadimento consueto che al largo si facessero di questi incontri e ne conseguisse di combinare un baratto di mercanzie. E con somma loro sorpresa i marinai nostri appresero della “disponibilità” di un “carico” di corpi santi che, con ogni probabilità, erano perfettamente mummificati e composti in rozze arche di legno oppure  – cosa che ci pare più verosimile – doveva trattarsi di resti ossei, numerosi e d’una certa consistenza, crani compresi, opportunamente sistemati, tra sete e porpore, in grandi teche a loro volta impreziosite da ornamentazioni metalliche.
Forse erano resti di oscura provenienza, ma si giurava dall’altra parte, essere stati pietosamente recuperati o trafugati sui lidi d’Oriente; martiri antichi, dicevano, e martiri recenti; vittime delle persecuzioni antiche e remote ma anche di quelle prossime. E’ da ritenere che l’equipaggio lipareo, una volta espressa la sua opzione per il corpo dell’Apostolo, abbia scortato l’imbarcazione forestiera sino alla propria isola e qui, nella rada di Pertinente, in tutta riservatezza, abbia avuto luogo lo sbarco e la consegna del prezioso carico. Dopo di che gli stranieri andarono per la loro strada forse verso altri lidi per consegnare altre reliquie.
Questa ipotesi di una opportunità che si era posta casualmente di ottenere la reliquia – reale o supposta - di un Santo così prestigioso, apostolo e martire, collegato ad un sentimento di forte attenzione e di grande trasporto per queste figure in una comunità cristiana ancora molto ristretta e caratterizzata da una  identità che si rimarcava proprio nella “diversità” con il paganesimo greco e romano ancora dominante, ci convince di più di altre supposizioni che vogliono il culto di san Bartolomeo in qualche modo connesso o derivato da culti pagani preesistenti come quelli di Efesto, Dionisio e di Apollo[3]. Trasposizioni, sostituzioni e sincretismi possono essere avvenuti più tardi quando la comunità cristiana era ormai accettata e diffusa ed a fianco al nucleo forte  dei fedeli militanti si creavano fasce di adesione più o meno motivate. Allora potrebbero essere stati recepiti caratteri e riti provenienti da religioni ormai estinte o in via di estinzione ed inseriti in culti già preesistenti. E questo può essere avvenuto anche per l’iconografia ed il culto popolare di san Bartolomeo.

[1] G.Iacolino, Le isole Eolie…op.cit., pag. 116.117.

[2] G.Iacolino, op.cit. ,pag. 112-113.

[3] V. Giustolisi, Presupposti mitici pagani del culto di San Bartolomeo, in  San Bartolomeo dalle Eolie alle Ande, Palermo, 1999.; A. Raffa, L’iconografia del martirio e le origini del culto, in”Il corpo e la Metamorfosi. Omaggio a San Bartolomeo”,a cura di Vega de Martini, Lipari, agosto-settembre 2009, pagg.15-16; Vega de Martini, Il corpo e la metamorfosi, op.cit. pag. 33-41.

 

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