La vita nelle contrade e nelle campagne

La serena ed operosa vita dei casolari

Se la vita a Lipari poteva apparire vivace e qualche volta caotica  non priva persino di rischi sia per interessi, sia per le passioni sia anche per la presenza della colonia coatta, ben diversa era, in genere, la vita nelle campagne.

Una casa di contadini, era allora una finestra aperta su tutta una serie di attività a cominciare dalla cura dei campi lungo il cambiare delle stagioni. Un evento che si ripeteva ogni anno era la pigiatura del vino che avveniva nel palmento, un grande magazzino addossato all'abitazione. Si cominciava di notte con gli uomini che lavoravano a giornata per la vendemmia, che portavano sulle spalle le ceste d'uva,  ne versavano il contenuto nella vasca grande che era stata bel pulita e lavata. Quando la vasca era sufficientemente piena, cominciava la pigiatura. Gli uomini, ma a volte anche le donne, pestavano l'uva con i piedi come in una specie di danza antica cantando vecchie canzoni mentre il mosto colava nella vasca inferiore attraverso la canaletta a cui era appeso un canestro che fungeva da filtro. Poi, terminata la pigiatura, il mosto veniva  lasciato fermentare per un giorno o due e nessuno doveva entrare nel palmento perché, si diceva, era pericoloso. I fumi del vino potevano anche tramortire e, a questo proposito, le donne e gli uomini che partecipavano alla lavorazione raccontavano storie antiche.

  

Sopra, la cernita del grano o dei legumi con "u crivu". Sotto, "u parmientu" dove l'uva diventa vino.

Di grande interesse era anche la spremitura delle olive per ottenere l'olio che si faceva in un altro magazzino chiamato frantoio (trappitu) dove al centro c'era  una grande mola rotante posta su una vasca circolare di pietra. Al centro della mola era innestato un travetto di ferro che serviva a farla girare, azionata da due o tre persone, spesso uomini robusti, ma, a volte, anche donne che spingendo il travetto giravano intorno alla vasca circolare. La mola, girando, frantumava le olive fino a farle divenire una poltiglia. Quando questa era divenuta omogenea veniva raccolta con un grande cucchiaio di legno e messa  dentro delle sporte circolari di corda che erano poste nel torchio, una sovrapposta alle altre. La pila di sporte veniva compressa dal torchio che ne faceva colare l'olio. Dopo la prima spremitura l'olio veniva raccolto e rappresentava quello migliore. Quindi le sporte venivano bagnate con acqua bollente e continuava la spremitura. L'olio, più leggero dell'acqua, saliva a galla e lo si raccoglieva  con un mestolo piatto facendo bene attenzione a non raccogliere anche l'acqua. Si aveva così un olio di seconda qualità, meno pregiato ma pur sempre utile per la cucina ed altri usi domestici. La pasta che rimaneva dopo aver spremuto l'olio veniva raccolta e serviva come mangime per gli animali da cortile o come materiale per riscaldare il forno. Anche l'acqua che avanzava dopo aver scremato l'olio veniva utilizzata nella produzione del sapone[1].

La macina per schiacciare le olive e produrre la sansa da cui, per spremitura, si ottiene l'olio.

La spremitura delle olive come la pigiatura dell'uva rappresentava una grande festa per la famiglia, a cui partecipavano anche i bambini.. La vinificazione e la preparazione dell'olio rappresentavano momenti importanti ma anche eccezionali, e per i bambini erano piuttosto momenti di festa e di svago. Il periodo dei giochi era piuttosto limitato e breve in una famiglia contadina quando c'erano bambini piccoli da accudire..

 

Il ruolo della donna

Un gruppo di donne impegnate nella raccolta dei capperi.

Abbiamo detto che la donna aveva un ruolo particolare nella casa eoliana era lei che la governava e dava i tempi . La casa[2] e qualche volta anche la campagna, perchè toccava a lei sovraintendere alle raccoglitrici che venivano assunte a giornata per la raccolta e la cernitura dei capperi e degli ulivi  e quando era il momento della vendemmia, della mietitura, e della raccolta doveva curarsi degli uomini che lavoravano perché avessero l'acqua, il cibo, il vino. C'era poi ogni giorno da raccogliere la frutta per la tavola. Inoltre il periodo della raccolta coincideva con l’aumento del lavoro in casa perché si facevano le conserve, le bottiglie della salsa, i pomidoro secchi, le scocche, le pinnule, le olive in salamoia e il vinocotto e la passolina, fondamentali per i dolci. E poi c'era l'orto da curare, gli animali domestici – galline, pecore, capre – da accudire. Certo non mancava il lavoro in casa, le pulizie, il rammendo, gli abiti e le camice da stirare, qualche ricamo, qualche lavoro di taglio e cucito e poi bisognava accudire ai bambini più piccoli.

In campagna "u bagghiu" era il vero cuore della casa e spesso in un angolo vi erano il forno, il piano di cottura, la cisterna e le pile per lavare. Sotto, un posto cottura detto "u cufularu".

Ma anche i lavori domestici avevano i loro riti, i momenti magici. Come quello della lavorazione del pane che avveniva almeno due volte la settimana . Appena alzati, si accendeva il focolare e si metteva sul fuoco la pentola con l’acqua, si usciva dalla cassa del pane  un pezzo di pasta lievitata ( u lievitu) messo da parte la volta precedente, conservato in un piatto di terracotta con un poco d’olio e coperto da un panno pulito. Ci si faceva il segno della croce, perchè il pane rappresentava la grazia di Dio, e si iniziava quindi  a setacciare con il crivo la farina nella marta di legno che  stava poggiata su dei trispiti, poi si continuava impastando la farina con l'acqua calda e con la pasta lievitata. Una volta che l'impasto era stato ben lavorato, si passava sullo scannaturi e lo si tagliava con la paletta, disegnando le pagnotte che venivano messe fra due coperte per agevolarne la lievitazione. Mentre le pagnotte lievitavano, si accendeva il forno e quando il pane era pronto, lo si infornava. Una volta cotto, si usciva dal forno, si avvolgeva in teli di cotone e lo si poneva nella cassa del pane perché non si seccasse.

Un appassionato elogio dell’indole degli abitanti delle isole e dei villaggi ed in particolare delle donne eoliane è quello che scrive un professore  di scienze botaniche, Mario Lojacono,che visitò le isole  nell’aprile del 1878.

Le donne eoliane non si limitano ai lavori domestici ed a quelli nelle campagne. Le troviamo nella lavorazione della pomice ed anche a pescare. Ecco una immaggine di "donne di mare"

Alle Eolie – scrive l’assistente del Regio Orto Botanico di Palermo – non è l’uomo solo che lavora, lavorano le donne e sono le più perfette contadine, eseguiscono i lavori i più virili; zappano, fanno tutto quel che richiede la cultura la più ragionata alla loro vigna; ogni cura del raccolto dei capperi, delle uve, della passolina è la loro. A Panaria le donne remano sulle loro barchette, e vanno alla pesca; a Lipari ( ed è doloroso il dirlo) le giovanette ancora tenere portano sul dorso i gravi carichi di pietre pomici che dal pelato e dal Campo Bianco, cioè a dire da un’altezza di più di 300 m., scendono al villaggetto di Canneto che ne è il caricatore.

L’attività del loro corpo giova al loro morale, vanno sole per tutta l’isola svelte ed allegre, a pie’ scalzi sempre, e ciò non é segno, come si potrebbe credere, di estrema miseria, sembra fosse uso consigliato po dalla natura dei terreni o dal clima stesso. Non fuggono il forestiere, tutt’altro gli si mostrano amabili, se questi loro rivolge la parola, rispondono gentilmente, procurano essergli utili. Lo guardano con estrema curiosità, tanto è nuovo per loro lo spettacolo di un signore che giri pei loro monti, ma tutto ciò con disinvoltura senza quell’aria di sfiducia e di estrema suscettibilità a cui vanno soggette quelle di Sicilia e di altrove.

L'asino, "a scecca" era il compagno indispensabile per il contadino eoliano.

L’ingenuità, e credo di non errare, è la loro forza: quante belle giovanette dalle mosse eleganti, dalle vesti variopinte, e dal rosso fazzoletto sul capo come pittorescamente si addobbano le donne delle Eolie per li avvallati sentieri vedevo scorrere agili, e per i boschetti di eriche e cisti balzare fiduciose in quelle solitudini come se fossero accanto alle loro mamme. Di una fiducia che non può ispirare che il candore dei costumi che io chiamerei patriarcali. A Salina le donne non faceansi scrupolo alcuno di mostrar la maggior parte delle loro gambe quando sulla riva fanno il loro bucato; i non saprei dire se questi usi che da noi non esistono sono l’estremo dell’impudicizia o la massima innocenza! E’ sempre al lavoro che devesi attribuire la bontà d’animo di quelle popolazioni.  Da noi la donna, limitata fra le quattro mura, poltrisce e spesso è cattiva.

Le statistiche provano quel che io ho asserito: gli attentati alla proprietà, i reati di sangue, poi, sono sconosciuti, e non rammento in quale Isola[3] mi si dicea che da un ventennio non si contava un delitto! E l’argomento ha una prova nel vedere i 3000 abitanti di Stromboli, i 600 di Panaria, i 2000 di Filicudi, i 600 di Alicuri amministrati politicamente e spiritualmente da Curati, senza che si risentisse il bisogno della vigilanza del carabiniere o d’ogni altro genere di forza che in quell’Isole benedette è sconosciuta. Per chi come me proveniva da contrate [del palermitano]che soggiacciono all’incubo fatale di un tremendo brigantaggio, l’andare per quei luoghi tranquilli era un piacere insolito. Potrei citare i più bei tratti della loro più larga ospitalità..”[4]

Fra le attivatà di cura delle donne vi è anche l'assistenza degli anziani.


[1]              I procedimenti della lavorazione del vino e della spremitura delle olive sono tratte da Sergio Todesco, Aspetti della cultura tradizionale eoliana, pagg 179-195, in Atlante, cfr. F. Fanciullo, Dialetto e cultura materiale nelle Isole Eolie, Palermo, 1983.

[2]              Le informazioni sulla vita delle donne contadine eoliane e sulle attività domestiche come la lavorazione del pane sono tratte da  Agata Licciardello – Universo femminile e ambiente domestico - in Atlante pag.229-240.

[3]              Non certo Lipari dove meno di vent’anni prima vi erano stati tre delitti nello stesso giorno ed altri se ne avevano avuti, come abbiamo visto, qualche anno prima.

[4]              M. Lojiacono, Le Isole Eolie e la loro vegetazione, Plaermo 1878, pp. 15-19.

 

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