La vittoria del Comune in tutti i tre gradi

Aspettando la sentenza

Nel Consiglio Comunale del 24 luglio 1915 si parla del commercio della pomice bloccato a causa della guerra.  “Non si può disconoscere – informa il Sindaco - che il nostro paese vive quasi esclusivamente col commercio della pietra pomice con l'estero. Questo commercio, in seguito alla dichiarazione di guerra dell'Italia, è stato completamente sospeso e quindi si sono chiusi i mulini e sono venute meno le entrate che davano al Paese una certa agiatezza”.

Nel Consiglio comunale del 25 aprile 1916 il cav. Franza chiede al Sindaco un aggiornamento sull'andamento della causa contro il Vescovo e il notaio Paino non si fa pregare. Questa è una causa – esordisce - molto grave e la più grave che si sia mai avuta. Infatti nel passato l'avversario ha chiesto sempre una certa somma di denaro o il preteso suo diritto su di una cosa determinata. Qui invece l'avversario chiede tutto ciò che costituisce l'esistenza del Comune, chiede il suo Demanio, il suo patrimonio ed è ovvio che non può esistere comune senza demanio, senza patrimonio.  Quali sarebbero le conseguenze finanziarie non occorre molto per spiegarlo. E si noti che la pretesa del Vescovo oggi ha per oggetto Lipari anzi tutto l'arcipelago che diverrebbe un feudo della Mensa Vescovile. Quanto allo svolgimento procedurale della causa si può dire che si sono avute due fasi. Nella prima i differimenti si susseguirono ai differimenti; oggi abbiamo avuto un risveglio da parte dell'avversario e siamo entrati in un periodo di febbrile attività. La causa doveva essere discussa all'udienza del 4 corrente e malgrado le forti insistenze dell'avversario, essa fu rinviata al 9 maggio giusto gli accordi presi ed anche perché, dopo la presentazione di nuovi documenti da parte del Vescovo, occorreva che essi fossero esaminati. E' già pronta la memoria in risposta a quella dell'avversario. Memoria stesa dal prof. Emanuele Carnevale. Sono dolente di non potere distribuire ora ai consiglieri la memoria, perché, benché sollecitato da diversi giorni, il Procuratore legale del Comune di Messina non ha sin'ora inviate le copie  a noi destinate. Fra giorni un illustre componente del consiglio di difesa, il prof. Salvioli si recherà a Messina per  esaminare e studiare i nuovi documenti presentati dal Vescovo.

Il consigliere Palamara prega il Sindaco di volere partecipare alla seduta a Messina del 9 maggio e di consentire, mettendo a disposizione un mezzo locale, di partecipare anche a quei cittadini che lo volessero. Il consigliere Ferlazzo deplora che mentre il paese è impegnato a portare avanti il Risorgimento e la libertà ci sia chi voglia rigettarci nel feudalesimo. Il Consiglio vota all'unanimità di stanziare lire 800 per il vaporetto Unione che dovrà portare il Sindaco e la commissione a Messina e per le ulteriori spese.

Il 3 luglio tutta la seduta del Consiglio verte sulla causa col Vescovo e sulla posizione assunta dal Procuratore del Re che non è intervenuto a difesa del demanio pomicifero ma, assumendo la rappresentanza del Regio Patronato, si è unito all'attore ( il Vescovo) e ne ha fatto sua l'istanza e la tesi fondamentale, dichiarando di operare così in seguito ad ordine  del Ministro della Giustizia. Quest'azione del Regio Governo è, si fa notare da parte del Sindaco, in contraddizione con quella da questo sempre svolta di riconoscimento, disciplina e tutela del demanio pomicifero: riconoscimento da ultimo proclamato anche dalle legge del 5 gennaio 1908. Perciò il Consiglio delibera di elevare una rispettosa ma viva rimostranza al Governo per quanto è avvenuto all'udienza del Tribunale di Messina del 10 maggio scorso; di manifestare, ora che la causa è in decisione, la sua piena serena fiducia nella giustizia del Tribunale, di cui ossequiosamente attende la sentenza.

 

La vittoria del Comune

E la sentenza  giunge il 23 luglio dopo che la prima sezione del tribunale civile e  penale di Messina ha escusso la causa nella udienza dell'11 maggio e la discussione è continuata animatissima nei giorni 12 e 13. La sentenza è favorevole al Comune.

Anche se si tratta di una sentenza ancora di primo grado comunque rappresenta un ottimo risultato e Sindaco ed amministratori possono trarre un respiro di sollievo. Ma non è tempo di speculazioni e rivincite politiche. Il 24 maggio l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria e molti giovani dalle Eolie erano partiti per le armi ed altri si preparavano a partire. Inoltre le condizioni economiche della popolazione erano sempre più gravi.

Emanuele Carnevale non rinuncia però a cogliere pubblicamente il significato di una vittoria che ritiene in gran parte, ed a ragione, sua. Il 3 settembre 1916 attraverso un manifesto rivolto ai cittadini di Lipari, esulta per l'esito e rivendica il suo ruolo di estremo difensore dei diritti civili. Scriverà nelle sue memorie :”Io ne cominciai lo studio nel 1911, e principiò per me da allora una ben dura fatica, durata senza tregua sino al novembre del 1920: una fiera lotta che mi dette infine la grande soddisfazione del trionfo, ma seminò la mia strada di amarezze e di dolori, fra cui non ultimo, la mancata gratitudine del mio paese, da me salvato da grandissima iattura... Avvocato d'una delle parti, fui dall'altra selvaggiamente aggredito, in fogli volanti e memorie difensionali, con attacchi velenosi e triviali; e non mi fece scudo la calda e decisa solidarietà di coloro per i quali io subivo questi attacchi. Scrissi sei o sette memorie a sostegno degli assunti del Comune, e soltanto in alcune collaborarono due dei colleghi di difesa, ma sempre in minor grado; e del resto posso per la verità affermare che tutti gli accennati assunti furono pensati, sviluppati ed illustrati da me...Passarono dei mesi prima che essi si decidessero ad accettare il mio sistema difensivo, al quale opponevano dubbiezze e riserve che non mi persuadevano...Al momento della discussione orale in Tribunale e in corte d'Appello....dovetti sobbarcarmi ad una fatica che mi pareva superiore alle mie forze fisiche, non troppe, specie la seconda volta; ma Dio aiuta... Dovetti per più udienze sostenere quasi tutto il peso della causa, lottando contro valenti avversari...Dico quasi tutto il peso perché in Tribunale parlarono solo e brevemente i senatori Scialoia e Fadda su questioni limitate e secondarie, e poi partirono, lasciando a me tutta la sostanza della controversia; in Corte d'Appello non parlai che io, essendo completamente assente il numeroso collegio di difesa del Comune (Salandra, Scialoia, Fadda, Salvioli, Bruschettini), meno del valoroso penalista senatore Fulci, che aggiunse breve discorso ad illustrare ulteriormente alcune delle cose da me dette”[1].

 

 

La discussa sentenza della Cassazione

Carnevale lamenta di avere avuto anche poche soddisfazioni tangibili: mediocre compenso, grave fatica, e una sola volta, dopo la sentenza favorevole del 23 agosto 1916, un coro di voci popolari, si fece sentire sotto i balconi della sua villa al torrente di Santa Lucia. Vogliamo osservare come le parole di Carnevale lasciano intuire che quei dissensi e contrasti nel collegio di difesa - di cui si era parlato soprattutto nell’autunno del 1913 quando Vescovo e Sindaco si incontrano a Roma nell’ufficio dell’on. Ugo di Sant’Onofrio per verificare se c’erano le condizioni di una transizione - erano tutt’altro che false.

Quanto alla partecipazione popolare a dire il vero, osserva Iacolino,[2]  l'adesione partecipativa dei liparesi ci fu, e si estrinsecò fervida, appassionata e clamorosa, ma solo nei primi anni quando la cosa aveva il fascino della novità e le cronache del processo rimbalzavano in mezzo a quello stato d'animo euforico che anche nelle Eolie, come in tutta Italia, era alimentato dal nazionalismo, dalla propaganda bellica per l'impresa di Libia e dall’individualismo anarchico praticato dal D'Annunzio e proclamato da Filippo Tommaso Marianetti.

La sentenza d’Appello giunge a conclusione  delle udienze che vanno dal 10 al 19 agosto del 1918 ed infine il 10 gennaio 1921 giunge anche la sentenza favorevole della Corte di Cassazione.

 “Per mons. Paino – commenta Iacolino – fu come un colpo di lancia infertogli a tradimento. Egli non se l'aspettava davvero quel verdetto tanto più che l'ultima fase del dibattimento doveva essere decisa da una sezione presieduta dal prof. Mariano D'Amelio il quale per il suo equilibrio e per la sua imparzialità ispirava la miglior fiducia. Ma all'ultimo momento comparve sullo scanno il prof. Sen. Lodovico Mortara, già ministro della Giustizia, notoriamente 'ebreo e massone'[3].Nell'animo di mons. Paino quel nome risuonò come il preludio di un fallimento totale e irreversibile”[4].

“Un decennio di studi (1911-1921) – osserva concludendo il suo saggio il prof. Marcello Saija – nel quale otto secoli vengono passati al vaglio della più sagace curiosità. Questo sforzo che ha impegnato valenti storici del diritto ed ha permesso, con un notevole carico finanziario per le parti in contesa,di raschiare archivi italiani e stranieri, attende ancora oggi di avere frutti maturi[5]”.



[1] “Miei ricordi di vita e di lavoro, Palermo 1923

[2] G.Iacolino, Inedito cit., Quaderno XI,

[3] G.Foti , Un Console per Messina, Messina 1968, pag. 63

[4] G. Iacolino, idem.

[5] M. Saija, La seconda controversia liparitana, op. cit. p. 155.

 

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