Le Amministrative del 1994

La mia candidatura a Sindaco non fu una decisione né scontata, né facile. Non fu facile e scontata nemmeno per me.
Innazitutto l’impegno nelle politiche era stato stressante e snervante ed uscivo da questa esperienza provato più nel fisico che nel morale. La tensione della competizione elettorale, l’ansia indotta dalla difficoltà dell’impresa, le preoccupazioni di ordine oraganizzativo e politico, tutto questo ed altre ancora non mi abbandanovano non solo di giorno ma anche e forse soprattuto si notte. A campagna elettorale conclusa io continuavo a viverla e riviverla nei sogni  che spesso si facevano angosciosi. Ancora, questa campagna elettorale era stato un duro salasso per le mie scarse risorse economiche.
Inoltre – last but not least -, durante la campagna elettorale, avevo stretto un accordo con elezioni per il sindaco di Lipari che si sarebbe svolta dopo pochi mesi. Ed a questo impegno io mi sentivo legato non solo moralmente ma anche praticamente perché ritenevo che una mia candidatura e quindi una mia eventuale elezioni mi avrebbe creato più problemi che opportunità. A cominciare dal fatto che avrei dovuto scegliere di vivere a Lipari abbandonando o riducendo notevolmente la mia presenza a Roma, le relazioni con le ACLI e con tutto un mondo sociale e culturale che avevo coltivato nei vent’anni di vita in quella città.
Che cosa avrebbe voluto dire vivere a Lipari a cominciare dal trsformare una abitazione estiva, quale era la casa in cui abitavo, in una residenza per tutto l’anno? Che cosa voleva dire fare i conti con la Regione Siciliana e la Provincia di Messina, un mondo che oltre ad essere governato da schieramenti di centrodestra rappresentavano una realtà che disconoscevo completamente? I pochi rapporti che avevo avuto con la Regione Siciliana nella mia esperienza di commissario delle ACLI alla provincia di Catania mi avevano dato un’immagine tutt’altro che rassicurante.
Per  queste ragioni feci di tutto, e lo dico in piena coscienza, per sostenere direttamente e indirettamente la candidatura di Mariano Bruno a Sindaco. La proposi al tavolo politico locale che si aprì dopo le elezioni nazionali fra i rappresentanti del “Patto per l’Italia “ che avevano appoggiato la mia candidatura e quelli dei “Progressisti” che avevano appoggiato la candidatura di Amendolìa, ma incontrò l’opposizione decisa della sinistra ma anche di una parte dei miei sostenitori.
Nei confronti di Bruno non vi erano addebiti specifici. Ciò che gli si rimproverava era di essere stato il Sindaco democristiano e quindi corresponsabile del vecchio sistema di potere. Il fatto che fosse passato all’opposizione dopo che la maggioranza lo aveva defenestrato non lo riscattava, a livello di immagine, da questa corresponsabilità.
In queste discussioni, devo confessarlo, la possibilità di una mia candidatura, sebbene la tenessi remota nella mia mente, non la escludevo del tutto. In qualche momento essa usciva dall’ombra in cui la sospingevo e cercava di obbligarmi a pensarci vestita dalle seduzioni di una esperienza nuova che mi avrebbe permesso di operare una svolta per le mie isole.
In tutta sincerità devo dire che il tema di una amministrazione che partisse completamente vergine rispetto al passato e che non avesse niente a che fase, in termini di compromesso anche solo culturale in ordine al modo di pensare, con quel mondo e quiei rituali che avevo avuto modo di conoscere e di non apprezzare, mi suggestionava. Ma allora il discorso avrebbe dovuto valere non solo per chi aveva governato ma anche per chi aveva fatto una opposizione che si era rivelata sterile se non addirittura funzionale rispetto a questo “non governo” .
Quella opposizione troppo spesso capziosa ed aggressiva, tutta svolta in via pregiudiziale, che non permetteva di andare ad un confronto sulle cose dove potesse emergere il merito di proposte diverse, mi sembrava inutile ed inconcludente rispetto alla fase nuova che mi aguravo si potesse aprire. Anzi a dire il vero quella sinistra mi sembrava  distante dalle esigenze della nuova fase, ancora più dell’ex sindaco Bruno, che per quanto criticabile e necessaria di revisione, una cultura di governo l’aveva, mentre chi era stato all’ opposizione questa cultura avrebbe dovuto conquistarla. Ero infatti convinto che troncare con le vecchie liturgie ed i vecchi compromessi, non volesse dire fare a meno di quelle esperienze e quelle conoscenze che riguardavano l’attività di governo, ma che bisognava saper coniugare le une con le altre: la continuità di governo con la discontinuità politica e culturale. In questo senso io vedevo un mio apporto come complementare con quello di chi avesse avuto una esperienza concreta di governo e di questogoverno.
Sia che io facessi il Sindaco, sia che non lo facessi, l’esperienza di Bruno allora mi sembrava utile e preziosa per le Eolie del cambiamento. Se lui avesse fatto il Sindaco io gli sarei stato a fianco sostenendolo e condizionandolo con la mia competenza sui temi della programmazione e dello sviluppo e col mio nuovo prestigio politico e certo con l’appoggio di molti consiglieri che avrebbero fatto riferimento alla mia linea. Se fosse toccato a me fare il Sindaco avrei voluto comunque che Bruno fosse a mio fianco con la sua espererinza. Per questo quando mi sembrò impossibile superare le resistenze, proposi che ci si affidasse al responso delle primarie. Ma anche questa linea non trovò molti consensi e naufragò prima ancora di nascere.
Il fatto era che sia nei dirigenti del PDS, sia nel gruppo dei miei amici si era fermamente decisi a puntare sulla mia candidatura considerata vicente ed al tempo stesso capace di rispondere alla forte domanda di rinnovamento che si avvertiva nella gente.
Ma chi avrebbe potuto proporre la mia candidatura. Anche questo non era un problema semplice. Da una parte vi era la crisi che travagliava il partito popolare a Lipari dove una parte era schierata decisamente per Bruno Sindaco e le difficoltà ed i veti non li piegavano. In secondo luogo vi era il rischio che la mia candidatura partisse sponsorizzata dai PDS e condannata quindi ad essere una candidatura di minoranza. In terzo luogo vi era la mia diffidenza innata nei confronti dei partiti e la predilezione per i movimenti. Ma i movimenti dov’erano? Si parlava di un gruppo di giovani che si incontravano da mesi discutendo della necessità e della possibilità di creare una alternativa amministrativa. Ma i giudizi che circolavano nel gruppo dei miei amici erano contraddittori. Si sosteneva che questi erano privi di un reale seguito e costituivano un gruppo indistinto che aggregava molti malumori ma nessun progetto concreto.
Si era già ad aprile ed il tempo volava in fretta. Era ormai chiaro che non sarebbe passata l’idea delle primarie né tantomeno la candidatura di Bruno senza frattutre traumatiche che avrebbero frantumato lo schieramento di centro-sinistra. In qualche modo la patata bollente era caduta nelle mie mani e in parecchi aspettavano una mia decisione.
Decisi così che per fare decantare la situazione avrei dovuto assentarmi una sette-dieci giorni da Lipari, tiramdomi completamente fuori dalle discussioni. L’occasione mi fu data dal battesimo della seconda figlia di mio cognato Saverio che si sarebbe tenuto a Londra proprio a metà aprile. Così con mia moglie decidemmo di partire. Fuori da Lipari, fuori dall’Italia, avrei avuto modo di considerare le cose con una certo distacco.
Ed indubbiamente di un vero distacco si trattò. Non era la prima volta che andavamo a Londra ma questa è una città che  offre sempre cose nuove ed inedite e non si finisce mai di conoscerla e di scoprirla. Con mia moglie ci demmo alle passeggiate, a visitare e rivitare i monumenti, le chiese, i centri commerciali, a fare shopping. Lipari  ed i suoi problemi erano veramente lontani anni luce. Una sera a casa di mio cognato, proprio la sera in cui si festeggiava il battesimo della bambina, ho avuto modo di incontrare alcuni eoliani che lavoravano a Londra e, chiacchierando, fra le altre cose, la discussione toccò anche le prossime amministrative a Lipari. Fu con curiosità ed un senso di divertita attenzione che sentii esprimere giudizi sulle prospettive elettorali che erano per me abbastanza inediti. Intanto avevano saputo che si era parlato di una mia candidatura ma che praticamente questa non esisteva più. Ed io mi guardai bene dal correggere questa informazione. Il discorso del Sindaco, si diceva, era ancora una volta nelle mani dell’on. Dalia che stava vagliando le candidature. Dalia aveva vinto le elezioni nel collegio ed il Polo a tutti i livelli, quindi era chiaro che una candidatura vicente sarebbe nata dal centrodestra. Probabilmente era vero, dissi, ma a Lipari ci sono troppi malumori ed un desiderio di cambiamento per cui, chiunque siano i candidati, la vittoria non sarà un’operazione facile.
Più tardi, riflettendo su quell’incontro e quella discussione, mi chiesi se questo approccio al problema, con una mia presenza secondaria e sullo sfondo, mi procurasse qualche problema. E mi trovai a considerare che, se fosse stato vero, se una mia candidatura a Sindaco fosse ormai una possibilità tramontata, tutto sommato l’avrei vissuta con un grande senso di liberazione. Perché ormai mi era chiaro che fare il Sindaco di Lipari, sempre ammesso che l’avessi spuntata, avrebbe rappresentato per la mia vita più una ipoteca che una chances.
Eppure, fu proprio in quelle giornate londinesi, che nel momento in cui arrivavo alla convinzione che una mia candidatura a Sindaco, non fosse la migliore scelta per la mia vita, cominciai a considerare che cosa avrei potuto fare da Sindaco per le mie isole. Guardavo Londra, le sue strade ordinate e pulite almeno nelle zone residenziali, le piazze addobbate come piccoli parchi che si aprivano improvvisamente nei quartieri, la gente in fila ai pulman ed alla metropolitana e pensavo che cosa sarebbero state le Eolie se fosse maturato un po più di senso civico, se la genete non avesse gettato l’immondizia per le strade, se il Comune avesse curato di più il decoro del territorio e dell’ambiente…
Ed era questo lo stato d’animo con cui tornavo a Lipari e scopivo che, almeno nel giro dei miei interlocutori, le cose erano allo stesso punto di come le avevo lasciate. Sull’altro fronte invece… si sfogliava la margherita. Si parlava della candidatura di Angelo Lidonni che era già stato Sindaco anche se per un breve periodo, ma anche di una candidatura di Aldo Natoli, il ragioniere, che avrebbe potuto creare qualche problema nel mio gruppo, ed infine di una candidatura di Michele Fusco , maresciallo della Finanza.
Fu in questa situazione di inpasse che prese corpo una iniziativa dei democratici di sinistra. Mi invitarono ad una riunione di militanti e simpatizzanti, una sera nella loro sede che era in un appartamento di Mimmo Ziino a Marina corta, e lì proposero la mia candidatura a Sindaco. Era il tentativo di stanarmi dopo una serie di riunioni e di incontri in cui mostravo interesse per un progetto amministrativo ma continuavo a nicchiare su una mia desisgnazione a candidato a Sindaco.
Quella sera volli essere franco sino alla brutalità; non escludevo la possibilità di candidarmi ma, con tutto il rispetto, non potevo essere il candidato del PDS sia perché sarebbe stata una forzatura rispetto alla mia storia, sia perché sarebbe stata una soluzione perdente che avrebbe bruciato la possibilità di una svolta e di un cambiamento.
Cercai di essere convincente e diplomatico ma la mia posizione creò qualche sconcerto. Molti rimasero in silenzio, ma ci furono anche delle reazioni molto dure come quella di Giovanni Maggiore. Quando io lasciai la riunione il dibattito continuò e nel partito dei democratici di sinistra continuò anche nei giorni successivi delineandosi non solo un disseso ma una vera e propria lacerazione. Giovanni Maggiore era allora il segretario e giudicò la mia posizione ambigua fino a sostenere che c’era un accordo fra me e Dalia e che, se io avessi vinto, dopo qualche mese avrei sbarcato dall’amministrazione i rappresentanti della sinistra per fare un accordo con la destra.
Ma la maggior parte dei pdiessini – fra cui bisogna ricordare Giovanni Iacolino, Antonio Iacullo, Pino la Greca, Attilio Conti, Mimmo Ziino - erano di parere diverso e giudicavano convincente la mia posizione. Non si doveva rompere con me, io rimanevo l’unico candidato possibile del centrosinistra che avrebbe potuto portare ad una vittoria elettorale, ma bisognava evitare di incoronarmi come il candidato di un partito. A questo punto era necessario che i discorsi che erano venuti avanti a livello di gruppi informali quagliassero in una iniziativa unitaria per la scelta e la designazione di un candidato. 
Nacque così l’assemblea dell’albergo Filadelfia del domenica 8 maggio mattina convocata da un gruppo di giovani esterni ai partiti come Lino Natoli, Emanuele Merenda, Mimma Sparacino ed altri. Da questa assemblea, a grande maggioranza, uscì la designazione della mia candidatura. Si era ormai praticamente alla vigilia della presentazione delle liste e delle candidature e quindi bisognava affrettarsi scegliendo un nome, un simbolo, una lista di nomi per il Consiglio, alcuni nomi per la Giunta, una strategia elettorale.
Anche dall’altra parte si era compiuta la scelta e candidato del Polo sarebbe stato Michele Fusco e già circolavano per il paese tutta una serie di notizie incontrollabili e per lo più vere e proprie leggende metropolitane come quelle sulle pressioni che la Guardia di finanza stava operando su commercianti e professionisti salvo poi non trovare chi si assumesse la responsabilità di una denuncia. Ognuno l’aveva saputo da un altro e qust’altro da un altro ancora. Devo dire, in tutta sincerità, che questo non mi ha minimamente preoccupato sia perché non credevo troppo a queste voci delle quali non trovavo alcun riscontro serio, sia perché i problemi che creava al Polo la candidatura di Fusco erano ben superiori alla sua forza intrinseca. Intanto non ci sarebbe stata la candidatura di Aldo Natoli che poteva mettere in difficoltà una parte dei miei sostenitori ed, invece, si aprivano possibilità di dialogo con un’area, forte soprattutto a Canneto, che investiva una grossa sacca di consensi attribuiti a Totò Dalia.
Creava invece problemi e preoccupazioni la candidatura di Mariano Bruno che qualche giorno dopo l’Assemblea del Filadelfia veniva annunciata. Su che forze si fondava? Indubbiamente una parte dei popolari ed il gruppo del Centro Studi, ma anche su elettori e gruppi che lo avevano visto all’opera come Sindaco e stimavano il suo attivismo e mai avevano digerito il modo come era avvenuta la sua “defenestrazione” giudicata una supercheria di Dalia. Venuta meno la candidatura Natoli era Bruno che incideva sul mio elettorato potenziale. Ma in modo diverso e forse più preoccupante. Tutto sommato il seguito di Natoli era un elettorato che per la gran parte aveva votato per il Polo alle politiche, mentre l’elettorato di Bruno incideva su quel cinquanta per cento di suffraggi che avevo guadagnato io. Rappresentava una scissione dello schieramento del Patto per l’Italia che aveva gestito la mia campagna a Lipari.
La campagna elettorale fu generosa, vivace anzi infuocata e senza esclusione di colpi. Dibattiti in televisione anzi sulle due televisioni locali che allora si contendevano l’audience e cioè la ruspante Videolie di Piero Giannò e la più professionale Teleisole di Enzo Dambra gestita dalla Bartoccelli e da Bartolino Leone; dibattiti sulle piazze, comizi dai balconi, volantinaggi, incontri nelle case, incontri fra gruppi di interessi (artigiani, geometri, lavoratori della pomice,…). Una campagna condotta in un clima di forte aggressività. Aggressività da parte mia che mi ritenevo investito della missione storica di liberare le Eolie da un sistema clientelare ed asfissiante, un coacervo di interessi personali e familiari che si sovrapponevano fino a fagocitare la ragione pubblica, una rete di favori che legavano, in una rete ferrea, il contadino, l’operaio, l’artigiano, l’impiegato, il pescatore, il disoccupato al deputato Totò Dalia che oltre a dominare politicamente il collegio (e non solo il collegio ) – come aveva dimostrato alle politiche – gestiva il consenso nelle Eolie tramite il Comune e l’Ospedale.
Questa era la voce comune suffragata da mille episodi raccontati che poi però non si tradussero in testimonianze adeguate quando qualche anno dopo dovetti dimostrare di fronte al giudice che effettivamente l’Ospedale era gestito con criteri di clienrelismo politico. Una aggressività molto ingenua ed imprudente, rivista a circa dieci anni di distanza. E comunque uno stato d’animo sbagliato che può entusiasmare ed eccitare le piazze ma difficilmente permette di costruire per il lungo periodo. Senza trascurare che finisce col demonizzare l’avversario trasformandolo in nemico cosa che in politica non deve mai avvenire perché questo in qualche modo inficia la dialettica democratica.
Sono cose che sapevo in teoria ed avrebbero dovuto essere metabolizzate nella pratica, ma io di pratica politica non ne avevo alcuna. Cose che imparai strada facendo, a mie spese, cercando di rimediare, almeno per la mia parte, alle contrapposizioni rigide e frontali che continuarono a prodursi anche nei primi anni di amministrazione. Ed è stato anche per questo che via via ho rinunciato a tutte le querele – che pure avevano la possibilità di andare a buon fine - sporte verso Videoelie che, per un lungo periodo, fece contro di me una campagna ingiusta e denigratoria.
Quindi una campagna aggreessiva. da parte mia e soprattutto rivolta verso il Polo e Dalia in particolare. Ma anche una campagna aggressiva da parte di Bruno su due fronti, verso Dalia a cui addebbitava molte delle cose che non era riuscito a concludere nella sua Amministrazione, e verso di me che riteneva lo avessi tradito.
Le previsioni su Fusco si avverarono. Non riuscì ad andare al di là dei voti che Dalia aveva preso a Lipari alle politiche ( anzi ne rimase decisamente sotto). Ma i voti del centro e della sinistra ce li dividemmo Bruno ed io. Anzi ci dividemmo quelli che alle Politiche si erano orientali su di me come candodato del Patto per l’Italia perché quelli che avevano votato Amendolìa, con ogni probabilità, nella grande maggioranza si indirizzarono sul sottoscritto. Per il ballottaggio, io battei Bruno di una lunghezza, poco più di cento voti, cosa che rese probabilmente più amara per lui la sconfitta e quindi l’uscita di scena da un’arena su cui aveva puntato molto per un riscatto personale dopo quella “defenestrazione” che aveva giudicato sempre ingiusta .
Questo primo successo, per quanto importante, era zeppo di incognite a cominciare dal fatto che per la legge elettorale siciliana allora in vigore si votava separatamente per il Sindaco ed i Consiglieri ed il successo del Sindaco non si traduceva in maggioranza nel Consiglio. Così il Polo che aveva vinto il primo turno poteva contare in Consiglio su 14 consiglieri mentre la mia lista “Una Speranza per leEolie” solo su 6 su 20. La lista di Bruno rimaneva fuori dal Consiglio.
I quindici giorni che vanno dal primo al secondo turno sono probabilmente sempre frenetici ma in questo caso lo furono in maniera particolare perché i giochi erano apertissimi. Infatti che cosa avrebbe fatto Bruno? Avrebbe fatto degli accordi? Avrebbe dato indicazioni di voto?
Due furono gli eventi più significativi che accaddero nell’intervallo: l’alleanza col gruppo di Aldo Natoli e la trattavia col gruppo di Mariano Bruno.
Il primo contatto col gruppo di Aldo Natoli avvenne attraverso Pinuccio Spinella, suo cognato. Vi era stato un dibattito a Teleisole sulla politica giovanile e si era parlato di una cooperativa giovanile per la produzione di capperi che non riusciva a decollare perché osteggiata da aziende del settore già affermate. Io naturalmente avevo espresso tutta la simpatia e l’attenzione per una iniziativa di giovani. Spinella mi chiese di ascoltare anche la versione di “una delle aziende del settore già affermata” ed io aconsentii. Non avevo, dissi, alcun partito preso se non l’interesse della comunità eoliana, inoltre era mia convinzione che nelle Eolie ci fosse largo spazio per una nuova imprenditoria e che bisognava evitare, ado ogni costo, logiche di cannibalismo. Fu quello il primo di una serie di incontri che permise di aggregare al movimento un gruppo importante ed elettoralmente significativo di Canneto irrobustendo la nostra presenza nella cittadina che contava già, fin dall’inizio, sull’impegno di Lucio Costanzo e Claudio Merlino. Fra le altre cose, questo inserimento, ci guadagnò anche una attenzione più benevola e partecipativa dell’altra televisione locale: Videoeolie permettendo di riequilibrare così l’ostilità di sostanza di Teleisole mascherata dietro una apparente neutralità.
Non andarono a buon fine invece gli approcci col gruppo di Mariano Bruno. Ci furono diversi incontri e ad un certo punto sembrò che si fosse ad un passo dall’accordo. Bruno sarebbe divenuto vice sindaco ed in più al suo gruppo sarebbe andato un assessorato ed un posto di esperto. Devo dire onestamente che era una soluzione che,nel movimento, non tutti vedevano di buon occhio. Molti non erano convinti della disponibilità di Bruno a chiudere con le polemiche del recente passato e temevano un’azione ostruzionistica dall’interno che avrebbe indebolito l’azione amministrativa. Ma la posta in gioco pretendeva di correre questo rischio e quindi dubbi e preoccupazione rimanevano a livello di chiacchiericcio senza mai tradursi in una precisa presa di posizione. Con ogni probabilità perplessità e dubbi vi erano anche nel gruppo di Bruno e forse qui vi erano anche difficoltà a desisgnare l’assessore che si sarebbe occupato dell’urbanistica e quindi del Piano Regolatore. Fatto sta che dopo due o tre incontri furono loro a sciogliere negativamente la riserva. L’accordo non si sarbbe fatto, ma i voti di Bruno rimanevano importanti e decisivi per cui era fondamentale una campagna rivolta agli elettori che l’avevano votato e che avevano con noi, un punto fondamentale in comune: la volontà di rompere col passato.
I giorni che andarono dal 13 al 26 giugno furono intensi, ricchi di iniziative e di manifestazioni segnati da una partecipazione crescente di sostenitori e simpatizzanti. Mai Lipari  aveva visto una tale mobilitazione e forse sarà difficile che si ripeta in futuro. E’ in questi giorni che cresce e si struttura il movimento, che si delinea il suo gruppo dirigente, che si comincia a delineare la Giunta. Le decisioni, anche le più difficile vengono prese assemblearmente. Così è per la designazione di Aldo Natoli a vicesindaco che sarà una delle scelte più felici e fondamentale per i primi due anni di governo amministrativo. La candidatura viene avanzata da alcuni amici come Alfredo Biancheri e Claudio Merlino. Inizialmente io ero un po’ titubante perché vi erano molte resistenze fra i più giovani che gli rimproveravano di essere arrivato solo dopo il primo turno quando la candidatura aveva mostrato una sua solidità. Poi mi convinsi che era la scelta giusta e la proposi in una assemblea pubblica organizzata al campeggio di Canneto e la proposta passò con una grande ovazione. Natoli, che sapeva delle perplessità, rassicurò tutti della sua lealtà e grande disponibilità e devo dire che non ci furono più obiezioni e che per i due anni che egli rimase al mio fianco nessuno ebbe mai nulla da ridire su lealtà e disponibilità. 
Al ballottaggio voteranno circa 500 elettori in meno ( 6.591 anzicché 7147), a Giacomantonio andranno 3530 suffragi pari al 53,56% ed a Michele Fusco 2.811 pari al 42,65%. Si potrebbe dire che dei 2100 voti che Bruno aveva attenuto al primo turno, oltre 1300 si erano indirizzati su Giacomantonio ed i rimanenti si erano quasi equamente divisi fra l’astensione e Fusco.

Nota
 Al primo turno elettorale che si tenne il 12 giugno Fusco  conquistò 2357 voti (Dalia ne aveva avuti 2499) contro i 2952 conquistati dai consiglieri del Polo, Bruno 2100 ed io 2204. Tenendo conto che fra le politiche e le amministrative gli elettori erano aumentati di circa 1000 unità la somma dei voti di Bruno e Giacomantonio superararono largamente quelli miei del 27 marzo, rendendo più significativa – anche sotto questo aspetto - la limitata affermazione di Fusco.

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