Le consuetudini : norme locali

Il libro delle Corrie

Fin dal tempo dell’Abate Ambrogio erano venute definendosi nel territorio delle “consuetudini”[1] che riguardavano la civile convivenza ed in particolare la disciplina dei pascoli, la regolamentazione dei diritti di famiglia, la divisione dei beni le esecuzioni testamentarie, il rapporto locativo, ecc. Nei primi decenni del XIV secolo queste norme locali vennero redatte in iscritto in lingua latina, raccolte e sistematizzate in un unico testo che purtroppo non ci è pervenuto nella forma originaria ma solo in una trascrizione del XVIII secolo contenuto nel Libro delle Corrie  col titolo “Consuetudines scripte huius civitatis Lipare”[2]. Riteniamo che questa prima stesura debba risalire ai primi decenni del trecento perché portano la data del 1312 le Consuetudini di Patti. Ma a differenza di quest’ultime che furono ratificate dal re, le consuetudini di Lipari lo furono da parte del vescovo anche se, non conoscendo la data della loro ratifica, non conosciamo nemmeno il nome del vescovo.

Per renderci conto del tenore di queste norme pubblichiamo alcuni stralci del documento. A proposito degli affittuari o coloni morosi: “Il locatore di case o di altri immobili propri, se l’affittuario o il colono non paga il canone al locatore della casa o dell’immobile, il locatore stesso può, di sua iniziativa, entrare e appropriarsi di un pegno corrispettivo a quanto gli è dovuto”.

A proposito della vendita diretta : “Qualsivoglia persona…può ogni anno, uccidere e vendere al macello tre bestie del suo allevamento liberamente e senza tasse, e può vendere, per ogni rotolo, ad un denaro in più di quanto vende un macellaio”.

Particolarmente rigorosi si era rispetto ai danni provocati dai propri animali – buoi, pecore, capre, maiali, asini – alle vigne, alle messi, agli ortaggi di terzi per incuria. Per ogni tipo di coltura è specificata una ammenda. Una eccezione era prevista per gli animali lattanti sorpresi con la madre, in terreni di terzi che non erano sottoposti a nessuna penalità. Per le bestie da ovile, pecore e capre in particolare, si procedeva a multarli per centinai di capi.

 

Il toponimo "sotto il palo"

Se i responsabili dei greggi non erano individuati, il baiulo ordinava che le bestie fossero condotte nei pressi della città e raccolte in un apposito recinto. Questa zona si trovava dove oggi vi è piazza Mazzini, lungo il margine orientale e per questo la spianata della Civita veniva chiamata “carcere animalium” o più comunemente “palium” che significava largo, spiazzo, radura da cui il toponimo “sotto il palo” che è giunto fino ai nostri giorni.

Se invece non si trattava di greggi ma di pochi capi come accadeva per i maiali la norma era diversa:”Se un uomo o una donna alleva porci di ‘mannara’… e questi porci vengono sorpresi in orti o vigne senza pali né recinzione, ai padroni delle vigne e degli orti – dopo aver prima diffidato i padroni dei porci a tenerli a bada perché non arrechino danno ai vigneti e agli orti – è data facoltà di chiedere al baiulo l’autorizzazione di potere liberamente abbattere questi porci; i porci stessi, così uccisi, resteranno di proprietà del possessore e padrone delle vigne e degli orti a titolo di risarcimento del danno subito; al baiulo però spetta – in ragione di ogni capo ucciso – un quarto e la testa”.

   

Due pagine del libro Verde o dei Privilegi



[1] Questo paragrafo è stato redatto sulla base di quanto a questo proposito ha scritto Giuseppe Iacolino in Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Dalla rifondazione della communitas eoliana alla battaglia di Lipari del 1339, (Lipari, 2001 pp. 212-215) e La fondazione della Communitas eoliana agli albori della Rinascenza (1095- 1995), (Lipari, 1995. pag. 61-63).

[2] G.Iacolino, Le isole Eolie…, op.cit., pag. 213-216. “Il libro delle corrìe” si trova presso la biblioteca del Museo Archeologico regionale Bernabò Brea di Lipari, come correttamente è riportato in G.A.M. Arena, Bibliografia  Generale delle Isole Eolie, Società Messinese di storia patria, Messina, 1985, pag. 210.. Ma a differenza di quanto riporta l’Arena  che parla di 582 pagine, la copia che abbiamo visionata è composta di 250 fogli e quindi da 500 pagine. Esso – sempre secondo Arena – sarebbe il registro della Corte Capitaniale di Lipari in cui si trovano copiati numerosi atti che furono di fondamentale importanza  per l’economia e la vita sociale delle Isole Eolie. Ed appunto fra questi atti, al foglio 212 sono copiate le Consuetudines scripte huius visitati Liparae. Per il resto il libro contiene lettere ed ordinanze che vanno dal 1574 al 1785. Sempre al Museo, afferma C.M. Rugolo (Il recupero della memoria. I codici dei Capitoli e Privilegi Lipari, in Bulletino dell’Istituto Storico italiano per il Medioevo, n. 105, 2003, pp 404-426), che sembra non sapere niente del Libro delle corrìe perché non ne parla, esisterebbero invece tre codici manoscritti: il primo, indicato con la lettera B, di 83 carte, in pessimo stato di conservazione. Esso contiene i privilegi concessi alla città di Lipari fino alla prima metà del XVI secolo e ricalca fedelmente il contenuto del  Libro verde o dei privilegi che si trova nella Biblioteca comunale di Lipari ( contrassegnato dalla Rugolo con la lettera A). Entrambi i due libri avrebbero come origine la Camera di Sommarìa di Napoli. Avrebbero invece come origine la Regia Cancelleria di Palermo altri due codici, contrassegnati dalla Rugolo con le lettere C e D, che si trovano anch’essi presso la biblioteca del Museo Archeologico. Il codice C composto da 18 carte ha una copertina in cartone con il titolo Libro de’ privilegi, gratie, franchezze, etc. riconduce immediatamente ad un esemplare del 1613 che a sua volta rimanda ad un archetipo perduto del 1519. Il codice D composto di 84 carte evidenzia il proprio carattere di uso quotidiano, una copia di rapida consultazione. Il Libro dei privilegi o libro verde che si trova nella biblioteca comunale di Lipari è composto di 60 carte ed è certamente la copia redatta dalla Camera della Sommarìa di Napoli a metà del 500. All’inizio del libro oltre lo stemma asburgico vi è lo stemma di Lipari. Infine vale la pena segnalare che presso la Biblioteca comunale di Lipari vi è anche un altro manoscritto chiamato Libro rosso citato da Arena ma non citato dalla Rugolo. Questo libro rosso, secondo Arena, contiene gli atti dell’Università di Lipari dal XVI al XVIII secolo e sarebbe composto da 388 fogli. Iacolino a margine di una fotocopia selettiva di questo libro definita, raccolta antologica, dice che contiene decreti vicereali e “banni” del Comune dal 1620 al 1720 circa, non perfettamente ordinati, né tutti al completo. Le pagine che Iacolino indica sarebbero 373.

 

 

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