Le difficoltà di un territorio, e le diffoltà di un vescovo

La valvola dell'emigrazione

 

Alla fine dell’800,  cade vistosamente l’agricoltura soprattutto per via della malattia della vite, la fillossera, che colpisce i tre quinti dei vigneti e soprattutto la produzione di vino e passolina; si esaurisce il ruolo strategico svolto dall’arcipelago come tappa obbligata sulle rotte mediterranee, in un’epoca in cui la navigazione a vela costituiva il mezzo principale per il trasporto di merci e persone dalla Sicilia al continente[1]; armatori e padroni di piccoli velieri si trovano in difficoltà oltre che per la concorrenza delle navi a vapore, perché le ferrovie e le strade, soprattutto lungo la costa tirrenica meridionale, rendevano più facili e meno onerosi i trasferimenti via terra di certe merci[2]; è sepolta dall’eruzione di Vulcano la piccola industria di zolfo e allume; scarsamente redditizia  la minuscola salina di Lingua. Vi era l’industria della pomice che- come abbiamo visto – fra alti e bassi cercava di trovare un proprio percorso di crescita ma non poteva soddisfare tutte le esigenze occupazionali. Vi era anche la marineria peschereccia che si manterrà più o meno stabile quantitativamente anche se stenta a divenire una vera e propria attività professionale. I vuoti causati dalle emigrazioni verranno riempiti da graduali immigrazioni di altri pescatori provenienti dal palermitano, messinese, dalla riviera di Acitrezza del catanese. [3]

Rimaneva – osserva  Giuseppe Arena – ben poco della già fiorente vita economica eoliana[4] e la crisi esplode gravissima. L’incremento e la regolarizzazione del lavoro nelle cave e il piccolo contributo, che può venire da una pesca ancora in via di professionalizzazione, non possono compensare la crisi dell’agricoltura e così la situazione economica generale, al principio degli anni 90 , cominciò a farsi pesante e, nel giro di qualche lustro, divenne drammatica[5].

Una  crisi che si riflette sul popolo minuto. Per tali motivi gli eoliani furono costretti a cercare altrove nuove occasioni di reddito e ciò spiega l’esodo massiccio che a partire dai primi anni del 900 ha interessato l’arcipelago: emigrazione definitiva di interi nuclei familiari prevalentemente rivolta verso i paesi extraeuropei[6].

Nel 1893 cinquecento eoliani vivevano all’estero[7]. Nel 1901 questi dovevano essere non meno di cinquemila, per lo più originari di Lipari e Salina. Dal 1901 al 1914 emigrarono 9.916 eoliani e di questi 6.719 in USA, 2.527 in Argentina e 670 in Australia[8]. Nei primi anni del secolo varie decine di marinai di Filicudi ed Alicudi andarono a lavorare come palombari o come braccianti generici nella costruzione dei nuovi porti in Tunisia, Algeria e a Marsiglia.[9] Non erano pochi i braccianti che non se la sentivano più di fare affidamento sul precario reddito delle campagne o di logorarsi l’esistenza nelle cave pomicifere dove ogni anno due o tre uomini  ci lasciavano la pelle. Era poi improbabile che qui, come avveniva in molti altri paesi della Sicilia, si organizzassero società operaie volte ad obiettivi di rivendicazione. [10]

 

Punto di arrivo per molti? Five Point a New York

Emigranti eoliani in partenza da Canneto

La gran parte degli eoliani che emigra è quindi gente povera che deve affrontare viaggi lunghi e difficili verso i continenti d’oltreoceano su navi che impiegano settimane, stipati in terza classe, superando i travagli e le difficoltà che una letteratura ormai ricca ci ha fatto conoscere. Per chi va negli USA ed a New York, è sono come abbiamo detto la maggioranza, dopo veti giorni di viaggio c’è la quarantena di Ellis Island e poi una metropoli in piena trasformazione con i gravi problemi dell’abitazione, del lavoro, della lingua, dell’assistenza sanitaria. Molti eoliani andarono ad abitare nel quartiere italiano fra Mulberry street e Baxter Steet, “un agglomerato di casacce nere e ributtanti, dove la gente vive accatastata peggio delle bestie[11]. Eppure moltissimi di essi riuscirono a mantenere un loro decoro. E il decoro, malgrado la povertà, è il tratto da cui, forse la maggior parte, non deflette distinguendosi dalla gran parte degli altri immigrati. Il decoro e la dignità ecco il tratto , in genere, dei liparesi che emigrano in quegli anni. Gente che ha famiglia e che tiene alla famiglia e, anche quando la lascia al paese, non se ne distacca spiritualmente, ma pensa a ragranellare un suo gruzzolo per tornare a investirlo a casa e migliorare le dure condizioni di vita. Gente povera ma parsimoniosa e soprattutto profondamente onesta, i liparesi di allora, che sanno che cosa vuol dire “degrado” perché lo hanno conosciuto attraverso la condotta di vita di molti coatti, e se ne vogliono mantenere distanti, separati come da una linea ideale che però loro hanno ben presente.  E così appena possono non vanno ad abitare nel calderone di Five Point ma nelle sue prossimità tenendosi ad una certa distanza come nel quartiere di Sullivan Street dove c’è una chiesa di francescani italiani e possono continuare a praticare una religione che ricorda quella di casa loro. Una vita che in qualche modo ricordi le isole di provenienza. Ed in ciò sono aiutati da tutta una rete di società di mutuo soccorso che permettono un’agevole integrazione nella società americana. Fra il 1898 ed il 1915 se ne costituiranno, fra gli eoliani, ben quattro[12].

New York, Little Italy fine 800

Comunque  quell’ondata migratoria non incise più di tanto sulla popolazione eoliana. 21.210 abitanti contavano le Eolie nel 1891 e 20.610 ne avevano nel 1911. Inoltre  diversi emigranti del primo flusso erano tornati nelle isole per investirvi i loro risparmi mentre quelli che erano partiti lasciando nelle isole la famiglia, regolarmente inviavano le rimesse in valuta che influivano positivamente bell’economia dell’arcipelago che, come si è detto, contava problemi non indifferenti. Ed è proprio grazie a queste rimesse che si cominciano a notare fabbricati interamente ristrutturati, con i prospetti messi a nuovo e finalmente, con all’interno, moderni servizi igienici.

Ma dall’emigrazione non rientrano solo capitali o persone che intendono investire, come vedremo, nelle isole. Rientrano anche persone inferme e affette da malattie contagiose “per le privazioni e dure fatiche in quelle terre” [13]

 

Le difficoltà di un vescovo

 

Ma mentre gli eoliani costretti ad emigrare ricercano nella chiesa cattolica un dato di continuità con la loro vita passata e si stringono ad essa a cominciare proprio dai salinari che all’emigrazione danno un contributo imponente, la borghesia di Salina rimasta nell’isola polemizza col nuovo vescovo mons. Audino giunto da poco a Lipari. Il 24 ottobre del 1899 in una “Lettera del Vescovo di Lipari ai suoi fedeli diocesani” mons. Audino afferma che “Il soffio della malvagia rivoluzione” -  intende quella risorgimentale -  ha invalidato la norma evangelica  del “dare a Cesare quello che è di Cesare, e ad Dio quel che è di Dio” per cui la Mensa vescovile è giunta allo stremo  e non si sa se possa esistere o debba scomparire.

Al vescovo, un comitato di salinari, risponde con una lettera di sette pagine a stampa, con in calce una decina di firme delle personalità in vista. Ricordando la lunga battaglia per affrancarsi dalle decime che giudicano ingiuste perché si usava il frutto annuale dei poveri coltivatori per fare arricchire altri con gli appalti, colle laute pensioni della mensa e perfino con maneggi più o meno loschi. Le rendite della Mensa non gravano in giusta proporzione su tutti i diocesani. La Mensa ha bisogno di sostegno finanziario? Si ricorra ad una forma di autotassazione che gravi su tutti i fedeli indistintamente e non sui soli contadini. “Salina non tenta di sottrarsi al peso rateale del mantenimento della Sede Vescovile; dice soltanto: Dividiamo i pesi in giusta proporzione” [14].

Questa risposta, certo polemica, ma con un fondo di verità non dovette offendere il prelato se, nei quattro anni in cui governa la diocesi, andrà a Salina[15] diverse volte – e vi tornerà anche quando è vescovo di Mazara del Vallo - ed il 21 luglio 1901 consacra il Santuario della Madonna del Terzito a Val di Chiesa.

Nella lettera pastorale che riguardava l’anno santo, l’1 gennaio del 1900, mons. Audino annunzia  - in realtà come diremo i primi passi li aveva già compiuti - la volontà di aprire, “entro quest’anno memorando”, la nuova strada che permetta di accedere alla Cattedrale, “il maggior tempio, e forse l’unico degno di tale nome, che si ammiri in questa città”.

Lavori di fronte alla Cattedrale

I lavori, come si ricorderà, erano stati avviati da mons. Palermo che aveva acquistato i terreni dove doveva essere fatto il taglio e forse aveva anche avviato i lavori di sbancamento. Per questo lavoro il vescovo deve attingere al lascito di mons. Ideo che era – dopo il prelievo fatto da mons. Palermo – di 80 mila lire in titoli che il suo predecessore aveva cadenzato secondo una precisa sequenza di obiettivi. Fra questi non c’era la scalinata ma c’era la costruzione di una nuova Cattedrale e quindi mons. Audino, come prima di lui mons. Palermo, pensando che le due opere fossero fungibili, ritiene che anche la scalinata rientri nel lascito. I titoli di credito mons. Natoli li aveva consegnati alle suore di Carità  che ne amministravano anche gli interessi giacchè fra le destinazioni, all’ultimo posto, vi erano anche le suore di Carità. Così il vescovo si rivolge alla superiora delle suore e chiede i titoli.

Suor Luisa Mandalari, superiora delle suore di Carità, consegna, per ubbidienza, il lascito ma è tutt’altro che convita. Visto infatti che la cattedrale in piano non si faceva e il Seminario era praticamente chiuso pensava che ormai fosse acquisito che, se non tutta la somma, almeno una buona parte, sarebbe andata alla realizzazione dell’Istituto delle suore. Così mentre consegna i titoli fa formale ricorso alla Congregazione dei vescovi e dei regolari chiedendo comunque la tutela degli interessi del suo istituto. L’Audino,  cerca di rassicurare le suore mettendo a loro disposizione 20 mila lire di quel capitale, e contribuendo con fondi suoi propri si appresta a dare il via alle opere di scavo e di sfondamento delle mura. Il preventivo è di 50 mila e pensa che , tutto sommato, può starci dentro. Ora gli occorrono le autorizzazioni di Comune e Governo. Il 9 settembre 1899 scrive al Sindaco trasmettendogli il progetto e si augura che il Consiglio lo approvi nel più breve tempo ed all’unanimità perché “vuole subito cominciare i lavori e compirli con fondi suoi privati entro pochi mesi”.

 

Il progetto della scalinata per la Cattedrale

 

 Il Sindaco, avv. Ferdinando Paino, si muove celermente e non solo per deferenza al vescovo ma anche perché i lavori possono assorbire un po’ di quella disoccupazione che affligge l’isola per via della siccità e della fillossera. E così il 19 ottobre il progetto arriva in Consiglio con la proposta di discuterlo al primo punto dell’ordine del giorno. Ma già fa fatica il Sindaco a fare passare questa precedenza e comunque non riuscirà ad ottenere l’unanimità, come il vescovo sperava, ma si dovrà contentare di diciassette voti contro tre. Inoltre la discussione durò per più sedute e se in generale gli interventi furono tutti di consenso e di plauso non mancarono però osservazioni e critiche. Così il consigliere Caserta vorrebbe la strada a rampe e non a gradini perché una “scalinata immensa stancherà tutti quelli che devono salire alla Cattedrale, tanto che molti preferiranno la vecchia[16]”. Inoltre il Caserta si opporrà anche alla richiesta di chiedere al governo la demolizione di ventun metri di mura perché “si deturperebbe la vetustà monumentale del Castello[17] e suggerisce che si chieda il parere della Commissione Governativa per la conservazione dei monumenti d’arte antichi.

Prima la discussione in Consiglio e poi la burocrazia, i tempi si allungano. Se mons. Arduino pensava che si potesse realizzare l’opera in pochi mesi, entro l’anno santo, dovette ricredersi presto. Infatti soltanto nel maggio del 1903 giunse l’autorizzazione per demolire i fabbricati sulla via Garibaldi di fronte al tratto di mura da sventrare[18], e in agosto si poté mettere mano al taglio delle mura con la gente che accorreva a vedere come ora la Cattedrale sembrasse più vicina. Ad ammirare “la Cattedrale più vicina” però non c’era fra i tanti mons. Audino che proprio nel mese di giugno era stato trasferito a Mazzara del Vallo e con la sua partenza l’opera si bloccherà e passeranno anni prima che venga ripresa.

Probabilmente è con mons. Audino che si inaugurano le collette all’estero fra gli emigranti eoliani per realizzare opere religiose e sociali. La colletta serve per opere di restauro nella Cattedrale  ed il 9 settembre 1901  il vescovo -  quando sono giunte le prime rimesse per 3.300 lire - elenca le cose fatte e quelle che rimanevano da fare[19].

Si deve anche a mons. Audino l’idea di ampliare e abbellire la chiesetta di Santa Lucia che era ai margini del Vallone fuori città. Lì tutte le domeniche mattine i contadini delle campagne scendevano con gli asinelli per vendere i prodotti della loro terra e fare provviste per la settimana. Legavano gli asini agli anelli che pendevano numerosi dal muro di recinzione del terreno vescovile e andavano alla chiesetta di Santa Lucia per ascoltare la messa. Ma i contadini erano tanti e la chiesa era piccola e così la messa finivano con l’ascoltarla solo le donne mentre gli uomini stavano sulla soglia a chiacchierare. Era un andazzo che al vescovo non piaceva e così pensò di affidare la chiesa alle cure spirituali di don Emanuele Scolarici che era un giovane prete vivace socialmente e politicamente ma che aveva anche doti di buon predicatore . Ed in una decina d’anni la chiesa fu ingrandita e restaurata.

Pensava di rimanere a lungo mons. Audino a Lipari perché era giovane e pieno di buona volontà, ma era anche un uomo combattivo che amava impegnarsi ed esporsi nelle cose in cui credeva. Così quando il 28 novembre del 1902 il presidente del consiglio on. Zanardelli presentò alla Camera il disegno di legge sul divorzio, il vescovo decise di fare una crociata sull’indissolubilità del matrimonio. E quale migliore occasione della novena dell’Immacolata per parlare contro il divorzio? Così fece venire a Lipari dei valenti oratori ed organizzò, nell’omonima chiesa al Castello, un grande raduno impegnando confraternite ed associazioni. La chiesa si riempì oltremisura e stava per prendere la parola il primo oratore quando fece irruzione la polizia ed il commissario avvicinatosi all’altare intimò al vescovo lo scioglimento del raduno. Il vescovo – come ebbe a scrivere in una lettera pastorale che fece stampare il 12 gennaio del 1903 – “da prudenza consigliato” dovette “cedere alla forza per evitare altri malanni”.

Ancora poche settimane ed il 4 aprile 1903 riceveva un biglietto da Roma nel quale gli si comunicava, ufficiosamente, che era stato deciso il suo trasferimento a Mazara del Vallo.



[1]  La navigazione a vela diventa un ricordo storico e i vettori liparesi non dispongono dei capitali necessari per rinnovare le loro imbarcazioni. Feluche, brigantini, paranze, paranzelle e bovi, scibbecchi, scorridori e speronare dopo la metà del secolo rimangono ferme sui lidi delle isole dove si consumano divenendo miseri scheletri. Sul finire del secolo solcano però ancora i mari il brigantino Orsolina, la goletta Bella Anima, le tartane Madonna dell’Arco e S.S. Vergine, la bilancella Nuova Rosina, i brigantini a palo Alabama e Luigia. Angelo Raffa – Pirati, corsari, schiavi, marinai, mercanti  - in Atlante.

[2]  G. Arena, op. cit. pag. 52. Rocco Sisci – Marineria di pesca e da traffico nella tradizione eoliana, in Atlante:“Verso la fine degli anni venti del 900 la marineria da traffico appare  Lipari in fortissima crisi: i velieri di un certo respiro sono del tutto scomparsi, mentre sopravvivono ancora, in numero poco elevato, piccole imbarcazioni. Non risolverà il problema – se non per i viaggi a livello locale e con la Sicilia – neppure la trasformazione dei natanti a vela in motovelieri nel corso degli anni 30. E così dopo una effimera ripresa del traffico a vela nel periodo a cavallo del secondo conflitto mondiale, il veliero scomparirà per sempre agli inizi degli anni 50”.

[3] Rocco Sisci – Marineria di pesca e da traffico nella tradizione eoliana, in Atlante:Questo fenomeno inizia ai primi del novecento e andrà gradualmente aumentando fino agli anni 40 del 900. I pescatori acitani ( acatani) si stabiliscono a Lipari a Marina Corta ed adoperano una barca delle loro parti, la palummedda.  Comunque, nella prima metà del 900 ( anni 20 in particolare) la pesca è divenuta a Lipari già una attività professionale, mentre non lo è ancora nelle altre isole.

[4] G.A.M. Arena, L’economia…, op. cit., pp.51-52

[5] G. A.M. Arena, op.cit. , pag. 51.

[6]  Maria Basile- Linee storico-evolutive della consistenza della popolazione . in Atlante.

[7]  1891- In tutto il Comune di Lipari si sono avuti 109 emigranti per New York, 50 in Australia e 22 a Marsiglia. Da Salina sono emigrate 147 persone per USA, 72 in Australia e 5 per l’Argentina.

[8] A. Mori, Emigrazione delle Isole Eolie, in “Rivista Italiana di Socilogia”, XIII, pp.51-63. L’emigrazione eoliana continuò ad essere rilevante anche nel primo trentennio del Novecento. Si fermò quasi del tutto dal 1931 al 1945, riprese con ritmo sostenuto dal 1946 e cessò quasi completamente negli anni Sessanta.Negli anni 50 l’emigrazione eoliana sarà diretta in prevalenza verso l’Australia. G.Arena, op. cit., pag. 53.

[9] G.Iacolino, inedito cit., Quaderno XI , pag. 525.

[10]  Pur tuttavia si avvertirono segnali di effervescenza borghese, di risveglio sociale e di invito al libero dibattito  con la creazione di due periodici locali.

[11] A.Rossi, Un italiano in America, Milano, 1894. Una panoramica efficace della vita degli italiani negli Usa in quegli anni in G.A. Stella. L’orda, Milano 2003.

[12][12] Marcello Saja, Il museo dell'emigrazione eoliana di Salina, Gualdo Tadino, 7-8 giugno 2002, in www.emigrazione.it Anzi la prima società costituita da liparesi e salinari (provenienti dalla vicina isola di Salina) nasce a Brooklin nel 1887 – ben prima della grande crisi della vite – e si chiama “La Lega eoliana. Società di mutuo soccorso”. Dalla bella mostra itinerante “Sicilian Crossing to America and Derived Communities”  predisposta dal CIRCE, Centro internazionale di ricerca per la storia e la cultura eoliana.

[13] Dal verbale del Consiglio comunale del 3 agosto 1912.

[14] A S.E. Mons. Nicolò M. Audino, Vescovo di Lipari, Tipografia P. Conti Lipari 1900. Il Vescovo di Lipari ed i suoi mezzi di sussistenza. Breve risposta del Popolo di Salina alla lettera del Vescovo di Lipari del  24 ottobre 1899 diretta ai suoi Diocesani.

[15] A favore dell’ipotesi che il vescovo si fosse riconciliato con le personalità di Salina, non solo ma che avesse stabilito un rapporto particolarmente cordiale sta il fatto a fine agosto, prima di lasciare la diocesi, passerà nell’isola alcuni giorni di riposo visitando la chiesa della Madonna del Terzito.

[16] Verbale del Consiglio comunale del 19 ottobre 1899.

[17] Verbale del Consiglio comunale dell’1 luglio 1903.

[18] In gran parte fabbricati della famiglia Bongiorno.

[19] G. Iacolino, inedito cit., Quaderno XI, p.512.

 

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