Le Eolie conquistate dai Romani

Dopo la rottura con Agatocle ed i Siracusani i Liparesi cercano nuove alleanze ed incontrano i cartaginesi[1] che avevano conquistato delle città in Sicilia ed erano attratti dalla posizione strategica delle Eolie e dallo spirito ardito di questi marinai. Cartagine teneva in grande considerazione l'alleanza con Lipari tanto che il generale Annibale di Giscone, nominato  pretore in Sicilia, scelse  l'isola, per un certo tempo, come sua residenza  e lì vi dimorò con una poderosa flotta[2]  Fu così che i liparesi si trovarono dentro alle guerre puniche e – fra alterne vicende – seguirono le sorti di Cartagine  attirandosi la forte attenzione di Roma che  giudicava indispensabile la conquista delle Eolie per sorvegliare lo Stretto e le coste settentrionali della Sicilia.

Con la sconfitta dei cartaginesi e dei siracusani del 263 ad opera del console Marco Valerio Massimo, Roma ottenne il dominio su tutta la costa occidentale della Sicilia e quindi l'esigenza di conquistare le Eolie divenne ancora più urgente. Nel 260 a. C. Roma che fino ad allora non aveva avuto una vera e propria flotta ed era del tutto digiuna di battaglie navali, riuscì a dotarsi di cento quinqueremi e venti triremi.

La battaglia navale di Milazzo

La prima impresa navale ebbe come obiettivo le isole Eolie, a dimostrazione, come queste fossero in cima ai pensieri dei romani. La flotta era stata assegnata al console Gneo Cornelio Scipione mentre le truppe di terra erano al comando del console Caio Duilio. Scipione con l'avanguardia della  flotta, formata da 17 navi, raggiunse Messina dove doveva concentrarsi tutta l'armata romana.   Lì, a Messina,avendo saputo che le Eolie erano, in quel momento, presidiate da una guarnigione cartaginese ridotta e probabilmente invogliato da informazioni sulla presenza a Lipari di gruppi favorevoli ai Romani, decise – senza aspettare il grosso della flotta – di puntare sull'isola impossessandosi del porto. Trovò invece una forte resistenza da parte della cittadina che non riuscì ad espugnare. Intanto la notizia dell'attacco giunse a Palermo dove era il quartiere generale di  Annibale di Giscone che prontamente - mentre i Romani erano bloccati in finte trattative di resa - mandò a Lipari 20 navi comandate da Boode suo luogotenente e membro del senato cartaginese.   Questi, - scrive Polibio - compiuta la navigazione di notte, bloccò nel porto Gneo e i suoi. Quando sopraggiunse il giorno, gli equipaggi si dettero alla fuga nella terraferma e Gneo, che era terrorizzato e non poteva fare nulla, alla fine si arrese ai nemici»[3].Le navi cartaginesi, avendo catturato la flottiglia nemica e il suo comandante – che da allora fu soprannominato Asina perchè gli attribuirono come alle asine la paura dell'acqua che avrebbe causato la sua sconfitta - ritornarono a Palermo[4].

Comunque, lo stesso anno, i romani si rifecero contro i cartaginesi, nelle stesse acque di Lipari, riportando una grande vittoria. La flotta era passata sotto il comando dell'altro console Caio Duilio, forte di 130 navi armate di “corvi”, cioè delle passerelle che agganciavano le navi nemiche e permettevano così di combattere con i nemici corpo a corpo. Annibale, qui, fece lo steso errore di Scipione e credendo di avere facilmente la meglio, attaccò i romani riportando una sconfitta devastante. Infatti i cartaginesi persero un terzo della loro flotta, tremila uomini uccisi e settemila fatti prigionieri.. Annibale si salvò ma fu giustiziato dagli stessi cartaginesi[5]. I romani però non approfittarono di questa vittoria ed i cartaginesi rimasero in possesso delle isole Eolie e continuarono a dominare sull'asse strategico Lipari- Tindari.[6]

Comunque i romani non desistettero dal proposito di occupare Lipari. Nel 258 il console Attilio Calatino raggiunse Lipari e vi mise l'assedio ma senza nessun successo. L'anno successivo toccò al console Attilio Regolo –  probabilmente diretto a Lipari per occuparla -  attaccare i cartaginesi che, al comando di Amilcare, veleggiavano un po' in disordine nelle acque di Lipari. I cartaginesi ebbero la meglio sulle prime dieci navi che comparsero loro di fronte, ma quando credevano di aver vinto arrivò il resto della flotta romana che li sbaragliò colando a picco otto navi e catturandone altre dieci. Non riuscirono però nell'obiettivo di occupare Lipari perchè gli abitanti sostenuti dalla flotta cartaginese ancorata nel porto opposero loro una strenue resistenza e li obbligarono, per quella volta, a desistere.

Il console Attilio Regolo

Per quella volta, giacché proprio la vittoria riportata sul mare da Attilio Regolo convinse il Senato romano che la conquista di Lipari doveva essere messa fra le priorità. E certamente questo pensiero dovette essere rafforzato quando nel 253 la flotta  di ritorno dall'Africa fu colta da una tempesta e  non potendo riparare nelle Eolie per via della presenza della flotta cartaginese dovette dirigersi verso Capo Palinuro riportando danni notevoli.

Questo proposito venne a maturazione nel 252 quando il console Aurelio Cotta prese il comando della flotta composta da circa 60 navi e puntò decisamente sulle Eolie reputando sicura la conquista di Lipari addirittura senza bisogno di combattere ma solo attendendone la resa. In realtà Lipari resistette e non solo non si arrese ma combattè strenuamente quando il luogotenente di Cotta – in assenza del console - diede l'assalto alla città . I liparesi respinsero l'urto violento infliggendo ai romani perdite ingenti.

Appresa dal console la sconfitta mentre si trovava in Sicilia, chiese aiuto a Gerone di Siracusa, e con una flotta potenziata si diresse a Lipari deciso ad espugnarla. . Soltanto nell'aprile del 251 gli ultimi difensori della rocca -  malgrado la grande resistenza ed il grande valore dimostrato negli scontri - soccombettero nel crollo delle mura della loro città. Lipari fu completamente distrutta e i pochi superstiti della popolazione sottoposti a durissime condizioni. Eppure malgrado la rabbia e la ferocia contro i liparesi che avevano così a lungo resistito, i romani non si dimenticarono di quanto aveva fatto Timasiteo nel 396 a. C. quando fece liberare la nave romana catturata che recava i doni votivi a Delfi. I discendenti di Timasiteo furono rintracciati ed a loro furono riservati particolari riguardi.[7]

Passata Lipari sotto il dominio di Roma, tutti gli edifici che sorgevano sulla rocca di Lipari furono rasi al suolo e i romani fecero dell'Acropoli una fortezza. Comunque per secoli il velo del silenzio praticamente cadde sulle isole ed i loro abitanti.



[1]              L. Bernabò Brea e M. Cavalier, La ceramica policroma liparese..., op. cit. pag.38.

[2]              L. Zagami,Lipari...,op.cit., pag. 75;Diodoro, XXII,15.  “E Cornelio Asina, l'altro consolo, andò nell'isola di Lipara con sedici navi, ove appellato da Annibale, quasi come di pace volesse trattare, ingannato, com'era usanza di quelli di Cartagine, nelle carceri fue istrangolato”, P. Orosio. Delle storie contra i pagani, Libri VII, Volgarizzamento di Bono Giamboni, Firenze, 1849, pag. 219. Questo generale Annibale di Giscone ( nato nel 290 a.C. E morto nel 260 a.C.) non va confuso con il più famoso Annibale Barca che nacque a Cartagine nel 247 a.C e morì a Lybissa nel 182 a.C.  La versione proposta da Orosio suggerisce  che Scipione fu attratto a Lipari con l'inganno. La tesi dell'inganno è  proposta anche da altri storici come Floro e Zonara.

 

[3] Polibio, Storie, I, 21, Milano, 2001

[4] Quindi contrariamente a quanto sostiene Orosio il console non venne strangolato ma fu portato prigioniero a Palermo e qualche tempo dopo – forse per uno scambio di prigionieri – tornò a Roma dove venne rieletto console nel 254 a.C. Con Aulo Attilio Calatino.

[5]              “ Il più vecchio Annibale, da quelli di Cartagine un'altra volta alle navi preposto, malavventuratamente co' Romani nella battaglia del mare combattendo, fue vinto; e nell'oste sua levatosi uno romore, lapidato e coperto di pietre fue morto. E Attilio console cercate Lipara e Melita [Malta? nda], nobili isole di Cecilia, disfece”.Paolo Orosio, op.cit. Pag. 221. Sempre Polibio ci dice che Annibale di Giscone qualche giorno dopo rischiò di cadere nello stesso errore di Cornelio Scipione Asina. Avendo avuto notizia che il resto della flotta romana stava avvicinandosi alla Sicilia, con venti navi si avvicinò in esplorazione.« Doppiando la punta estrema dell'Italia si gettò sui nemici [...] perse la maggior parte delle navi, mentre egli scampò con quelle rimaste in modo insperato e inatteso.  »Polibio, Storie, I, 21, BUR. Milano. Per questo, essendo riuscito a fuggire alla cattura su una scialuppa, fu giustiziato dai suoi compatrioti.

[6]              L. Zagami, op.cit. pag. 81.

[7]              L. Zagami, op. cit., pag. 84.

 

 

 

 

 

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