Le Eolie dell'800

La polarizzazione sociale di Lipari

A metà dell'800 l'agricoltura è ancora una delle principali riosrse per l'economia.

La situazione sociale, culturale e morale nelle Eolie nella seconda metà dell’800 continuava ad essere decisamente deprimente. L’indigenza e l’analfabetismo colpivano la maggioranza della popolazione, servizi collettivi ed igiene pubblica lasciano fortemente a desiderare e questo anche se, confrontata con il resto della Sicilia, l’economia eoliana  appariva abbastanza prospera. I capisaldi dell’economia erano rappresentati ancora dall’agricoltura, e questa sopra tutti gli altri, malgrado i danni che aveva provocato il male della crittogama della vite; dall’attività di cava e ancora dai traffici marittimi, anche se già nella prima metà del secolo, per via dell’avvento della navigazione a vapore, aveva inizio la crisi della marineria eoliana[1]. Comunque il  livello qualitativo e quantitativo di questa si mantenne elevato almeno sino alla metà dell’800 quando i “padroni di barca” ed i “capitani marittimi” risultavano circa 300. Poi andò calando e nel 1892 erano solo 102.[2]

Anche i traffici marittimi rimangono importanti.

Assai noti fra i padroni, i capitani di barche e gli armatori furono – in questo scorcio di secolo – a Lipari don Giuseppe Spanò, don Bartolo Picone, don Giuseppe Liello, don Nunzio Liello, don Rosario Rodriquez, don Felice Paino, don Francesco Di Stefano col figlio don Giuseppe,, don Giuseppe Bonica, don Francesco La Cava, don Antonino Arena, don Antonio e don Emanuele Saltalamacchia, don Giuseppe Virgona, don Giuseppe Iacono. A Salina don Domenico Giuffré col figlio Domenico, don Gaetano Barca, don Giuseppe Giuffré, don Domenico Re, i fratelli Felice e Giovanni Lauricella, don Onofrio Virgona, don Onofrio Paino. A Stromboli don Giuseppe Di Mattina, don Giuseppe Cincotta, don Vincenzo Criscillo. Fra tanti uomini c’era anche una donna, Marianna Manfré detta Chiaropa, moglie di don Bartolomeo Famularo e madre di cinque figli. Era una ricca e coraggiosa commerciante che spesso guidò personalmente le imbarcazioni con cui andava a fare approvvigionamenti in paesi anche lontani.[3]. Nelle chiese delle Eolie esistono ancora molti ex voto che raccontano delle bufere e delle tempeste incontrati nei viaggi ed ai quali erano scampati “per grazia ricevuta”.[4]

Uno degli ex voto per ringraziare la Madonna per lo scampato pericolo della tempesta in mare.

Questo trend positivo dell’economia – pur accompagnato da gravi squilibri sociali – aveva cominciato ad entrare in crisi a metà dell’800. Eppure, proprio in questi anni, si andava sempre più affermando nelle Eolie una classe borghese di buon livello: possidenti, coltivatori diretti, piccoli e medi imprenditori nel settore della pomice, padroni di velieri e manticane, uomini di commercio e professionisti. Comunque la situazione è differenziata da isola ad isola.

Intono al 1880 le Eolie contavano 18.400 abitanti di cui 12 mila residenti nella sola isola di Lipari e 7 nella città.  A conclusione di una sua visita pastorale in tutte le isole - svoltasi negli ultimi mesi del 1880 - mons. Natoli così parla degli insediamenti abitativi dell’arcipelago: “Solo Lipari può essere considerata città, sebbene sia piccola e poco popolosa. In tutta la Diocesi si contano venti villaggi, tra ai quali i più importanti sono Santa Marina, nell’isola di Salina, e San Vincenzo, a Stromboli. Degli altri villaggi pochi hanno più di mille abitanti, e questo numero va di tempo in tempo

assottigliandosi a causa della continua emigrazione”[

  

Due padroni  di barche di Salina. A sinistra Antonino Lo Schiavo e a destra Domenico Giuffré.

Dal punto di vista sociale la realtà di Lipari appariva fortemente polarizzata : un buon numero di ricchi e benestanti da una parte compreso un ceto emergente  di impiegati pubblici statali e parastatali e una considerevole massa di modesti lavoratori e di indigenti dall’altra compreso i coatti o gli ex coatti che ultimato il loro periodo di relegazione decidevano di rimanere nell’isola.

Se questa, in estrema sintesi era la realtà di Lipari,, la situazione di Alicudi doveva essere al limite della sopravvivenza. “La sua popolazione è di 599 abitanti in case sparse – scriveva Francesco Salino che la visitò verso il 1870- ; produce poco grano; pochi legumi e poco vino, e somministra al capoluogo la legna da ardere…per cui quella popolazione mena vita stentata, e per poco che il raccolto scarseggiasse andrebbe a pericolo di morire di fame,  se non fosse del Consiglio Provinciale e altri che vengono in suo soccorso[6].

Un piccolo "trappitu" di Alicudi per fare l'olio.

 

La condizione nelle isole minori

 

Nelle isole minori, dove a parte i pochi benestanti, regnava un più basso tono di vita – commenta Ugo Losacco -, i pasti consistevano generalmente in legumi, pesce conservato sotto sale e soprattutto verdura; la pasta compariva più di rado in tavola e così pure, in cesti posti, il pane di grano…D’estate gli abitanti di Alicudi e Filicudi vivevano in gran parte di frutta, di fichi, carrube e ancora più di fichi d’India…Di frutta e fichi d’India si nutrivano ovunque, quasi esclusivamente, vecchi, donne e bambini…D’inverno quando il vento e il mare si scatenavano, le barche rimanevano…in secco sulle spiaggette, e il nutrimento si riduceva allora a poche verdure ed erbe, consumate speso senza sale e nemmeno condite. Si poteva sussistere mangiando finocchio selvatico insieme a pane d’orzo, ma era anche possibile rimanere privi di tutto… e nelle sperdute casette delle isole più piccole e distanti si soffriva la fame. E di fame si poteva anche morire nelle Eolie, in questo scorcio del secolo passato: sette persone, infatti, erano morte di inedia in un solo inverno, pochi anni prima che l’arciduca Luigi Salvatore vi si recasse[7]”.

Ancora più miseranda la situazione di Vulcano e dei suoi abitanti. Tra il 1860 e il 1872 il ritmo produttivo delle officine Nunziante s’era andato sempre più allentando una volta morto il marchese. Vi erano i figli assistiti dal procuratore don Ambrogio Picone ma la spinta propulsiva degli inizi era venuta meno. Il geografo francese Elisée Réclus che la visitò nel 1872 approdò dalla parte di Gelso e subito vide “qua e là variopinti lembi di verzura, vigneti e oliveti, e come punti bianchi vi si distinguono tre o quattro casupole abitate da coloni che provengono da Lipari[8]. Lo scenario cambia quando tocca il Porto di Levante e si incammina, guidato forse dal Picone, verso il cratere. Qui “alcuni isolani, ormai assuefatti come le salamandre della favola a vivere tra le fiamme, vanno qua e là raccogliendo le stalattiti di aureo solfo ancora fumante, e le fini punte dell’acido borico candide come piume del cigno…Quantunque la superficie di Vulcano si estenda per cinquanta chilometri quadrati, non è stabilmente abitata che da sei o sette operai intenti a farvi raccolta di zolfo e di acido borico e a fabbricarvi l’allume. L’officina è un meschino tugurio che per colore si confonde colle roccie circostanti; gli operai veri trogloditi, succinti in sordide vesti alle quali la polvere della lava dona una tinta di ruggine, dimorano negli antri della montagna di Vulcanello. Tentarono di coltivare legumi nella convalle delle ceneri e delle scorie, ma invano; ogni fil d’erba vi si spegne, e fra i molti frutteti colà piantati non restano che due o tre ceppaie di fichi rattrappiti e morenti. Ogni settimane deesi aspettare da Lipari una scorta di vitto; se per malavventura il battello delle provvisioni mancasse ad un solo dei suoi viaggi, la piccola popolazione di Vulcano sarebbe condannata a perire di fame”

Gli operai dell’officina erano, lo ricordiamo, coatti della colonia di Lipari. Il primo luglio del 1873 gli eredi di Nunziante vendettero tenute e strutture allo scozzese James Stevenson, proprietario di fabbriche chimiche, che decide di raccogliere e lavorare acido borico, sale ammonico e zolfo; abbonda l’allume che non rende. Si lavora dentro il cratere, nel fabbricato che è stato ristrutturato e si sono impiantati due mulini per macinare il minerale. Il prodotto viene spedito in Inghilterra.[9] Ma il tentativo di rilancio non ebbe successo.

Indubbiamente migliore doveva essere la situazione di Stromboli. Gli abitanti di Stromboli – osservava Elpis Melena nel 1860 – “coltivano con successo le loro piccole pianure sulle quali cresce cotone e una quantità veramente eccellente di vite il cui ricavato è sufficiente ai loro bisogni”. La popolazione che allora contava 400-450 persone era laboriosissima. “Sulla spiaggia infuocata dal sole gli uomini erano occupati a scaricare i prodotti stranieri e a caricare quelli locali, a riparare le loro imbarcazioni e le reti, mentre le donne della contrada si dedicavano alla pulitura del grano, alla cottura del pane, all’essiccatura dei fichi e dell’uva e ad altre occupazioni domestiche”[10].

E questo anche se gli abitanti delle isole minori, ancora nel 1860, come osserva appunto la Melena “dovevano versare al vescovo di Lipari non soltanto la decima dei loro raccolti, ma anche dei cereali e degli altri generi alimentari che essi ritiravano dalla Calabria per il loro fabbisogno”[11].



[1]           Angelo Raffa – Pirati, corsari, schiavi, marinai, mercanti  - in Atlante .

[2]                Rocco Sisci – Marineria di pesca e da traffico nella tradizione eoliana, in Atlante.

[3]              Era nata il 7 aprile 1798 e morì il 29 dicembre 1879.

[4]              AA.VV, La religiosità popolare e le devozioni domestiche, in I sentieri di Didime, a cura di Sergio Todesco e Riccardo Gullo, Messina 1999.

[5]              Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B f. 259.

[6]              F .Salino, Le isole di Lipari, in “Bollettino del Club Alpino Italiano”, anno 1874, p.147.

[7]              U.Losacco, Nelle Isole Eolie alla fine dell’Ottocento, in “L’Universo”, anno LII, n.5 Sett-Ott. 1972, pag. 986.

[8]              F. Bourquelot e R.Réclus, La Sicilia, Milano, 1873, pp 99-73.

[9]              F.Salino Le isole Lipari, in Bollettino del Club Alpino, anno 1874, Torino, pp.178- 180.

[10]             E. Melena, op.cit., pag. 86.

[11]             Idem

 

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