Le Eolie e la “grande guerra”.

Una guerra lontana per i più

Certo le Eolie, come d’altronde tutta la Sicilia, erano lontane dal fronte di guerra, eppure non si può dire che ne siano rimaste estranee ed indifferenti. Al di là di molta retorica che voleva che la guerra affratellasse l’Italia in realtà gli effetti interni, economici e  sociali, furono sicuramente più negativi che positivi. Perché, se è vero che i contadini meridionali e gli operai settentrionali parteciparono alla lotta a fianco alla borghesia, scoprendo di fare parte di una stessa nazione e sperando in un riscatto sociale, è ancora più vero che la guerra del 1915-18, come d'altronde quella coloniale del 1911-12 voluta da Giolitti, si rivelò – oltre che pesante in termini di perdita di vite umane tanto che non c'è paese della Sicilia che non abbia la sua lapide di caduti - anche eccessivamente costosa ed incise duramente proprio sul mezzogiorno e le zone rurali bloccandone lo sviluppo, stravolgendo i commerci, comprimendo i prezzi del grano e della farina e alimentando così  il mercato nero e con esso la mafia. Inoltre i contadini tornati dal fronte trovavano disoccupazione e nuove restrizioni all'emigrazione e vivevano in clima di continua tensione ed agitazione come, d'altronde, i piccoli borghesi che avevano ricoperto, durante i combattimenti, ruoli di ufficiali e di comando ed ora mal sopportavano di dover tornare a funzioni subalterne. Questa tensione e questa agitazione qualche volta divenivano protesta politica come per l'occupazione delle terre, oppure progettualità sociale attraverso il movimento cooperativo, ma più spesso, purtroppo, trovavano sfogo in forme di microcriminalità e di prevaricazione E sarà proprio questa miscela esplosiva di frustrazione, microcriminalità e prevaricazione – diffusa su tutto territorio nazionale – che verrà utilizzata da strutture di potere senza scrupoli per dar vita a quella svolta reazionaria che porterà al fascismo.

Di questa travagliata vicenda le Eolie, oltre alle lapidi con i loro tributi di sangue, conservano ben poco nella memoria collettiva anche se Lipari, come abbiamo visto, non mancò allora di partecipare all'eccitazione nazionalistica e patriottica che si sviluppò dal 1911 fino al 1918.  Ma Lipari e le Eolie soprattutto risentirono gravemente delle restrizioni e dei condizionamenti bellici a cominciare dall'industria della pomice che si vide chiusi molti mercati e quindi ridurre fortemente le esportazioni e con esse il lavoro degli operai e le entrate del Comune per il quale la tassa sulla pomice era divenuto l'unico vero provento. Una economia di sopravvivenza, mancanza di lavoro, carenza di generi alimentari, collegamenti marittimi traumatizzanti , blocco delle opere pubbliche sono i caratteri più significativi di questa fase.

 

Ma i problemi economici si fanno sentire

 

Dure e realistiche sono le considerazioni a proposito del Bilancio comunale che fa il consigliere Palamara nel Consiglio del 2 maggio 1917. “Nessuno ha saputo prevedere – esordisce il relatore in un discorso che è lontano dalla retorica nazionalistica di quei tempi  – la durata di questa immane conflitto e nessuno può ergersi a profeta per prognosticare la fine. Di ciò la necessità di occuparci e di preoccuparci delle risorse del nostro bilancio che vanno sempre più sensibilmente assottigliandosi e necessariamente si dovrà al più presto ricorrere alle odiate tasse, che potrebbero in parte scongiurarsi imponendosi la più stringata economia”.  Ma nel momento attuale il paese non può sopportare alcuna tassa e quindi bisogna rinunciare alle spese facoltative. Già nel 1916 senza le spese facoltative si avrebbe un disavanzo di circa 100 mila lire che nel 1917 raddoppieranno sempre non considerando le spese facoltative. Quanto al mutuo in cui si spera, si tratta di “un pio desiderio per gli ingenui”. Quindi si è di fronte ad una alternativa: o aumentare le tasse o prendere delle decisioni drastiche rispetto alle uscite “sopprimendo e sospendendo tutto ciò non dovuto per legge e limitando le spese obbligatorie al vero fabbisogno”.

Nel Consiglio del 21 dicembre dello stesso anno si discute sulla risposta della Cassa Depositi e prestiti a cui si era chiesto un mutuo di 300 mila lire per portare a compimento le opere appaltate fin dal 1914 che sono la rotabile Lipari-Canneto e  il lasticamento delle vie Vittorio Emanuele e Maurolico di Lipari e i cui lavori procedevano regolarmente. La Cassa dice che vista la situazione generale, Lipari deve ridurre la richiesta al finanziamento di una sola opera. L’assessore ai lavori pubblici Felice Ferlazzo dice che questo è impossibile. Lipari fin che ha potuto ha fatto fronte con i fondi comunali ma ha chiesto il mutuo quando questi, per la crisi della pomice, si sono venuti esaurendo. Bloccare alcuni lavori vuol dire subire danni ingenti. Per cui alla Cassa si deve rispondere che Lipari ha bisogno di non meno di 170 mila lire.

Comunque la crisi del Comune si trascinerà e nel luglio del 1919 si arriverà alle dimissioni perché l’amministrazione è bloccata da uno sciopero dei dipendenti salariati che reclamano gli aumenti, il carovita, il pagamento degli arretrati. Il Sindaco Gaetano Paino non sa come farvi fronte proprio per le gravi condizioni del bilancio conseguenza della guerra  che “ha tutto sconvolto”.

 

Fra paura delle epidemie ed ospiti indesiderati

 

La guerra non vuol dire per le Eolie soltanto crisi economica ed amministrativa. Pesa su queste isole il marchio di luogo di confine e per alcuni relegati che partono altri ne arrivano e comunque la psicosi dei possibili arrivi di ospiti indesiderati portatori di epidemie fisiche o morali permarrà a lungo.

La vittoria in Libia aveva avuto una conseguenza. Sul finire del 1912, erano stati mandati al confine a Lipari una decina di  persone reduci della resistenza in Tripolitania. Questi erano stati alloggiati in casupole e magazzini fatiscenti nel quartiere di Sopra la terra. Da allora quella zona  si chiamò quartiere arabo e questa etichetta rimase nel tempo anche quando questi reduci, dopo meno di un anno, andarono via e lì rimasero ad abitare solo i pescatori acitani che divennero anch’essi “gli arabi”[1].

Comunque la paura che “gli arabi” potessero tornare ed in maggior numero, rimase nel paese tanto che il 10 giugno 1915  il Consiglio comunale si mobilita quando si diffonde la notizia dell'arrivo di 600 arabi espulsi dalla Tripolitania. Si decide di telegrafare al Ministro dell'interno, al Prefetto ed al deputato del collegio, l’on.Ugo di Sant'Onofrio, chiedendo di sospendere l'invio, per l'oggi ma anche per l'avvenire. E si ricorda, una volta di più, che Lipari se malamente sopporta una colonia di domiciliati coatti – che è ancora presente - non potrebbe tollerare questi nuovi confinati, i quali costituirebbero grave pericolo per la pubblica salute e per la moralità.

Il 27 dicembre il Consiglio Comunale viene convocato perché ci sono due novità: una che rallegra ed una che preoccupa. La buona notizia è che finalmente è stata tolta la colonia dei coatti e per questo si ringrazia il Governo e ci si augura che il futuro non debba più presentarsi questo problema perché – viene detto in Consiglio – la colonia non è scuola di redenzione ma di criminalità.

Chiusa la colonia i reclusi vengono in parte trasferiti, altri tornano alle loro case, diversi - oltre quelli che da tempo si erano accasati e si erano rifatti una vita -  rimangono a Lipari, molti sbandati ed emarginati. a vivere come barboni, sempre ubriachi, gettati lungo le strade. Ancora nel 1919 il Consiglio fa voti che sia ripristinata a Lipari una Brigata di Pubblica Sicurezza ed a Canneto una sottobrigata giacché nel Comune c’è “un numero considerevole di coatti che possono turbare, come speso avviene, l’ordine pubblico[2] .

La notizia che preoccupa e che a Lipari sono arrivati e stanno arrivando nuovi ospiti. Quanti? La voce di popolo parla addirittura di 30 mila. Il 27 dicembre ancora  non si sapeva se si trattasse di profughi o prigionieri ed il Consiglio – pur ritenendo che un contributo Lipari doveva darlo ai sacrifici per la guerra in corso – aveva chiesto che - piuttosto che profughi che, per i disagi patiti, potevano essere veicolo di malattie ed inoltre sarebbero stati liberi di muoversi per il paese – si mandassero a Lipari dei prigionieri che sarebbero stati controllatati dai soldati e alloggiati in luoghi assegnati. Infatti Lipari era un’isola popolosa, aveva problemi d’acqua, non aveva adeguate strutture sanitarie e se scoppiava una epidemia sarebbe stato un dramma per tutta la popolazione. Inoltre una epidemia avrebbe nociuto al commercio della pomice che ora, dopo la guerra, si sperava che riprendesse a pieno ritmo. Invece, quando il Consiglio torna a riunirsi il 27 gennaio è chiaro che si tratterà di profughi e fra di essi alcuni sono malandati in salute. Inoltre l’ufficio sanitario dove vengono visitati è proprio posto in centro al paese e  quindi cresce l’allarme. A questo punto il voto del Consiglio è che ci si limiti ai profughi già arrivati e non se ne mandino altri e se proprio altri ne devono arrivare vengano dopo un periodo di quarantena, che vengano mandati infermieri e personale sanitario e il gabinetto batteriologico sia tolto dal paese e spostato al Castello, che anche al Castello vengano fatti alloggiare gli ospiti.

Probabilmente la preoccupazione per i profughi rientrò in fretta . Essi furono mandati al Castello ed anche al Castello, nei locali dell’ex palazzo vescovile,  fu spostato il gabinetto batteriologico Rimase invece viva nella popolazione la preoccupazione per il ripristino della colonia coatta .Ed ogni tanto questa esplodeva. Come quando si diffuse la voce che alcuni interessati avessero inviata una petizione al Governo per chiedere il ripristino della colonia. Così il Consiglio del 5 dicembre 1916 vota un ordine del giorno in cui si minacciano le dimissioni in massa se dovesse verificare questa eventualità ed all’on. Ugo di Sant’Onofrio si fa sapere che la fiducia che il paese ripone nella sua persona sarebbe scossa profondamente.

 

Il Lazzaretto a Pignataro di fuori

 

Ma per quante assicurazioni si ricevessero la preoccupazione restava e, come vedremo, nel 1926 portò ad una vera e propria sollevazione popolare.

Quando l’amministrazione comunale faceva presente al Governo che l’isola era impreparata a far fronte ad epidemie e che l’eventuale diffusione di queste avrebbe creato problemi drammatici era perché con questa preoccupazione si era convissuti fin  dal 1911 quando si ripresentò il problema del colera e più tardi, negli anni della guerra e del dopoguerra[3], anche quello del vaiolo. Ed è stato per questo che fin dal 21 giugno 1911  l’amministrazione comunale fu sollecitata dalla Prefettura a disporre di un ospedale di isolamento per mettere i malati di malattie infettive. Così fu preso in affitto un  fabbricato a Pignataro di Fuori di proprietà del’ing. Gaetano Martines e quel posto, da allora, si chiamò il  Lazzaretto. Non sappiamo se si trattò di una pura formalità perché era necessario avere un posto con questa finalità o se veramente lì furono ricoverati dei malati infettivi. Il fatto è che nel 1919 l’edificio risultava non “idoneo,” perché semidistrutto, mancante degli infissi, inaccessibile via terra e raggiungibile solo a mezzo barca[4]” e per queste ragioni, quando ci fu una epidemia di vaiolo, non si potè farne uso e si dovette occupare, per tale scopo, il vecchio palazzo vescovile[5] al Castello. Così il Commissario prefettizio, Attilio Stagno, che era stato mandato a sanare una situazione disastrosa,  disdisse l’affitto..

Pignataro case di fuori dove era collocato il Lazzaretto.

 

Della Grande Guerra rimase anche , a ricordo, la grande croce del Monte Rosa di cui pubblichiamo un commento tratto dal libro di Mons. Alfredo Adornato, Due millenni si Storia Eoliana, Messina, luglio 2000.


[1] G.Iacolino, Strade che vai, memorie che trovi, Milazzo 2008, pag.140-141.

[2] Verbali del Consiglio Comunale del 4 febbraio 1919.

[3] Una epidemia vaiolosa si sviluppa nel 1919 e 1920 infatti nel Consiglio del 28 marzo 1922 il Presidente informa che “il signore Esposito Salvatore ha fornito al Comune per gli infermi ricoverati in questo Lazzaretto, il casermaggio per un complesso di giorni 377 e precisamente dal 19 marzo 1919 al 31 marzo 1920 al prezzo convenuto di lire 0,55 per ogni fornitura di letto completo” e quindi per un totale di lire 4.385,00. 

[4] Verbale del Consiglio comunale del 17 settembre 1919.

[5]Per questo edificio che probabilmente era divenuto ospedale di isolamento e anche centro di controllo sanitario dei profughi giunti nel 1915, ma non era entrato nelle disponibilità del Comune, il 22 febbraio 1919 il Consiglio chiede al Governo l’occupazione temporanea del caseggiato che afferma essere di proprietà demaniale, il camerone San Nicola, il gabinetto batteriologico ed il bagno annessovi potendo il Comune avere bisogno di adibirlo in linea provvisoria per ospedale qualora venisse a mancare l’ospedale attuale. Delibera anche di chiedere il materiale sanitario di arredo. Dal verbale del Consiglio del 22 febbraio 1919

 

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