Le Eolie nel 400

Difficoltà economiche e pratica della pirateria

All’inizio del 400 le Eolie contavano ormai circa 5 mila abitanti ma - anche se andava emergendo una borghesia terriera e nel settore dei trasporti - le condizioni di vita non erano agevoli soprattutto per il popolo. Gli scontri che si susseguivano sulla terraferma con devastazioni non favorivano le attività produttive. Inoltre Lipari dipendeva  dall’esterno per quasi tutto: grano, legname, metalli lavorati, stoffe, carne salata, stoviglie di terracotta ecc. mentre si esportavano poche cose: qualche partita di vino, di uva passolina, di allume, di zolfo, di pomice, di pesce, i cereali. Inoltre i prodotti della terra non bastavano nemmeno alle necessità degli abitanti. Per questo vi era bisogno di rapporti con la terraferma. Cosa non facile visto che le Eolie appartenevano al regno di Napoli diversamente dal resto della Sicilia e le terre del regno di Napoli erano distanti. Già nel 1394 i liparesi avevano chiesto al duca Martino di autorizzare un accordo con i messinesi che permettesse l’accesso al loro porto e vicendevoli rapporti di traffico. Ora, il 2 settembre del 1400 si rivolgono al re di Napoli perché confermi i privilegi che le isole godevano di esenzione da gabelle, dazi, pedaggi, tasse di esportazione, diritti di ancoraggio, sia per il mare che per la terra, relativamente ad ogni genere di beni, di merci e di mercanzie. Ed il re, che aveva tutto l’interesse di tenere legate a se queste isole, le conferma[1]

Rappresentazione teatrale su Alfonso il magnanimo

Ma proprio gli scontri continui e le guerre intestine favorivano in quegli anni la pirateria per mare. La pirateria dei turchi ma anche la pirateria della gente delle coste italiane fra le quali i liparesi – la cui marineria si dedicava al trasporto merci per buona parte del Mediterraneo - che non erano certo gli ultimi anche in questo settore. Sono proprio gli studi sul commercio genovese che ci dicono come dal 1485 al 1498 un buon numero di imbarcazioni di Lipari, di piccola portata assicuravano i collegamenti, per conto dei genovesi,  per il  trasporto di merci ( grano, zucchero, lino, panni, formaggi) fra la Sicilia, il nord Africa ( Susa, Tunisi, Orano), Venezia e i porti toscani[2].Mentre altri documenti ci informano proprio sull’attività di pirateria a cominciare dalla licenza del 1432 del re Alfonso il Magnanimo che autorizzava la “cursarìa contra li inimichi”[3], senza trascurare la testimonianza di Sabatino Russo, mercante ebreo di Lecce, che nel 1399 racconta di essere stato depredato della mercanzia che aveva stivato sulla cocca[4], proprio da una galea di Lipari[5].

Schiavi delle galee

 

Contro le angherie dei militari

 

Inoltre la vita degli abitanti era resa difficile dalle soperchierie e dalle angherie dei militari, a cominciare dal capitano d’armi e di giustizia e dagli altri funzionari del regno. Non si spiegherebbe altrimenti le concessioni ottenute per l’ Università di Lipari il 21 luglio del 1404 dal re Ladislao e  che sono trascritte nel “Libro dei Privilegi”[6]. Si tratta di divieti a soprusi o arbitri che dovevano essere abituali da parte del Capitano della città e che vengono intesi come “privilegi”. Valga per tutti questo : “Nessun liparese può né deve essere molestato o costretto a dare vitto, alloggio, ospitalità o altra cosa al Capitano della medesima Città o ad alcuno del suo seguito o ad altri funzionari inviati dalla maestà del Re; o obbligato, nella persona o nelle sue bestie o nelle sue cose, per qualche fabbrica o per mura da elevare nella detta Città di Lipari o altrove per conto della Maestà del Re; comunque, se di qualcosa quelli hanno bisogno, possono ottenerla a discrezione e per il tramite dei Giurati della Città e non con l’imposizione o l’estorsione, bensì dietro giusto compenso di denaro”.

Essendo di fatto le Eolie un territorio di frontiera fra Napoli e Palermo, tutto il 400 è caratterizzato dai privilegi per conservarsi la fedeltà degli eoliani o delle strategie, spesso accompagnati da altri privilegi, per conquistarseli che i regnanti dell’una e della’altra parte loro riconoscono o si impegnano di riconoscere. Così il 15 gennaio del 1420 la regina del regno di Napoli Giovanna II d’Angiò- Durazzo confermava i privilegi dei liparesi ed al tempo stesso tempo sosteneva la sua legittimità di regina di Sicilia rivendicando cioè la podestà sull’intero regno del meridione d’Italia, come esso era al tempo dei normanni e degli svevi.

 

La tratta dei privilegi

 

Il 18 luglio del 1421 ancora i privilegi erano confermati da Alfonso V d’Aragona che era re di Trinacria ma aspirava, essendo stato adottato dalla regina Giovanna, ad acquisire di fatto e non solo di diritto tutto il regno del meridione. Inoltre lo stesso re che comprendeva quanto questa prospettiva fosse fragile – anche per la volubilità e l’influenzabilità della regina Giovanna -  voleva profittare della situazione contingente che gli dava un ruolo anche su Napoli per tirarsi dalla sua parte i liparesi, e così qualche mese dopo, il 21 ottobre, deliberava l’equiparazione dei liparesi nei diritti – franchigie, immunità e prerogative, privilegi e grazie - con quelli degli altri cittadini del Regno di Sicilia. Una mossa  astuta perché, come commenta Pietro Campis[7], si rese ossequiosi ed obbedienti i liparesi “ dismenbrandoli insensibilmente dal Governo della regina Giovanna e sugettandoli come Re che era di Sicilia”. Ed infatti già l’anno dopo i rapporti fra Alfonso e Giovanna sono in crisi e il re il 18 luglio 1422 torna ad occuparsi delle Eolie e riconosce ai liparesi anche i privilegi che sono propri dei cittadini di Messina. Una disposizione che non venne gradita dal viceré e dai  ministri del re a Palermo e così Alfonso fu obbligato ad un nuovo intervento d’autorità presso questi il 21 agosto.

Ed i liparesi ricambiarono Alfonso con impegno e fedeltà fornendogli un contributo notevole nello scontro dentro la città di Napoli che nel maggio del 1423 contrappose questi alla regina. Così Alfonso torna a scrivere, il 31 maggio, in favore dei liparesi ai suoi subordinati di Palermo accompagnando l’ordine con la minaccia di una sanzione. E questa volta il viceré recepisce.

Porto di Napoli

Ancora qualche settimana e Alfonso, prima di tornarsene in Spagna, compie un ultimo atto di governo del regno di Napoli, che stava per perdere, aggregando le Eolie alla Sicilia. Una ordinanza che viene formalizzata il 6 agosto 1425 dal viceré. Ecco la parte centrale di questo documento come ce lo riporta Pietro Campis: “ditta Città et Isola di Lipari s’abbia in avvenire e s’intenda agregata al regno di Sicilia insegregabilmente come sono l’altre Isole del ditto Regno o al ditto Regno adiacenti, e godano li ditti Liparoti quelli prerogative, esemptioni, gratie, favori et ancora  quelle franchezze et onori i quali godono e de’ quali si servono i ditti abitatori della Città di Messina, intendendosi sempre et in ogni tempo ditta Città di  Lipari agregata et unita al Regno di Sicilia”[8].   

Quando poi Alfonso conquista Napoli e nel 1543 ottenendo l’investitura dal papa con la designazione del figlio Ferdinando a suo erede e coronando così il suo sogno che perseguiva da anni, non si dimentica dei liparesi ed in un documento del 31 maggio 1445[9] conferma i privilegi e ribadisce i richiami a quei funzionari che si ostinano a non riconoscerli.

 

Fra recrudescenza vulcanica e pirateria saracena

 

Sono poche le notizie che abbiamo delle Eolie anche per quegli anni e per la gran parte legate alle strategie dei regnanti. Fa eccezione una informazione connessa ad un fenomeno vulcanico. Proprio mentre avvenivano i fatti che abbiamo narrato, il 5 febbraio del 1444, all’alba ci ha una violenta eruzione di Vulcano che provoca grande spavento anche perché furono lanciate verso l’alto mucchi di pietre infuocate, di straordinaria grandezza, e queste caddero in mare ad oltre sei miglia dall’isola[10].

Ferdinando I di Aragona

Nel 1450 re Alfonso che era divenuto re di tutto il mezzogiorno, riporta le Eolie sotto il regno di Napoli che aveva voluto autonomo, destinandolo al figlio. In previsione della sua  morte – avvenuta nel 1458 - Alfonso divise nuovamente le corone assegnando al figlio Ferdinando detto Ferrante il territorio italiano continentale (regno di Napoli o ''regno di Sicilia al di qua del faro''), mentre l’Aragona e isole al fratello Giovanni II di Aragona. Le Eolie riprendono a questo punto una strada diversa della Sicilia e tornano ad avere come riferimento Napoli.

A Lipari intanto oltre alla preoccupazione per la recrudescenza  dei vulcani e forse, più di questa, vi era la preoccupazione della pirateria saracena  e quindi balza in primo piano il problema della prevenzione e della difesa. Così nel 1458, il 25 luglio, una delegazione di ambasciatori e Sindici di Lipari si presentarono alla corte del re  con una serie di richieste ma soprattutto quella che si  ordinasse al vescovo di Lipari, che deteneva ricordiamolo la signorìa sulle Eolie, di riparare dove necessario le mura e di ripristinare la “guardia de lo monte”come avveniva in passato. E nel caso il vescovo non avesse provveduto  di autorizzare il Capitano della Città a realizzare queste opere e a svolgere queste attività con gli introiti del vescovato[11]. Il sovrano acconsentì a tutte le richieste, compresa quella che venissero assoggettati ai privilegi e quindi non pagassero dazio non solo le mercanzie che i liparesi vendevano direttamente nel regno ma anche quelle che vendevano tramite intermediari, purchè – precisava il re - si avesse la certezza che si trattasse di merci dei liparesi. Infine il re acconsentì anche alla richiesta che la galea reale fossa armata con uomini di Lipari, come usava fare re Alfonso, e che la città potesse fregiare il suo stemma con la corona reale attestando così la sua fedeltà. Ed è appunto dal 25 luglio 1458 che lo stemma di Lipari porta sopra al castello con le tre torri e la figura di San Bartolomeo sulla porta, la corona reale con la scritta “Per troppo fedeltà porto corona”[12].

Il vescovo di cui si parlava in questo documento era Bartolomeo di Salvo che era stato nominato dal papa il 13 ottobre del 1432, due mesi e mezzo dopo la morte di Antonio Comito. E comunque allo stesso vescovo proprio nel 1458, all’inizio di aprile, il viceré di Sicilia aveva ordinato “di innalzare una torre nell’Isola di Lipari col concorso dei Liparesi; nel caso in cui disattendono l’ordine si portino alla sua presenza in Palermo[13].

Quando Bartolomeo di Salvo morì il papa Pio II elesse vescovo di Lipari, il 19 giugno 1461, un frate domenicano dotto e religiosissimo, Francesco da Stilo di Calabria, Si deve probabilmente a questo vescovo l’insediamento a Lipari, tra il 1465 ed il 1480, di una comunità di frati minori osservanti della provincia monastica di Calabria che sancì, suggerisce Giuseppe Iacolino[14], la cessazione dell’esperienza nelle Eolie dei fraticelli spirituali. Probabilmente infatti questo vescovo, pur essendo divenuto domenicano, doveva aver frequentato e conosciuto questi francescani che proprio a Stilo erano presenti fin dal 1426.

 

Il convento di San Bartolomeo alla Maddalena

 

Il disegno di Maurando (particolare)

Comunque questi frati a Lipari insediarono il loro convento e la loro chiesa alla Maddalena che dedicarono a San Bartolomeo. Una chiesa con un alto campanile ed a lato un convento che dovevano sorgere pressappoco dove oggi è la chiesa di San Giuseppe e la cui immagine ci è stata tramandata nel disegno del cappellano francese Jerome Maurand che partecipò con le navi di Ariadeno Barbarossa alla ruina del 1544. A questi francescani si deve il rinvigorirsi della pietà religiosa a Lipari con la pratica di alcune devozioni come quella del SS. Nome di Gesù con la diffusione di un monogramma a caratteri greci IHS di cui qualche esempio forse è possibile ancora trovare nelle vecchie case dell’isola ed il culto di San Bartolomeo legato alla data del 13 febbraio in ricordo dell’arrivo a Lipari del corpo del Santo.

Oltre a questa  reviviscenza religiosa l’altra informazione che si riesce a ricavare dai pochi riscontri del periodo è la discreta presenza di gente di Lipari su imbarcazioni da combattimento e mercantili. Facendo riferimento alle annotazioni di carico[15], Giuseppe Iacolino[16] ha individuato almeno quindici riferimenti a cittadini liparesi che fra il maggio del 1486 e l’aprile del 1497 hanno frequentato i porti di Manfredonia e Barletta.

Quando Francesco da Stilo si dimise per l’età avanzata gli succedono vescovi che probabilmente non hanno mai risieduto alle Eolie o vi hanno compiuto qualche fugace apparizione. D’altronde era una abitudine particolarmente diffusa all’epoca e per di più la diocesi di Lipari poteva vantare i disagi della navigazione per raggiungerla ed i rischi connessi alle incursioni dei pirati[17].



[1] Libro dei Privilegi della città di Lipari, f.7v. in G.Iacolino, op.cit., pag. 163-164.

[2] D. Gioffré, Il commercio d’importazione genovese alla luce dei registri del dazio (1495- 1537), in “Studi in onore di Amintore Fanfani,V, Evi moderno e contemporaneo”, Milano, 1962, pag. 195, n.169.

[3] C.M. Ruvolo, Operatori commerciali di Lipari nel Mediterraneo – secoli XV-XVI, in “Scritti in  onore di Salvatore Tramaontana” ,Cava dei Tirreni, 2003, pag. 351,n. 14.; G.Iacolino, op.cit. pag. 165.

[4] Tipo di nave medioevale,di forma rotonda, che poteva raggiungere una stazza di mille tonnellate.

[5] A.Stussi, Antichi testi salentini in volgare, in “Studi di filologia italiana”, Bollettino italiano dell’accademia della crusca, 23 (1965) pag. 197; G. Iacolino, op.cit., 166-167.

[6] G.Iacolino, op.cit., pag. 170-171.

[7] P. Campis, op. cit. , pag. 256; G. Iacolino, Le Isole Eolie, III, op.cit., pp 197-209.

[8] P. Campis, op.cit., pag. 268-70; G.Iacolino, op.cit., pagg. 207-209.

[9] G. Iacolino, op. cit., pag. 220-222.

[10] T. Falzello, De rebus siculis decades duo, Libro I, cap. I. G. Iacolino, op. cit. , pag, 222.

[11] Il testo di questo documento è trascritto nel Libro Verde o Libro dei Privilegi di Lipari a pp 16 e ss. G: Iacolino, op. cit. , pag. 228-230.

[12] G.Iacolino, op.cit., pag. 228-231.

[13] R. Pirri, Sicilia SACRA. Eccl. Liparensis Not. Octava, p. 958; G. Iacolino, op.cit., pag. 226.

[14] G. Iacolino, op.cit., pp 239- 147.

[15] Fonti Aragonesi a cura degli Archivisti Napoletani, serie II, vol. VI, Napoli 1968, pp.14-23.

[16] G. Iacolino, op.cit. pp. 234-237-

[17] G. Iacolino, op. cit., pag. 260.. A  Francesco da Stilo succede Jacopo Carduino o Arduino, nominato il 9 ottobre del 1489, che era un canonico della cattedrale di Napoli ed aveva ricoperto l’incarico di vicario generale nella diocesi di Mazara del Vallo. A Carduino il 19 settembre 1506 succede Luigi de Amato che rimarrà vescovo fino al 26 gennaio 1515 quando verrà trasferito a S. Marco Argentario nel Cosentino. Fra il 1515 ed il 1530 vescovo della diocesi sarà il chierico napoletano Antonio Zenone o Genoino.

 

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