Le premesse della “ruina”.

La lotta fra Carlo V e Francesco I

 

Nell’aprile del 1503,le disfatte francesi in Puglia permettono alla Spagna di completare la riconquista del regno di Napoli. Il regno che fu dei Normanni viene ormai affidato a un viceré e integrato nell’impero di Carlo Quinto, titolare delle corone di Spagna e dell’impero romano germanico. Tale situazione viene definitivamente sancita dal trattato di Cateau-Cambrésis, il 3 aprile 1559 : un accordo tra Enrico II, re di Francia, e Filippo II di Spagna, pone fine alle pretese francesi in Italia.

Ma nel 1544, quando avviene la “ruina” di Lipari ad opera del Barbarossa con l’appoggio dei francesi, questo trattato è ancora lontano. La lotta fra  Carlo V e Francesco I è ancora in corso e  trasforma l'Europa intera in un grande campo di battaglia. In questo contesto – dopo vent'anni di scontri, battaglie, guerriglie – Francesco I,  stimandosi inferiore di forze, stringe una alleanza con Solimano il Grande con cui già in passato erano intercorsi parziali intese e addirittura un trattato nel 1536. Per la Francia era in gioco infatti la sua stessa esistenza come stato indipendente e sovrano. Ormai da lungo tempo viveva accerchiata dalla Spagna e dai suoi alleati e stati satelliti. Quindi la scelta di andare a cercarsi gli alleati fuori dalla “cristianità” era un passo obbligato. Un passo obbligato ma molto delicato perché il Solimano era il capo degli “infedeli” ed in un momento in cui la Chiesa era travagliata dallo scisma dei luterani, si poteva rischiare di cadere in un ulteriore e più grave isolamento. Ed infatti nella letteratura dell'epoca si parlò di “empia alleanza”.

Carlo V e Francesco I

Il lavoro di tessitura degli ambasciatori portarono alla definizione dell'azione comune. Si sarebbe messa in campo una flotta di 140 ( 142 ne conterà Maurando o Maurand, il prete francese aggregato alla spedizione, di cui parleremo) navi da battaglia accompagnate da numerose navi da trasporto. Questa flotta prese il mare da Costantinopoli il 17 aprile 1543 e dopo lunghe tappe in Egeo e nello Ionio, per imbarcare soldati e rifornimenti e per aggregare altre navi, raggiunse le rive italiane nel maggio 1544.

Angelo Raffa che ha studiato questa spedizione consultando anche gli archivi turchi osserva che “si trattava d'una delle più imponenti formazioni navali nell'intera storia del Mediterraneo”[1].

 

La flotta di Ariadeno il Barbarossa

Erano truppe – circa 23 mila fra marinai ed ufficiali esclusi i barbareschi,a cui si aggiungevano le truppe da sbarco , altri 7 mila uomini - al comando dei più alti ufficiali dell'esercito turco.

Il condottiero di questa incredibile flotta era Ariadeno il Barbarossa. Il suo vero nome era Khizr. Hayreddin da cui l'occidentale Ariadeno era un titolo arabo generale e generico che significava “Protettore della religione”. Barbarossa  era un soprannome che aveva ereditato, insieme al sultanato di Algeri stato satellite dell'Impero Ottomano, dal fratello Oruc a cui era succeduto nel 1519.  Il titolo ufficiale che gli riconosceva il Solimano non era però quello di Sultano o re, bensì di Beylerbey che significava governatore.

Ariadeno era stato un pirata in gioventù ma ormai da tempo si era lasciato alle spalle quel passato avventuroso e leggendario. Nel 1533 era divenuto grande ammiraglio ( Khapudan Pasha) di tutta la flotta imperiale facendo dell'impero turco la massima potenza marittima del Mediterraneo.

   

 

 

Abbiamo detto che complessivamente la flotta ottomana mobilitò per questa missione oltre 30 mila uomini. Per il suo allestimento, fonti francesi parlano, di un esborso complessivo del Sultano di oltre 1.200.000 ducati. Somma ampiamente ripagata dal bottino. Si pensi che i prigionieri ridotti in schiavitù furono almeno 20 mila a cui vanno aggiunti preziosi, armi, denari, stoffe pregiate, oggetti d'arte sottratti dai luoghi attaccati. Moltissimi schiavi furono utilizzati come rematori nelle galee, ma molti furono venduti o riscattati ( soprattutto ecclesiastici e appartenenti a famiglie importanti e facoltose): le richieste per il riscatto erano fra 100 e 500 ducati. Di minor rilievo la squadra francese aggregata alla flotta. Si parla di cinque galere più una nave da trasporto. In realtà sotto il controllo diretto francese erano solo due galere, le altre tre rispondevano a Leone Strozzi, fuoriuscito fiorentino, cavaliere gerosolimitano, priore di Capua. Imbarcato sulla francese Réal agli ordini dell'Ammiraglio Antoine Escalin des Aimars, signore di Garde, detto Poulin o Polin, vi era Hieronimo Maurando ( Jerome Maurand), cappellano della nave, prete di Antiboul (Antibes) che redasse durante la navigazione ed il sacco di Lipari, un diario manoscritto che è giunto fino a noi[2].

Quindi quella flotta che terrorizzò per circa due anni tutto il Mediterraneo non era una flotta di pirati ma una vera armata militare formata in gran parte da ottomani, ma non solo. Lo erano in grande maggioranza, ma vi erano anche numerose imbarcazioni barbaresche, imbarcazioni pirate o corsare cioè ma inquadrate, per l'occasione, sotto un unico comando strategico; e vi era la presenza francese.

Una immagine di Ariadin il Barbarossa

 

Il percorso della flotta ottomana

La flotta colpisce per prima la città di Reggio Calabria dal 20 al 23 maggio del 1543. Dopo Reggio la essa compì sbarchi quotidiani e furono numerose le incursioni nei regni di Napoli, di Sardegna, forse della Sicilia, sicuramente della Toscana. Dopo Reggio la flotta ebbe un primo contatto con le Eolie passando da Stromboli dove venne presa  un'imbarcazione, il cui equipaggio fu in parte trucidato, in parte catturato e ridotto in schiavitù. Non vennero invece toccate le coste dello Stato della Chiesa.

Il 4 luglio i turchi passano dinnanzi a Nizza e si fermano a Marsiglia dove rimangono 15 giorni svolgendosi numerosi incontri fra i capi ottomani e nobili e dignitari francesi. Intanto Polin era andato a conferire con Francesco I e tornò comunicando la decisione del re. La flotta poteva occupare Nizza e svernare nella città francese di Tolone. L'assedio a Nizza ebbe inizio il 10 agosto e la città si arrese il 22 agosto. L'impegno era che gli abitanti restassero liberi e la città non venisse distrutta. Invece la città fu incendiata e gli episodi di violenza furono feroci e numerosi. Sebbene i francesi accusarono di questo i turchi vi sono testimonianze anche francesi che danno la responsabilità alle truppe di Francesco I. Il Castello comunque resistette e l'assedio fu tolto l'8 settembre quando si diffusero le notizie che dalla Lombardia e da Genova i stavano mobilitando truppe di terra e galee.

Per far posto agli ottomani Tolone fu sgomberata di tutti gli abitanti e la città assunse i connotati di un centro mussulmano con la trasformazione delle chiese in moschee e dei campanili in minareti. Da Tolone partì una squadra navale per Algeri carica delle prede fino a lì raccolte che non mancò, lungo la rotta, di attaccare porti ed isole.

Il viaggio di ritorno iniziò il 24 maggio 1544 dall'Isola di St. Marguerite di fronte a Cannes, e Francesco I dovette sborsare per convincere Ariadeno a salpare 800 mila scudi oltre ai viveri che i francesi avevano dovuto fornire durante la permanenza a Tolone.

Il viaggio dall'isola di St. Marguerite  allo stretto di Messina durò 54 giorni durante i quali si susseguono continui attacchi a città, paesi, castelli, isole con distruzioni, incendi, eccidi, cattura di schiavi e bottino.

 

L'obiettivo strategico

Ma sarebbe un errore pensare che questi assalti non facessero parte di un piano programmato e che gli ottomani si abbandonassero all'aggressione istintiva e senza freni. Lo scopo di questi attacchi era quello di mettere in stato d'allarme le città, i porti e le isole dell'impero spagnolo nel Mediterraneo costringendo l'apparato spagnolo a mobilitarsi sulla difensiva e a frantumare le sue forze fra i vari obiettivi non avendo tempo e forze per pensare ad un attacco risolutivo al regno di Francia. A questa strategia contribuì lo stesso Solimano che mentre Ariadeno ed i francesi combattevano a Nizza guidava un possente esercito contro il regno di Ungheria mettendo in grave pericolo i possedimenti asburgici in Austria. Inoltre tutti questi attacchi e scontri obbligavano gli spagnoli a continui esborsi di denari per le ricostruzioni delle difese incidendo negativamente sul già disastrato bilancio. Non era negli obiettivi dei due alleati una loro espansione territoriale che li avrebbe messi in competizione  e presto in conflitto, ma solo quello di indebolire l'avversario comune. Obiettivo che fu pienamente raggiunto.

La Spagna dovette decidere, per evitare un disastro economico e finanziario ancora più ampio, che avrebbe provocato il collasso definitivo dell'impero, di sacrificare alcune città e alcune isole non essenziali alla strategia della difesa. Fra queste ci fu Lipari. Le risorse difensive ed economiche spagnole si concentrarono nella salvaguardia dei luoghi essenziali dal punto di vista politico e militare per la tenuta complessiva dell'impero.

 

Lipari in cambio di Malta?

 

In questo quadro c'è da chiedersi perchè Ariadeno non attaccasse Malta che pare fosse fra gli obiettivi prestabiliti della flotta. “Questa salvezza – scrive Angelo Raffa – ci è parsa connessa direttamente con la distruzione di Lipari. I documenti maltesi e fiorentini indicano con chiarezza questa ipotesi. La preoccupazione d'un eventuale attacco a Malta fu anzitutto di Leone Strozzi, vice comandante della squadra navale francese, che, a tal proposito scrisse al gran Maestro dell'ordine gerosolimitano dei cavalieri di San Giovanni, cui lui stesso apparteneva, e che era sovrano dell'isola di Malta. I Cavalieri, espulsi dall'antica sede di Rodi dai Turchi nel 1522, avevano ottenuto da Carlo V le basi di Tripoli e di Malta. In quest'isola erano giunti nel 1529 e quindici anni dopo mancavano ancora adeguate e definitive opere di fortificazione[3]”.

Per questo grande fu la preoccupazione per un attacco degli ottomani. Leone Strozzi mentre la flotta era fra Gaeta e Pozzuoli inviò segretamente a Malta un frate perchè desse assicurazioni al Gran Maestro che avrebbe fatto di tutto perché la flotta dirigesse altrove i suoi attacchi considerando che non avrebbe potuto dedicare molto tempo alle coste tirrene. Strozzi mette subito in atto in colloqui col Barbarossa questa strategia di convincimento verso altre mete. Nel caso estremo, promette, in cui non fosse riuscito nell'obiettivo avrebbe abbandonato la flotta e con le sue tre navi sarebbe andato in soccorso di Malta. Strozzi, forse con l'aiuto di Polin, riesce nel tentativo di convincere Ariadeno. Malta è salva, ma Lipari è condannata.

E che sia stato l'attacco a Lipari a salvare Malta lo rivelano stesse fonti maltesi che osservano come l'armata turca rimase dopo la presa di Lipari “ tanto esausta di munizioni, e tanto impedita e imbarazzata di robbe, e di schiavi; che rimase l'Armata sopradetta inhabile, à poter tentare per all'hora alcun altra impresa”[4].

 

Fra affari e miracoli

Prima  di affrontare il tema  dell’attacco a Lipari, dell’assedio e infine della devastazione, dobbiamo dare conto di alcuni episodi, i pochi che si sono tramandati, che riguardano le Eolie ed accaddero negli anni precedenti alla “ruina”. Il primo fatto è del 1530 ed è in relazione al sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi che avvenne nel 1527. Papa Clemente VII aveva bisogno di rilevanti risorse per ricostruire la città e pensò di attingere dalle mense vescovili e quindi anche dalla diocesi di Lipari. In particolare per Lipari si pensò di inasprire le decime abolendo, nel frattempo, il privilegio dell’esenzione totale  di cui godevano proprietari terrieri a basso reddito,  piccoli allevatori e modesti pescatori. Era un provvedimento particolarmente pesante e così si pensò di ricorrere alla Santa Sede ed il ricorso ebbe buon esito ed il 12 novembre del 1530 il papa scrisse ai liparesi confermando questo privilegio che risaliva “ab immemorabili tempore” e prevedeva l’esenzione totale dalla decima di quanti non riuscivano a ricavare dalle loro attività frutti, proventi e redditi non superiori al “valore annuo di sei ducati d’oro”[5].

Papa Clemente VII

Del 1533 è la notizia che il vescovo di Lipari, che però viveva a Roma dove era governatore, aveva dato in concessione ed enfiteusi perpetua tutte le cave di zolfo, vetriolo ed allume delle isole e, per questi prodotti, in particolare nell’isola di Vulcano. I beneficiari erano  genovesi e forse anche veneti. Ed è questo il segno dell’attenzione e degli interessi che in quel periodo maturavano sulle Eolie da parte di commercianti che operavano su tutto lo scenario del Mediterraneo. Gente  esperta dello sfruttamento del suolo e del sottosuolo che producevano e commerciavano. Infatti oltre ai prodotti minerari di Vulcano è in questo periodo che si parla di esportazione di passole e passoline  - probabilmente soprattutto da Salina – fino a Costantinopoli.[6]

L’ultima notizia è del 1541 e riguarda uno dei tanti miracoli che gli eoliani attribuiscono al loro santo patrono. Era il 17 giugno ed un naviglio di forestieri con i marinai affetti di peste voleva a tutti i costi sbarcare nell’isola facendo leva su falsi attestati di “perfetta salute” degli imbarcati. Ma improvvisamente, sopra l’isola, comparve San Bartolomeo, “in aria cinto di sblendori con la sua destra armata di rilucente e ben affilato coltello, propria difesa di quell’Apostolo, adirato nel volto e sdegnato nella voce, e, fattosi visibile a tutti in aria sopra l’appestato vascello, scridò a quanti su quello si trovavano minacciando a quelli subita morte se altrove non volgevano subitamente la prora con allontanarsi da quelle Isole al suo patrocinio raccomandate dalla provvidenza Divina[7].

I marinai si spaventarono e “con tutta prontezza vollero obbedire” senza però prima avere voluto informare i liparesi perché conoscessero la “vigilante sollecitudine” del loro patrono. Così una delegazione in barca si staccò dal vascello e raggiunto il porto, senza attraccarvi, narrò ad alta voce l’accaduto. Ed i liparesi fecero voto di celebrare in quel giorno, ogni anno, una solennissima festa in onore del Santo.  

 

 


[1] A.Raffa, “La fine della Lipari medioevale” in  Dal “Constitutum” alle “controversie liparitane”, Quaderni del Museo Archeologico Regionale Eoliano, 1998, pag.79.

[2] Jerome Maurand, La flotta di Barbarossa a Vulcano e Lipari nel 1544, Palermo, 1995. L’originale si trova nella Bibliothèque Inguimbertine di Carpantras e porta il titolo “Itinerario da Antibes a Costantinopoli del 1544”.  Il volumetto pubblicato nel 1995 da Vittorio Giustolisi  ne riproduce solo una parte ed in particolare i fogli 178-221 che furono esposti, per interessamento di A.Raffa, nella mostra che si tenne a Lipari dal 4 al 9 maggio 1995 alla Chiesa di S. Maria delle Grazie promossa dai quatto comuni eoliani in occasione delle celebrazioni del IX centenario del “Constitutum” dell’Abate Ambrogio. “La fondazione della ‘communitas’ eoliana”.

[3]A.Raffa, “La fine della lipari medioevale” , op.cit. , pag.89.

[4] A.Raffa, op.cit., pag.90

[5] G. Iacolino, op.cit., pag. 290-291; Archivio segreto  Vaticano, Armadio XL,28,fogli 184-5.

[6] G. Iacolino, op.cit., pag. 292-293. L Genuardi e L. Siciliano, Il Dominio del Vescovo sui terreni pomici peri dell’Isola di Lipari, Acireale, 1912, p.82, n.5 nella nota 3 è detto che nell’Archivio di Stato di Roma fu ritrovato l’atto notarile del 1623.

[7] P. Campis, op.cit., pag 198-199.

 

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer