Le Terme di San Calogero

Il primo stabilimento nel 1867

Sopra, le terme come le vide Jean Houel nel 1778. Sotto, come le vide Luigi Salvatore un secolo dopo.

Della possibilità di creare uno stabilimento per potere fruire dei “bagni a vapore” di San Calogero[1] a Lipari se ne parlava da tempo. Era una tappa obbligata per i visitatori che dalla seconda metà del 700 erano venuti alle Eolie. Le aveva visitate Jean Houel nel 1778, Déodat de Dolomieu nel 1781, Lazzaro Spallanzani nel 1788, William Henry Smyth  probabilmente nel 1814, ecc. Il canonico Carlo Rodriquez, nel 1841 scriveva :”(…) per tradizione di venerandi vecchi di questo paese è mirabile la varietà di morbi per esse curati. Ed in tempi non ai nostri lontani di Sicilia, Calabria, ed altre parti vedeansi ragguardevoli personaggi qui venire afflitti da diverse malattie, e per queste acque sanarsi. Ed è sconfortevolissima cosa il dire, che non più a noi recarsi da vicini, o lontani paesi si veggono degli ammalati per la incuria dei nostri naturali, i quali fanno un abbandono deplorabile giacere i nostri bagni”.[2]

Finalmente  nel bilancio del 1864 del Comune di Lipari ,nelle voci del passivo, compare la voce: “Per la restaurazione dello Stabilimento dei Bagni di San Calogero secondo il piano d’arte di Maestro Antonio Fraumeni di Giuseppe… L. 8.287,50”. L’anno successivo, per il solo 1865, si preventivano L. 15.500.

Il vecchio stabilimento come appariva negli anni 50

Il primo stabilimento nell’epoca moderna, degno di questo nome, fu ultimato intorno al 1867. Nel corso del 1872, l’Amministrazione guidata dal Sindaco Mariano Amendola, affidò gli incarichi a dott. Giuseppe Cincotta e Giuseppe Arrosto per le analisi mediche e chimiche delle acque. Il dott.Cincotta, medico di Lipari affermò che le acque erano utilissime nelle varie forme di dispepsie acide; bevuta in maggior proporzioni – 4 o 5 bicchieri – determina una blanda purgazione per cui se ne raccomanda l’uso “agli individui abitualmente stitici e  agli emorroidari”; utili anche contro “il crampo dello stomaco ed i catarri gastrici ed enterici cronici”. Adoperate in forme miste cioè di bevanda e di bagno sono “indicate nei casi di stasi biliari, ingorghi ed eperemie epatiche e calcolosi epatiche”. “Le acque in parola, adoperate variamente or a bagno in vasca, or a doccia nei punti meglio indicati del corpo, giovano a guarire la debolezza nei genitali dell’uomo, e la sterilità della donna. Sono indicate per quelle malattie della pelle che vanno intese col nome di eczemi, erpeti, psoriasi, prurigo, pitiriasi, pachidermie circoscritte, piaghe ulcerose di antica data. Quest’acqua (…) svolge un’azione elettrica speciale sull’organismo, un’azione biologica complessa che accelera e modifica il ricambio mollecolare; per ciò stesso è indicata nelle infezioni e discrasie croniche, come: sifilide, scrofolosi, polisarcia, diabete, reumatismo e gotta. L’uso della stufa è giovevolissimo nei casi di corizza e catarri cronici del laringe e dei grossi bronchi; infine nelle miositi, artriditi, sciatica, nevralgie e paralisi d’indole reumatica”[3].

Il dott. Giuseppe Arrosto di Messina prima di entrare nel merito delle analisi da lui compiute e dei risultati acquisiti fa alcune osservazioni generali che ci sembrano di un certo interesse. Innanzitutto descrive il nuovo stabilimento “spazioso e comodo …sorge meraviglioso in mezzo a quegli alti burroni nati sulle vomitate lave dell’estinto vulcano”. Quindi parla delle acque. “L’acqua sorge limpidissima dalle fessure dell’interno della Grotta in grande abbondanza e caldissima, capace a cuocere le uova, ed in pochi minuti indurirle. L’uomo che entra in quella caverna di forma simile ad una stufa, tollera con piacere la elevata temperatura che i vapori conservano diffondendosi in quel ristretto spazio, in modo da produrre in pochi minuti un sudore abbondante. Tornando fuori, l’uomo grondante di sudore invece di sentirsi rilasciato nelle forze, viceversa sentesi rinvigorito… Le acque raffreddate conservano la loro trasparenza, non svolgono alcun odore, manifestano al gusto un senso leggermente salato e di amaro”.[4]

L'interno della tholos come si presenta oggi

 

I problemi della gestione

 

Quando lo stabilimento fu completato inizialmente venne gestito dal Comune direttamente per circa 8 anni, poi il Consiglio comunale del 7 novembre 1878, sindaco Filippo De Pasquale,  delibera di darlo in gestione al dott. Francesco Genovesi – che già aveva aperto uno stabilimento idiopatico a Messina in corso Cavour - con un canone di 500 lire all’anno. “Il consiglio considerato che per il numero scarso di bagnati che son venuti in questo ultimo anno il Comune poco ha ricavato, e che cedendola al detto Genovesi per anni dieci ne farebbe rialzare l’importanza  ed il valore delle acque e quindi aumenterebbe  il concorso dei bagnati e grande vantaggio ne ricaverebbe il paese dall’affluenza dei forestieri, ad unanimità di voti ha deliberato…” .

Il Genovesi mantenne la gestione per circa 8 anni su un trend di prestazioni di qualità con tutti i conforti desiderabili per i degenti sia a livello di prestazioni medico assistenziali che di ristoro. Il pranzo era differenziato nei costi e probabilmente anche nel servizio fra prima e seconda classe comunque il menù offriva una varietà di pietanze amplissima fra sartù, timballi, pasticci e torte e poi vini da pasto, da dessert, marsala, rosolio, granite, sorbetti ecc.[5]. Forse si può capire come le entrate non riuscivano a coprire le spese e così il Genovesi fu costretto a rinunciare. Il Consiglio Comunale nella seduta del 18 aprile 1887, sindaco Ferdinando Paino, “considerando che l’attuale stato di cose non può continuare perché lo stabilimento andrebbe a deperire e gli abitanti non avrebbero neanche il vantaggio dei bagni restando quasi chiuso”, scioglie il contratto ma il contenzioso prosegue per diversi anni anche in Tribunale fino a quando non si arriva ad una transazione nel consiglio comunale del 23 giugno 1895. Intanto lo stabilimento era tornato alla gestione diretta, poi , con atto dell’8 maggio 1892, lo stabilimento viene dato in locazione alla signora Giovanna d’Amico, vedova Picone per la durata di sette anni ed un canone di lire 300 per i primi due anni e 350 per le annualità successive. Ma anche questa gestione si dimostrò deficitaria. La signora pagò la prima rata semestrale ma ritardò la seconda e fu necessario ricorrere ad un atto stragiudiziale. L’inadempienza si ripetè alla terza rata e si decise per la risoluzione anticipata del rapporto alla fine del 1893. Anche qui strascichi giudiziari.

Il manifesto pubblicitario della gestione Mancuso e Esposito

Nel 1896 la giunta presieduta  dal Sindaco avv. Giuseppe La Rosa decide di riaprire i bagni tramite la gestione diretta nominando un custode dello stabilimento per il servizio interno ed esterno dei bagni. Si prevedono tariffe differenziati per i forestieri ed i paesani.

Anche la gestione diretta dovette essere deficitaria  e nel quinquennio 1900-1905 la perdita sarebbe stata di 387,86 cioè 77,57 in media all’anno. Nel 1905 si tornerà alla gestione in concessione ai farmacisti Luigi Mancuso e Nunzio Esposito di Domenico.

Intanto nella notte fra il 3 ed il 4 agosto del 1888 il cratere di Vulcano sussultò violentemente. Le manifestazioni vulcaniche durarono per diciotto mesi con colonne di fumo che si levavano dal cratere, bolidi enormi che venivano lanciati in mare e nei pressi del porto, nuvole ci cenere che cadevano sulla città e le campagne di Lipari. I risultati dell’eruzione non hanno ripercussioni solo sulla clientela delle terme che veniva dall’esterno ma anche sulla stessa acqua termale per la quale si innesca un lento processo di progressivo abbassamento della temperatura come d’altronde si ha una attenuazione, e qualche volta la scomparsa, dei fenomeni di vulcanesimo secondario delle isole di Lipari e Salina[6]. In particolare a Lipari si estingue la sorgente termale di Acquacalda, si attenua e si restringe l’ampia area fumarolica di Piano Greca.

Sopra, una veduta dall'alto della tholos con i ruderi delle opere che erano nella prossimità e collegate alla fruizione delle terme. Sotto, la scritta del museo che parla del significato storico dell'edificio.

 



[1]              Per questo paragrafo ho largamente attinto a G.La Greca, Le Terme di San Calogero, Milazzo 2004.

[2]              Breve cenno storico critico sull’isola di Lipari, Palermo 1851.

[3]              G.La Greca, Le Terme di San Calogero, Milazzo 2004, pp44-45 ; G.Cincotta, Rendiconto dei morbi che richiedono l’acqua di S.Calogero, Messina 1872.

[4]              G.La Greca, op.cit., pp. 45-46.

[5]              F. Genovesi, Notizie sulle acque termo-minerali e sulla grotta o stufa di S. Calogero in Lipari, Messina 1879, pp.59-51.

[6]              Da una dichiarazione di L. Bernabò Brea e M. Cavalier riportata in G. La Greca, op. cit., pag. 49.

 

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