Lipari nella rivoluzione fra prudenza e patriottismo

Una comunità attonita e incerta

Garibaldi durante la spedizione verso Roma viene ferito ad Aspromonte. A quella missione sono presenti anche alcuni liparesi.

Il Consiglio comunale dell’11 ottobre oltre a non commemorare Policastro non parlò nemmeno – stando a quello che emerge dai verbali – dell’impresa di Garibaldi. Né nei consigli del 17 , 31 ottobre e 8 novembre si parla del plebiscito per l’annessione della Sicilia malgrado il 4 novembre fossero stati proclamati i risultati[1]. Le prime manifestazioni di “entusiasmo patriottico” si hanno il 13 novembre quando il Consiglio è convocato in seduta straordinaria per eleggere tre persone che dovranno andare a Palermo a rendere omaggio a Vittorio Emanuele in visita ufficiale e l’ordine del giorno di qualche settimana dopo quando il consiglio si unisce a quello di Messina perché “ il nostro Dittatore Generale Garibaldi si benigni acconsentire alla demolizione delle fortezze” della Cittadella di Messina e dei Porti Salvatore, Lanterna, Don Blasco, “allorché saranno abbandonate dalle truppe borboniche”, oltre a quelle di Gonzaga e Castellaccio.  

L’impressione che si ha è che Lipari è un po’ attonita ed incerta di fronte ai nuovi eventi. I Borboni d’altronde sono ancora dentro la cittadella di Messina ( che abbandonerà il 13 marzo del 1861) ed il re Francesco non ha abdicato ( andrà in esilio il 13 febbraio 1861 dopo la caduta di Gaeta). Inoltre la cittadinanza era sempre assillata dalla penuria dei beni di prima necessità e dal caro vita anche per via del contrabbando e della speculazione che in quel periodo oltre ad avere riflessi sulla qualità  e quantità dei consumi della gente produceva anche, soprattutto a Salina, guasti gravi all’ambiente.[2].

Ma non erano solo le condizioni di vita a preoccupare la gente ed a renderla scettica nei confronti del nuovo governo ma anche provvedimenti nuovi che la gente non capiva e viveva come delle vere e proprie angherie. Uno di questi era la leva obbligatoria dove spesso avvenivano delle vere e proprie discriminazione a carico dei più deboli e favoritismi nei confronti di chi era pronto a pagare il proprio esonero. Da qui le numerosi diserzioni che avvennero in Sicilia e che alimentarono il brigantaggio che cominciò a chiamarsi anche “mafia”.

 

Il tributo di sangue degli eoliani a Lissa

Nella battaglia navale di Lissa durante la terza guerra di indipendenza muoiono 17 eoliani

Questo non voleva dire che non si era pronti a rispondere alle mobilitazioni che facevano appello agli ideali di patria e libertà. Come fu quando Garibaldi nel 1862 organizzò la sua spedizione per liberare Roma dal governo del papa, bloccata il 29 agosto ad Aspromonte dall’esercito regio. Dei liparesi a quell’impresa parteciparono almeno in due: Giovanni Di Mattina e Giuseppe Natoli figlio di Antonino Natoli che aveva combattuto con i garibaldini nella battaglia di Milazzo. Giuseppe Natoli, che aveva ventidue anni, nello scontro fu ferito e morì il giorno dopo.

Così nel corso della terza guerra di indipendenza – contro l’impero austriaco – le isole Eolie pagarono un pesante tributo di sangue il 20 luglio 1866 a Lissa quando nello scontro due corazzate italiane vennero affondate. Furono centinaia i morti fra i marinai italiani ma forse, in proporzione, il tributo più grande lo pagarono le Eolie con ben 17 . Altri tre morirono, sempre in quella guerra, per cause diverse[3].

Un forte disagio nel partecipare alle cerimonie patriottiche che si svolgevano in occasione delle feste nazionali e si volevano abbinate ad un rito sacro lo visse anche il vescovo mons. Ideo. Da una parte vi era la posizione della S.Sede che 12 maggio 1863 per mano del card. Cangiano della S. Penitenzeria esprimeva una posizione rigida “Non esiste legge la quale costringa a celebrare la suddetta festa [dell’Unità d’Italia il 5 giugno] con canto dell’inno del Te Deum o con altri atti religiosi” e questo se ci fosse anche “timore di qualche male per abuso di forza[4].Dall’altra vi erano i pressanti inviti che il vescovo riceveva da parte di organi governativi, dal sindaco[5], dalle autorità militari di stanza a Lipari. E il povero mons. Ideo cercava di destreggiarsi anche per evitare l’isolamento . Così il 5 giugno del 1864 non avendo celebrato alcuna funzione religiosa in occasione della festa nazionale, al comandante del distaccamento del XIX Reggimento di Fanteria che gli chiedeva dove potesse sentire messa il vescovo indicò la cattedrale. E lì, qualche giorno dopo, il comandante con la sua truppa potè assistere ad una “Messa bassa”[6]. La situazione dovette stabilizzarsi dopo il 1866 ed il vescovo partecipò, senza più remore, alle manifestazioni patriottiche.

Comunque dopo la presa di Roma la situazione si deve chiarire definitivamente. Ormai il Regno dell’Italia unita era una realtà stabile e così si cominciò a pensare alla nuova toponomastica. A fine degli anni 70 si ha a Lipari una vera rivoluzione nei nomi delle strade: la strada del Pozzo si chiamerà via Vittorio Emanuele II, la strada del Fosso via Umberto I, la strada del Timparozzo o del Municipio via Garibaldi, la strada dei Bottàri via Roma, ecc.



[1] I risultati per la Sicilia furono 432.053 favorevoli e 667 contrari. In questi consigli comunali niente si dice sul ritiro del Governatore e Presidente del Consiglio Comunale don Giuseppe La Rosa che dovette avvenire verso il 22 ottobre e della successione di don Mariano Pisano che rimarrà in carica sino al 27 marzo 1861.

[2] Sono problemi che emergono chiaramente dalle lettere e dalla documentazione della famiglia Aricò che il prof. Giuseppe Iacolino cita nel suo dattiloscritto inedito, quaderno VIII, pp. 354 a- f, 355, 357 a,b .” Per riguardo a ciò che scrivi voler conoscere per li prezzi di carne in Lipari ti posso assicurare che qui siamo nel vero Caos, e molto più per li prezzi dei generi… La carne vaccina sono più di venti giorni che non se ne vede…insomma tutto con scarsezza e caro; che perciò la condizione di cotesta  Isola [Salina] è migliore di quella di Lipari”( Lettera del 24 novembre 1860 di don Giuseppe Aricò al figlio Giovanni capitano della milizia nazionale in Salina). Il 5 luglio 1861 il Sindaco di Lipari A. Natoli scrive al capitano Giovanni Aricò. “E’ venuta alla mia conoscenza che in cotesta Isola [Salina] sono enormi le contravvenzioni che si commettono contro le leggi forestali tagliandosi una gran quantità di legna non per il consumo ordinario della povera gente, ma per farne speculazione ad uso delli forni di calce, che continuamente si bruciano in cotesta:ed inoltre si trasmoda tanto nell’uso di legname in cotesto bosco che ne emerge fortissimo pericolo di riversamento d’acque e di ogni gravi sconvolgimenti per li fondi e le case sottomesse alle montagne di costesta Isola”. Il 21 novembre dello stesso anno è l’Assessore delegato Salvadore Amendola che denuncia il contrabbando di animali: “Essendo pervenuta a nostra notizia che una barchetta costì approdata proveniente da Palermo procura estrarsi da cotesta Isola degli animali porcini, caprini e bovini senzacché assoggettito si fosse alle formalità di legge, io credo indispensabile pregar lei affinché con ogni possibile modo procuri inibire  siffatta estrazione, essendo ciò di pregiudizio al consumo e bisogno della nostra comune intera”.

[3] A Raffa, Venti eoliani morirono nella prima grande guerra navale del regno, in Notiziario delle Isole Eolie, giugno 1878, pag. 3.Archivio Comune di Lipari, Registro dei morti, anno 1886, dal n. 111 al n. 141. Unico superstite dei liparesi nella battaglia di Lissa fu il marinaio Giovanni Paternò che tornò con una gamba in meno. Intascò le 300 lire del premio che era stato stabilito dal Consiglio Comunale e qualche anno dopo fu assunto come “accensore” al fanale di Pignataro. Del Paternò si parlò nel Consiglio comunale del 24 maggio 1867.

[4] Archivio Vescovile, Corrispondenza Carp. E.

[5] Vi è una nota del Sindaco Salvatore Favaloro del 13 maggio 1865 molto perentoria “Ricorrendo domenica quattro Giugno la festa nazionale dell’Italia nostra prego Lei a ciò mi dia conoscenza se intende intervenire con il Municipio in chiesa a cantare l’inno Ambrosiano ( cioè il Te Deum)”.

[6] Archivio vescovile. Corrispondenza, Carp. G, fascicolo “Lutti e Gale”.

 

 

 

 

 

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