Lipari, un "comune rurale"

La prima struttura comunitaria

Pianta del Castello che si veniva organizzando.

Lo storico Garufi parla per Lipari, grazie al Constitutum, di “Comune rurale”[1] già configurato nelle sue connotazioni costitutive: c'è un territorio, una popolazione stabile, una regolamentazione contrattuale degli interessi fondiari collettivi; gli uomini hanno la facoltà di disporre dei propri beni e il riconoscimento della  libertà personale di azione e di mobilità. Mancava soltanto – osserva Iacolino – il diritto di creare un organismo rappresentativo-amministrativo-municipale laico a base elettiva e popolare ma di questo non se ne avvertiva ancora il bisogno. Non se ne avvertiva il bisogno o mancava ancora la cultura ed il coraggio per rivendicarlo?

Comunque Ambrogio poteva contate – per gestire il suo potere – su un gruppo abbastanza strutturato, come risulta dai sottoscrittori del Constitutum. Vi era un Visconte, Alberto, che svolgeva funzioni di vice conte, in questo caso di vice dell'abate per quanto riguardava la giurisdizione civile e militare; un Giovanni guardiano del Castello che aveva al suo comando degli uomini per garantirne la sicurezza; un Martino camerario che era una sorta di cassiere o tesoriere che  si occupava della riscossione delle decime.

Oltre a Terranova altri toponimi che riguardavano il castello e che emersero in quegli anni furono: Verdesca che derivava dal tipo di struttura lignea, tipo balconata, che fungeva da spalto schermato per la sicurezza delle persone in caso di attacco. Bretèshe la chiamavano i francesci e bertesca gli italiani e quindi per corruzione verdesca. E Verdesca fu il nome alternativo del quartiere Terranova. Un'altra zona del Castello si chiamò Comandata perchè era la zona  in cui risiedeva il comando delle guardie del Castello[2].

Fuori dal Castello, Castiddaru si chiamarono i luoghi ove sorgevano torrette e strutture per gli uomini di vigilanza, termine dialettale derivato da Castellare.   

Veduta del Castellaro, oggi.                                    

 

I territori dell'isola divisi in "Piani"

 

Oltre che al Castello, i primi abitanti andarono a collocarsi nelle zone dove avvenivano le coltivazioni ed i pascoli. Innanzitutto Piano Greca sede della colonia degli indigeni che parlavano greco, poi via via  occuparono la Piana sotto il Castello – poi Piano del Pozzo e Piano di Diana e Sopra il Piano -, Piano del Conte così chiamata forse perchè il visconte dell'abate vi risiedeva o aveva  un possedimento, mentre Chiusa venne chiamato il podere riservato all'abazia. Il termine piano o piana ( dal latino planum) fu alla base della nuova toponomastica e nella catalogazione dei balzi o ripiani.  Quattropani deriva da quattuor plana  e cioè Chianu 'i Quartara, Chianu 'a Criesia Vecchia, Chianu 'i l'Autra Piècura, chianu du Castiddaru.

In quel periodo dovettero nascere anche i toponimi, sempre della zona di Quattropani, di  Aria Morta, perchè  zona tranquilla dove non soffiano lo scirocco o la tramontana; e di Tiuli che deriva il nome da alcuni capanni che dovettero sorgere per dare riparo a pecore e capre: da tègere che significa coprire si è arrivati a tigùlium, a tiguli da cui, in seguito, l'italiano tegola. Madoru deriverebbe dal latino madère che significa essere umido e da maàdor , madoris umidità. Infatti a Madoro un largo tratto della parete rocciosa da cui sgorgava la sorgente si presentava umida.[3]

Strada fra Pianoconte e Quattropani dalle parti di Madoro

 

Comunque un risultato il Constitutum dovette ottenerlo. Dopo cinque anni gli abitanti, all'inizio del XII secolo, erano almeno  400 o 500 anime o forse di più, come diremo. D'altronde la Sicilia in quegli anni non superava le 300 mila persone, Palermo 20.000 e Messina contava dagli 8 a 10 mila abitanti.

 

La fattoria dei suini

 

Un altro episodio di cui abbiamo notizia relativo ad Ambrogio ed al Monastero di Lipari è del novembre del 1100.  L'Abate pensa di realizzare un allevamento di suini ma nell'isola non c'è un terreno adatto e così si rivolge al Conte Ruggero .Si reca a Palermo chiede –  come sappiamo da un rescritto dello stesso Conte - un piccolo territorio dove costruire un casale, pascervi gli animali, coltivare dei campi e con vicino un monte dove si possano raccogliere ghiande per i porci. E Ruggero gli concede una vasta tenuta a Melvisio, o Meliuso, nei pressi di Librizzi.

Questa vicenda ha dato vita a diverse discussioni e considerazioni soprattutto con riferimento a quel passaggio di Ruggero in cui si dice “in quanto nella terra di Lipari non possono vivere gli animali del Monastero a causa della ristrettezza ( o sterilità) del luogo”[4].

Possibile che a Lipari non ci sia spazio sufficiente per dare vita a questa impresa? Possibile che Ambrogio avesse distribuito tutte le terre ai coloni? Anche quella delle isole minori? Non è forse che la pretesa proprietà delle isole non esisteva e che egli aveva avuto solo il castello e qualche spezzone di terra limitrofo? Il Garufi[5] fa osservare che il testo originale è malandato e la parola non è “ristrettezza” ma Ambrogio chiede uno spazio idoneo, pianeggiante o pascolativo con, vicino, un lussureggiante querceto, e questo a Lipari manca. Secondo Catalioto[6] invece la richiesta è dovuta al fatto che Lipari è divenuta sovrappopolata e minacciata dalla carestia ed è per questo che Ruggero le accoglie. “La vastità del territorio che Ruggero donava al monastero in questa occasione, il tenimentum Melvisium (Meliusum), primo nucleo di Gioiosa Guardia, lascia intuire quanto fosse nutrito il numero dei coloni che da Lipari sarebbero dovuti defluire verso le terre assegnate per dare impulso al nuovo insediamento rurale e garantirne il regolare ciclo produttivo”[7].

 

La munificenza degli Altavilla

 

La regina Adelaide ripudiata da Bldovino

Dopo questo episodio noi abbiamo poche altre notizie relative ad Ambrogio e  il suo Monastero, e cioè  la querelle dei vassalli di Librizzi del 1117 e l'officiatura, assieme ai due vicari di Lipari e di Patti, a fine aprile 1118, delle esequie della regina Adelaide ( il Gran Conte Ruggero era morto a Mileto il 22 giugno del 1101) morta a Patti dove si era trasferita l'anno precedente fallito il matrimonio con re Baldovino di Gerusalemme. Probabilmente Ambrogio visse ancora qualche anno e dovette morire nel 1122 giacché nel 1123 appare per la prima volta documentato il nome del secondo abate di Lipari Giovanni da Pérgana[8]. Comunque la disponibilità e la munificenza degli Altavilla nei confronti del Monastero di San Bartolomeo non mutò assolutamente sia sotto la reggenza della regina Adelaide (1101-1112) sia sotto il regno di Ruggero II e, questo riguardo, al riconoscimento di diritti ed alla assegnazione dei beni. La struttura monastica era inquadrata secondo i canoni della gestione feudale[9].

Anzi in qualche modo, sotto Ruggero II, il sostegno al monastero si fece più attento perchè rientrava nell'obiettivo primario dell'Altavilla che era quello del rapido rafforzamento del suo potere all'interno del regno “per la cui realizzazione era parso irrinunciabile l'assoggettamento delle chiese locali e l'appoggio della feudalità, oltre che il sostegno dei borghi e delle campagne, e cioè di quella porzione consistente di forza lavoro inquadrata entro gli schemi ormai consolidati della signoria rurale”[10]. Comunque Ruggero II – ricorda Iacolino[11] - va innanzitutto ricordato, più del padre suo, come l’artefice e l’organizzatore di quell’unità dello Stato che doveva preludere all’amalgamazione etnica e culturale del popolo siciliano, pur sotto l’energica disciplina imposta dal sovrano, e che sarebbe durata sino al 1860”.



[1]              G. Iacolino, op.cit. , pag. 60.

[2]              G. Iacolino, idem, pag 60-63.

[3]              G. Iacolino, op.cit. Pag. 65 e ss.

[4]              Il diploma rilasciato da Ruggero ad Ambrogio si trova in G.Iacolino, op.cit., pagg. 95-96, il testo latino in L. Catalioto, op.cit. Pagg. 181-82.

[5]              C.A. Garufi, Le isole Eolie a proposito del “Constitutum” dell'Abate Ambrogio del 1095. Studi e ricerche, in “Archivio storico per la Sicilia orientale “, anno IX, 1912,pagg.183-84.

[6]              L.Cattalioto, op.cit., pagg.58-59.

[7]              Idem, pag. 59.

[8]              G. Iacolino, op.cit., pagg. 99-101.

[9]              L. Catalioto, op.cit., pag. 73.

[10]             L.Catalioto, op.cit., pag.102.

[11] G.Iacolino, op.cit., pag. 155.

 

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