Lo stato del clero e delle chiese

La disciplina del clero ed il decoro dei riti

La chiesa del Santa Lucia

La situazione in relazione ai  luoghi di culto, dopo l’applicazione delle leggi eversive, era sconfortante. Nelle due chiese dei religiosi, si officiava ancora ma erano ormai di proprietà del Comune, le tre chiese del Castello rischiavano l’abbandono ed inoltre la chiesa delle Grazie era chiusa al culto per via del crollo della volta – avvenuta nel 1879 - e non si avevano i mezzi per ripararla; gli altri luoghi di culto erano in gran parte cappelle più che vere e proprie chiese. In tutto erano 55 e, eccettuate quattro o cinque  che avevano modesti redditi, la grande maggioranza versava in estrema povertà e possedeva appena le suppellettili indispensabili ai riti grazie alle elemosine dei fedeli ed alle collette[1].

Non migliore era la situazione del clero e doveva essere peggiorata significativamente nell’arco di qualche anno. Infatti se nel 1864 Mons. Ideo può scrivere che “i costumi del Clero secolare sono nel loro complesso esemplari. Se ne trovano appena uno o due che, dimentichi del loro ufficio e della loro dignità, si sono allontanati dal retto sentiero[2]già all’’inizio degli anni 70, fra i preti che erano una novantina, il vescovo non trovava un ecclesiastico idoneo a sostituirlo durante la sua visita a Roma e dovette scegliere il suo vicario generale fuori diocesi, fra i benedettini. Fra i propositi di questo vescovo ora  vi era quello di riportare la disciplina fra il clero a cominciare dall’imporre la prescritta divisa – il cappello a tre punte, l’abito talare o soprabito di color nero lungo – che molti preti trascuravano. Toccò a mons. Palermo rilanciare nel 1885 il Seminario che vivacchiava, organizzare esercizi spirituali per tutti i sacerdoti e trasformare, il 28 maggio 1882, le cappellanie in curazie con la facoltà di amministrare, cresima esclusa, tutti i sacramenti[3].

Mons. Natoli

Merito di mons. Natoli fu quello di riportare il decoro nei sacri riti, ma soprattutto cercò di dare nelle feste padronali più spazio alla spiritualità e meno alle manifestazioni tutte esteriori (banda musicale, mortaretti...). Dai suoi sacerdoti esigeva esemplarità di vita e obbedienza, e in un suo decreto pastorale sulla disciplina del clero  ribadiva l’obbligatorietà dell’abito e si mostrava intransigente verso i preti che andavano a caccia di lasciti e legati, circuendo anziani inebetiti e moribondi[4].  Forse fu proprio questa intransigenza ma anche il contenzioso relativo alla proprietà dei terreni pomiciferi che  portarono il Consiglio Comunale il 27 ottobre 1893, su proposta del Sindaco Onofrio Carnevale, a votare un ordine del giorno in chi i chiedeva la governo che il vescovo fosse “rimosso da quest’isola o diocesi, e subordinatamente, in ogni caso gli sia tolto il Regio Exequatur”[5], sostenendo che questa iniziativa rispondeva ad un desiderio vivissimo del paese senza distinzione di classe o di parte inclusa la maggioranza del clero. L’anno dopo saranno alcuni esponenti della borghesia di Salina a stampare un opuscolo dal titolo “Supplica degli abitanti dell’Isola di Salina a S.S. Leone XIII”[6] chiedendo al Papa la rimozione del vescovo per evitare “ che più di mille anime, nate e cresciute cattoliche, siano spinte all’apostasia  e alla miscredenza”.

Negli anni ’90, su una settantina di preti, almeno una quindicina svolgevano il loro  ruolo di cura d’anime nelle frazioni rurali di Lipari e Salina e nelle isolette di periferia con una condizione di vita modestissima fino alla povertà ( simile d'altronde a quella dei parrocchiani);  nel capoluogo comunale di Santa Marina vi erano sei preti che godevano di un discreto benessere, mentre oltre quaranta dimoravano stabilmente nella città di Lipari,e molti senza incarichi religiosi.  Nel giro di vent’anni la massa del clero si era letteralmente dimezzata, ma il rammarico di mons. Natoli, che proveniva dalle fila del clero liparese, era quello di  avere sacerdoti di scarsa dottrina e comunque non  all'altezza dei compiti richiesti o, peggio, rinchiusi in un disimpegno di altri tempi.

 

La reazione del clero e dei laici cattolici alla massoneria

 

Sarebbe troppo semplicistico – fa osservare il prof. Giuseppe Iacolino - liquidare il clero liparese di allora con un sommario giudizio di condanna. C’erano i preti cattivi ma ce n’erano di buoni… Un difetto comunque ci appare fosse come il loro denominatore comune, quello di sentirsi ancora casta di eletti, occupati e frastornati dalla ricerca dell’utile personale e di famiglia, carenti di quegli stimoli fecondi che avrebbero dovuto portare  a rispondere alle istanze della società del loro tempo. Apparentemente rispettati e riveriti perfino dai laicisti più convinti, ignoravano di essere nel contempo additati come emblemi del depotenziamento dei valori religiosi.[7]

Comunque non c’è dubbio che fu merito di mons. Natoli se la vita religiosa della diocesi era significativamente migliorata e il clero liparese, alla fine del XIX secolo, si venne arricchendo di nuove vocazioni, mentre fra i laici si diffusero e si rinverdirono devozioni ed associazioni popolari del tipo tradizionale e di nuova istituzione.

In particolare proprio a cominciare dalla metà degli anni 80 ed anche come reazione all’attivismo della massoneria contro il papa e la Chiesa in generale, manifestatisi  fra l’aprile e il maggio del 1889 a Roma, ma anche in altre parti d’Italia, in occasione dell’inaugurazione in Piazza dei Fiori del monumento a Giordano Bruno, che comincia a organizzarsi una presenza dei cattolici a Lipari, oltre che su temi devozionali, anche su quelli politici e civili. Anche su questo piano si mosse mons. Natoli sollecitando i liparesi all’apostolato attivo. Nasce così la lettera di solidarietà a Leone XIII del 9 giugno 1899, sottoscritta da numerosi liparesi convenuti in Cattedrale[8]e hanno luogo diverse riunioni ed assemblee di cattolici per creare una opinione pubblica di reazione all’anticlericalismo dominate nei ceti abbienti. In una di queste riunioni si presentò la figura di Alessandro Manzoni come “esempio di verità” in contrapposizione a Giordano Bruno, “esempio di corruzione”[9].

Scheletri dei canonici nella cripta della Cattedrale di Lipari disegnati da Vuillier

Non mancarono nelle Eolie sul finire dell’800 figure di preti culturalmente e socialmente vivaci. Ne vogliamo ricordare in particolare uno: don Tanino Renda[10], conosciuto come il prete di Stromboli dove era nato e dove era tornato a vivere una volta ordinato prete a Napoli. Dotto, eloquente e di bell’aspetto era ritenuto un prete moderno e anche un po’ ribelle. Il vescovo Palermo lo aveva voluto a Lipari ad insegnare italiano nel seminario negli anni 1884 e 1885. Poi sembra che sia tornato a vivere a Stromboli dove dovette ricoprire l’incarico di cappellano o di curato non trascurando anche qualche puntata nel continente  e in particolare a Napoli ed a Genova dove era chiamato a predicare. La fama di lui fra la gente dell’isola era andata crescendo come difensore dei più deboli e perché sempre pronto a pacificare i contrasti, inoltre era un punto di riferimento per quei viaggiatori colti che visitavano l’isola come Annibale Riccò e Luigi Salvatore d’Austria. A Lipari invece si parlava di lui come di un agitatore politico da quando si era messo a capo di un movimento popolare che voleva – ripercorrendo la strada di Salina -  fare di Stromboli un comune autonomo.

La sua vita fu improvvisamente spezzata il 3 di giugno, sabato del 1893, alle sei e mezza del pomeriggio, nel sagrato della chiesa di S. Vincenzo,con alcuni colpi di pistola, quando aveva solo trentacinque anni. Su questa morte si dissero tante cose. Qualcuno disse che era stata voluta dai borghesi di Lipari per togliere un sostenitore scomodo dell’autonomia dell’isola e ne fece un martire dell’autonomia stromboliana. Si parlò anche di delitto d’onore da parte di un marito tradito.

In realtà da una ricerca sulle fonti dell’epoca si ricava una storia diversa.

 

La vera storia dell'uccisione di don Tanino Renda

 

Negli ultimi due anni a Stromboli era stata mandata  ad insegnare nelle scuole elementari femminili la maestra Maria Randazzo di 27 anni. Maria era spostata , al municipio, con  Ottavio Oliva  di Mirto e, trasferitasi a Stromboli la coppia, il 20 novembre del 1892 aveva avuto una bambina. Don Tanino fece amicizia con la coppia ed aveva rapporti molto stretti ed affettuosi con entrambi.

Ottavio che era persona impulsiva e focosa aveva battibecchi continui con la moglie e probabilmente le faceva frequenti scenate di gelosia. La situazione divenne esplosiva quando don Tanino venne a sapere che Ottavio, due anni prima, era stato condannato dal pretore di Mirto  a due mesi di carcere che non aveva espiato rendendosi latitante. Il prete cercò di convincere l’amico a presentarsi spontaneamente per regolarizzare la situazione che, nel tempo, poteva diventare difficile anche per la figlioletta. Ma siccome questi faceva orecchie da mercante alla fine fu lo stesso don Tanino a denunciarlo e farlo quindi arrestare. L’Oliva scontò la pena covando nel suo animo il pensiero che questo fosse dipeso dal fatto che il prete avesse una relazione intima con sua moglie. Da qui, una volta liberato, la vendetta.

I giornali dell’epoca scrissero che “il popolo di Stromboli dell’uccisore voleva fare giustizia sommaria e ci volle tutta la potenza e la forza dei Reali Carabinieri per salvarlo dall’ira popolare”[11]. Di questa ira popolare fu testimone lo scrittore francese Gastone Veuilleur che assistette all’imbarco dell’omicida sulla nave con cui stava raggiungendo Lipari.

Nel tempo che stiamo fermi, aspettando la posta – scrive Veuilleur - , vediamo una folla schiamazzante accorrere sulla spiaggia, e davanti a questa un uomo incatenato che corre disperatamente protetto da un carabiniere. Per sottrarlo a quel furore popolare, questi lo trascina in una barca, e i rematori fanno subito ogni sforzo per allontanarsi dal lido. Ma la folla è lì, che come un branco di molossi feroci reclama la sua preda. Le donne, al solito, sono le più accanite; alcune megere entrano nell’acqua e si aggrappano ad una barca, altre urlano minaccianti, scarmigliate, con gli artigli tesi. Frattanto è riuscito al battello di lasciare la sponda, ma una sassaiola di pezzi di lava vi piove sopra. Si vedono delle persone abbassarsi e lanciare poi con furore le pietre. Dinnanzi a quell’assalto il carabiniere, per istinto di conservazione, si nasconde da una parte, e il condannato è quasi lapidato. Giunge vicino al nostro bastimento col cranio scoperto e il viso insanguinato, tutto lordo di fango nero e coi capelli insozzati, irti sopra la testa. Il battello si accosta a fatica, e allorché quel disgraziato traballando mette piede sulla scala del bastimento, un barcaiolo prende un grosso pezzo di lava che serviva da zavorra e glielo scaglia sul dorso con quanta forza ha; egli caccia un urlo di dolore, seguito da quelli d’indignazione di quanti siamo a bordo. Laviamo il viso del prigioniero, un bel viso pallido dall’espressione ancora fiera, e gli prestiamo delle cure. Il giudice istruttore, che è pure a bordo, ci aiuta, gli arresta il sangue, gli medica le ferite, e parla con bontà a quell’uomo scampato per miracolo al furore d’una folla sanguinaria e feroce. Questo sventurato aveva ucciso un prete che l’aveva disonorato…Seppi di seguito che era stato rinchiuso nel castello di Lipari e che il suo cervello aveva tardato poco a dar di volta”[12]



[1]              Giuseppe Iacolino, Inedito, Quaderno XI.

[2]              Relatio ad Limina del 20 marzo 1864 in Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff. 218-228.

[3]              Archivio Vescovile, Bullario 1874-1923, ff.35-35v.

[4]              Archivio vescovile. Decreto pastorale di S.E.R.ma Mons. Giovan Pietro Natoli Vescovo di Lipari, Palermo 1893. Sulla vicenda della circuizione dei moribondi in cui alcuni sacerdoti cercarono di coinvolgere il vescovo. Si veda Giuseppe Iacolino, inedito cit. ,quaderno X, 468 a e b, 469.

[5]              Dal verbale del Consiglio Comunale del 1893. L'accusa forse più forte che il Sindaco avanzò verso mons. Natoli fu di avere usurpato col fratello Antonino, l'avvocato, una vasta estensione del demanio Comunale produttivo di pomici in contrada Rocche Rosse e di istigare “gli usurpatori ignoranti e in mala fede di non venire a conciliazione col Comune”. Questa vicenda dei terreni alle Rocche Rosse risaliva al luglio 1883 quando don Antonino Natoli aveva denunciato alcuni scavatori  che oltre a danneggiare i suoi terreni si erano appropriati di “una considerevole quantità di pietra pomice… di un valore approssimativo calcolabile in quattrocentonovanta lire”.Nella vicenda era intervenuta la Giunta sostenendo che “la condanna dei minatori ricorrenti sarebbe di gran pregiudizio al Comune, in riguardo a quella estensione demaniale del Serro delle Rocche Rosse” e certo questa non potrebbe essere sostenuta in giudizio dagli operai per le loro precarie situazioni economiche. Probabilmente il giudizio fu favorevole al Comune. ( si veda anche G.La Creca,  La storia della pomice di Lipari. Vol.II, Lipari 2008, pp.12-16).  Il Sindaco aveva proposto inizialmente solo che fosse revocato al Vescovo il Regio exequatur. Fu l’avvocato Emanuele Carnevale, nel dibattito, ad alzare il tiro ed ha richiedere l’allontanamento.

[6]              Stabilimento Tipografico Caserta e Favaloro di Lipari.

[7]              “Per quanto concerne il popolo e i suoi comportamenti( intendiamo parlare del ceto inferiore e soprattutto dei villaggi) dovremmo dire….popolo costumato e degno di lode. Infatti in queste isole ( eccezion  fatta per la Città di Lipari), le quali sono disseminate in una vasta plaga di mare e sono distanti dai grandi centri fitti di popolazione, l’attuale nefasto progresso non è riuscito a farsi strada. Gli indigeni di queste isole, benché si ritrovino poco istruiti nelle cose della Religione e siano per lo più privi di Sacerdoti animati da fervore che li possano animosamente guidare per le vie del Signore, tuttavia no  mancano ad essi un’anima naturalmente cristiana, trascorrono l’esistenza nella semplicità e nella morigeratezza, si astengono dalla bestemmia, osservano i giorni festivi e il precetto pasquale e attengono alle altre pratiche che si convengono ad ogni buon cristiano”.Relazione “ad Limina” di mons. Palermo. Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff. 275-275v. 

                 Sulla pietà religiosa nelle isole nei secoli passati ci sarebbe da aprire una seria ricerca. La contrapposizione fra una Lipari secolarizzata con la presenza di forti elementi di crisi morale e una realtà delle contrade e delle altre isole dove viveva una popolazione devota nella semplicità di una religiosità popolare e moralmente “sana”, appare troppo schematica. Già le osservazioni di Mons. Ideo e Mons. Palermo, che abbiamo riportato, come le considerazioni raccolte sul clero diocesano, dovrebbero fare riflettere. Inoltre negli anni recenti, grazie all'impegno trentennale della prof.ssa Marilena Maffei, è emersa una narrazione popolare eoliana, che persiste ancora oggi nelle vecchie generazioni ma affonda le sue radici nei secoli passati, la cui natura è decisamente pagana ed i riferimenti alla religione cristiana sono marginali e del tutto formali. Si veda in particolare l'ultima opera dell'autrice, “La danza delle streghe. Cunti e credenze dell'arcipelago eoliano”, 2008, Roma, ma anche, soprattutto per i riferimenti al culto di San Bartolomeo, “La fantasia,le opere e i giorni”,2000, Milazzo.

[8]              Archivio Vescovile, Bull., vol.IV, f.61.

[9]              Discorso di don Onofrio Paino di Alessandro ( da non confondere con don Nofrio il pirata) del 5 marzo 1888 in Giuseppe Iacolino, inedito, cit., Quaderno X, pag. 466 a. Il prof. Iacolino ha ottenuto questo discorso in copia manoscritta dal capitano Peppuccio Paino di Giuseppe.

[10]             Don Tanino Renda era nato a Stromboli il 22 maggio 1858 da padre di origine calabrese anche lui di nome Gaetano, agricoltore e marinaio benestante. 

[11]             Gazzetta di Messina, dell’8 giungo 1893 in G. Iacolino, inedito cit., quaderno X, pp. 483-4.

[12]             G.Veuilleur, La Sicilia, Milano 1987, pp.415-416.

 

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