Mons. Arata, un grande vescovo santo

La paziente intransigenza di mons. Arata

 

Le antiche porte di Palermo

Tensioni con il Tribunale della Real Monarchia dovette sperimentarle anche mons. Francesco Arata[1], malgrado i propositi con cui era giunto a Lipari nel gennaio del 1664. Il suo fermo intento era quello di liberare la diocesi dalla presenza del commissario del Tribunale della Real Monarchia di Palermo ma agendo con tatto e diplomazia e senza lasciarsi sviare da altri problemi. Invece improvvisamente, ad un anno dal suo arrivo, si trovò nel bel mezzo della mischia con il governatore delle isole e capitano d’arme. Una contesa partita da un problema eminentemente giuridico e cioè se l’istituto del “privilegio del foro” – che permetteva al vescovo di far giudicare dal tribunale ecclesiastico di sua competenza gli ecclesiastici ed i familiari di Curia – che era stato abrogato nel 1635 dal re di Spagna, si applicava ugualmente a Lipari visto che la diocesi – già prima di quel tempo - dipendeva direttamente dalla Santa Sede[2]. Ma la vicenda degenera in un conflitto col capitano d’arme che viene scomunicato dal vescovo e col commissario  del Tribunale della Real Monarchia. Inoltre  mons. Arata deve anche trascorrere tre mesi nella prigione di Palermo dove lo rinchiude, nella primavera del 1667, il viceré. Il vescovo non si dà per sconfitto ed approfitta di questi mesi per avere un chiarimento, a conclusione del quale torna a Lipari con la promessa che sarebbe stato allontanato il capitano d’arme e rimosso il commissario. Ma se viene mantenuta, “a stento[3]” , la prima promessa la seconda viene dilazionata nel tempo fino a  quando nel 1668 non scoppia un altro caso. Anche qui il commissario impugna una sentenza del vescovo ed il vescovo lo minaccia di scomunica. A questo punto il commissario si dimette e chiede di riconciliarsi col vescovo. Il Tribunale di Palermo non nominò un successore ma il nuovo viceré volle incontrare, come aveva richiesto il suo predecessore il vescovo. Mons. Arata accettò prontamente e annunciò alla S.Sede che chiedeva una dispensa dalla residenza di sei mesi, mettendo in conto che anche questo viceré , come il predecessore, avrebbe approfittato di averlo a Palermo per segregarlo in carcere. Invece questa volta si trattò di un confronto in piena libertà dove ognuno espresse le sue ragioni ma il vescovo rimase fermo sulle sue posizioni e se ne tornò a Lipari di fatto vittorioso anche se non volle ammettere che di una vittoria si era trattato.

 

Mons. Arata deve nominare il vicario di Messina

 

Non purtroppo una vittoria definitiva perché scoppia un altro caso, sempre per l’applicazione del “privilegio del foro”, probabilmente nel 1675 o poco prima perché  di esso mons. Arata parla in una relazione , appunto del 1675, alla Sacra Congregazione del Concilio. Il caso riguarda il capo dei gendarmi della Curia vescovile che da dieci mesi è in carcere per un alterco col giudice del Tribunale laico. Il vescovo scomunica il giudice e questo si appella al Tribunale della Monarchia. Il vescovo resiste all’ingiunzione di trasmettere ad essa gli atti del procedimento per l’appello e viene  convocato alla corte del viceré che allora risiedeva a Milazzo. Dopo due ore di rimostranze che mons. Arata dovette subire improvvisamente il suo interlocutore fu colto da un terribile mal di testa che non accennava a placarsi nemmeno dopo giorni, e così se ne dovette tornare a Palermo.

Ma il caso più clamoroso doveva accadere l’anno successivo, in seguito alla morte dell’arcivescovo di Messina che avvenne il 22 marzo 1676. In quel tempo Messina si era ribellata agli spagnoli ed era temporaneamente occupata dai francesi. Nell’attesa che fosse designato il nuovo arcivescovo il capitolo nominò il vicario nella persona del canonico Benedetto Dini, ma la decisione non piacque al Tribunale della Real Monarchia.

Messina, si eccepì, anche se occupata dai francesi appartiene al regno di Spagna ed al regno di Spagna appartiene gran parte del territorio diocesano. Inoltre si fece appello ad uno dei canoni del Concilio Tridentino che stabiliva che  in una diocesi metropolitana con sede vicaria, la nomina del vicario spettava al vescovo della diocesi suffraganea più antica. Cioè, in questo caso, il vescovo di Lipari. Questi, che si trovava in quel periodo a Palermo, acconsentì e nominò un ecclesiastico messinese di sua conoscenza, don Francesco Tanzi che, saputo della nomina, fuggì da Messina e si stabilì a Milazzo per esercitare, libero dal controllo francese, la sua funzione. E così Messina ebbe due vicari, il Dini e il Tanzi. Il primo che esercitava sulla città e sulla parte della diocesi sotto il controllo francese, e l’altro sulla parte della diocesi sotto il controllo spagnolo.

La decisione di mons. Arata di nominare lui il vicario non piacque alla S. Congregazione del Concilio che temeva insidiata la dipendenza diretta della diocesi di Lipari dalla Santa Sede ed il rischio del suo rientro nell’alveo della Legazia Apostolica. Mons. Arata , saputo di queste critiche, cercò di spiegare ai membri della S. Congregazione i motivi del suo comportamento e come, consultando l’archivio diocesano, si era potuto rendere conto che i suoi predecessori per  più di sessant’ anni, senza interruzione, avevano accettato di essere suffraganei della sede Metropolitana di Messina. Comunque, conclude assicurando, che è pronto a rimettersi alle loro decisioni.[4].

Prima che la lettera arrivi alla Congregazione questa ha già disposto. Valeva – si conferma - il decreto di Urbano VIII del 1627 che dichiarava esente la chiese di Lipari da qualsiasi dipendenza che non fosse quella della S. Sede quindi l’Arata veniva invitato ad annullare il suo atto, mentre il Tanzi, che non doveva tenere in alcun conto la designazione del vescovo di Lipari doveva comunque rimanere nella carica di vicario generale perché a questo incarico veniva destinato direttamente dalla Congregazione.

 

Un braccio di ferro fra Roma e Palermo sulla pelle del vescovo

 

Il vescovo di Lipari ubbidì prontamente e lo comunicò a Roma per dimostrare la sua buona fede. Il Tanzi invece non potè accogliere la disposizione della S. Sede perché viveva in regime di Legazia Apostolica e non poteva accettare ordini superiori che non passassero o fossero approvati dal Tribunale della Monarchia. Inoltre se si applicava il Concilio di Trento, una volta esclusa la diocesi di Lipari il diritto-dovere della nomina passava alle altre diocesi suffraganee che erano Cefalù e Patti e non alla S. Sede.

Ma la S. Congregazione non si dà per vinta. Rimbrotta aspramente il vescovo di Lipari accusandolo “di essersi comportato da spergiuro con determinata volontà e di avere, in piena consapevolezza, contrastato ad un preciso decreto della S.Sede[5]; e riguardo al Tanzi coglie al volo la circostanza che un suo membro, il card. Ludovico Emanuele Fernandez de Portocarrero era stato designato dalla corte di Madrid a governare l’isola per chiedergli di avallare la nomina della S.Congregazione alla cui decisione lui stesso aveva concorso.

Il Cardinale Portocarrero

Questa mossa  metteva in imbarazzo il cardinale Portocarrero che si vide nel mezzo di un conflitto di interesse e non potè fare altro che passare la lettera al giudice del Tribunale della Regia Monarchia. Il giudice – comprendendo benissimo che la richiesta della S. Congregazione minava l’istituto della Legazia Apostolica – respinse la richiesta e censurò l’operato del vescovo di Lipari.

Per circa un anno le cose andarono avanti nella confusione. Il Tanzi continuò ad operare come vicario in base alla nomina del vescovo di Lipari per il Tribunale della Regia Monarchia ed in base alla propria designazione per la S. Sede. La diocesi di Lipari rimase suffraganea di Messina per il Tribunale ed invece soggetta unicamente alla S. Sede per la S. Congregazione. E il povero vescovo di Lipari? Rimaneva nelle ambasce e aspettava chiarimenti da Roma che non arrivavano.

Questa era la situazione quando nel maggio del 1678, in ordine ad una causa della vendita di un podere di Salina avvenuta 35 anni prima, ci si appella all’arcivescovo di Messina e questo richiede gli atti alla curia di Lipari. Che fare? Il vescovo scrive all’arcivescovo esprimendogli tutto il proprio imbarazzo, gli chiede di aver pazienza e di attendere, perché spera in un chiarimento da parte della S. Congregazione del Concilio[6]. Ma Roma taceva malgrado le sollecitazioni  ed intanto si aveva sentore che a Palermo la situazione andava aggravandosi perché l’arcivescovo di Messina non aveva mantenuto il silenzio dopo la lettera di Mons. Arata, ma aveva informato il viceré che aveva informato il re.

Il 17 ottobre  del 1678 la consulta dei ministri di Stato emette una sentenza che riafferma la suffraganeità della diocesi di Lipari rispetto a Messina e si suggerisce al vicerè di convocare a Palermo il vescovo di Lipari per dar conto della sua condotta presente e passata. 

E mons. Arata  parte per Palermo alla fine di giugno del 1679 ed a Palermo vi rimarrà per circa un anno, fino al giugno del 1680, trascorso in incontri e interrogatori e per lo più in stato di detenzione con lo scopo di farlo desistere dalla posizione di ritenersi dipendente solo da Roma. Durante questo periodo più volte scrive alla S. Congregazione chiedendo lumi su come comportarsi ma senza ricevere sostegno ed appoggio alcuno. Al vicerè il povero vescovo continua a rispondere che lui aveva cercato di adeguarsi alla volontà del re e di comportarsi come suffraganeo del metropolitano di Messina ma questa condotta non mi fu più possibile tenerla per un esplicito intervento del papa. “Quel che avrei dovuto fare me lo suggerisca, di grazia, Eccellentissimo Viceré, la Sua ben nota e decantata pietà e saggezza. Avrei potuto io, in tutta coscienza, avrei potuto io, in tutta coscienza, non ubbidire ad un così esplicito ordine del Sommo Pontefice che è l’immediato ed unico superiore dei Vescovi?... se ad un suddito vengono impartiti da due Superiori diversi ordini contrastanti fra loro, ben si sa che tutti i Teologi suggeriscono che è doveroso obbedire a quel superiore che è di grado più elevato, e non all’altro”.[7]

Mentre a Palermo mons. Arata si mostrava risoluto sulla sua posizione, a Roma l’ambasciatore di Spagna aveva aperto estenuanti quanto inutili trattative con la curia giacchè il papa era più risoluto di Mons. Arata. Intanto a Messina si raccoglievano documenti e testimonianze per testimoniare quanto la suffraganeità di Lipari fosse antica  e costante. Tutto però dimostrava che la questione andava per le lunghe per cui sul finire dell’inverno del 1680 il vicerè chiede al re il permesso di potere rimandare a Lipari l’Arata che si era dimostrato un soggetto troppo difficile da trattare e per di più la diocesi lamentava la mancanza del suo vescovo.

Così, probabilmente, nel giugno dello stesso anno mons. Arata tornava alla sua sede. Intanto nel marzo del 1678 era stato nominato il nuovo arcivescovo e quindi il problema della nomina del vicario si era risolta di per sé. Rimaneva il problema della dipendenza della chiesa di Lipari. Questa si risolvette in qualche modo il 9 febbraio del 1691 quando, morto mons. Arata, venne nominato vescovo di Lipari mons. Gaetano Castillo[8] ed il papa, nella bolla di nomina, ribadì l’esenzione della chiesa di Lipari da ogni sudditanza esclusa quella con Roma. Ed essendo questa bolla stata sottoposta dal nuovo vescovo all’exequatur del governo siciliano la questione veniva risolta con una vittoria piena della Santa Sede[9].   

Gli anni ’70 non sono solo quelli, come abbiamo visto, del braccio di ferro fra Roma e Palermo giocata sulla pelle di mons. Arata ma sono anche anni di carestia e di guerre che investono le Eolie come la Sicilia ed altre realtà del Mediterraneo.

Carestia allora significava crudamente mancanza di pane. La raccolta del 1671 era stata poverissima. I contadini protestavano con i proprietari terrieri accusandoli di vendere ai cittadini tutto il grano prodotto per ricavare maggiori guadagni e abbandonavano le campagne affollando le città sperando di trovare qui il benessere. In  realtà trovavano miseria e morte. Nel corso del 1672 a Palermo morirono di fame oltre cinquantamila persone, a Messina ventimila, quindicimila a Catania e Siracusa[10]. I messinesi armarono cinque vascelli e con essi cominciarono a dare la caccia alle navi cariche di mercanzie che attraversavano lo Stretto o veleggiavano nelle vicinanze[11]. E siccome questa pratica si era diffusa nelle zone costiere,  il viceré intervenne per dichiararla  inammissibile,  chiedendo la punizione dei magistrati che li avevano avallato  ed ordinando la restituzione dei grani derubati. Ma era tutto inutile perché la situazione, in particolare nel messinese, era ogni giorno di più fuori controllo[12]  .

 

Il "miracolo" del Vascelluzzo

 

E a Lipari? La situazione non era certo migliore che altrove. E’ proprio in questa circostanza il vescovo Arata,  che già si era fatto apprezzare per il suo spirito di carità verso i poveri, “faceva distribuire ai bisognosi ogni mattina alla porta del suo Palazzo – annota il Campis[13] -o leumi cotti o riso, e non in scarsa misura”.Ma malgrado l’impegno del vescovo la situazione andava precipitando fino a quando, nella prima decade di febbraio del 1672, erano terminate le scorte di grano e non si aveva speranza che ne potesse arrivare dalla Sicilia perché per parecchi giorni di seguito vi erano furiose tempeste che non permettevano a nessun vascello di accostarsi.

Il Vascelluzzo

Il 13 febbraio era la ricorrenza dell’arrivo a Lipari delle spoglie di S.Bartolomeo e la gente, come sempre nelle situazioni di pericolo, si affidava al patrono aumentando le invocazioni e le preghiere. Ed è proprio il 12 febbraio, vigilia della ricorrenza, si vide apparire all’improvviso  dinnanzi all’isola “una gran nave, la quale, quantunque combattuta da ogni parte dalli venti infuriati e flagellata dall’onde, non però cedeva punto allo sdegno degli elementi[14]. Il Campis descrive come il comandante cercasse in tutti i modi di indirizzare il vascello verso Milazzo o una spiaggia della costa tirrenica, ma inutilmente. Il vento consentì una sola manovra, quella di approdare nel porto di Lipari. Qui si scopre che era una tartana francese, denominata S. Bartolomeo, carica di frumento, diretta a Messina. E quando si seppe che Bartolomeo era anche il nome del proprietario, subito si gridò al miracolo e comprato tutto il grano, “si rimediò alle communi miserie per qualche tempo”[15].

E si tratta, questo del vascello pieno di grano, del miracolo più popolare fra gli eoliani assieme a quello dell’arrivo delle reliquie del Santo. A memoria di esso nel 1930 i liparesi fecero realizzare il cosiddetto “vascelluzzo” in oro ed argento, un reliquiario che conserva un lembo di pelle del Santo[16].

Ma non sono solo la carestia e la miseria a travagliare in questi anni la vita degli eoliani, vi sono i navigli dei saraceni che rifanno la loro comparsa, ma soprattutto ricompaiono nei nostri mari le navi da guerra, che per qualche tempo, non si erano più viste e le isole tornano ad essere teatro di scontri.

Il motivo per cui gli scontri navali riprendono a verificarsi nel basso tirreno è legato in particolare alle vicende di Messina. Qui la carestia ha dato origine a forti sommosse popolari[17] e ad una sorta di guerra civile che ha portato Messina a scacciare gli spagnoli e a chiedere l’appoggio dei Francesi ed a dichiararsi indipendente dalla Spagna ( 1674-1678).

Tutto questo per i liparesi – che si mantennero fedeli al re di Spagna con in testa i loro giurati ed il loro vescovo - voleva dire maggiori restrizioni nelle navigazioni giacchè c’era il pericolo di imbattersi in navigli francesi. Per il popolo voleva dire anche lavoro straordinario e gratuito nelle opere di difesa, requisizione ed ammasso nei magazzini del Castello del poco grano che i contadini conservavano per le emergenze. Una squadra francese piuttosto consistente operava nei mari delle Eolie nel febbraio del 1675 . Lo scontro con gli spagnoli avvenne tra Panarea e Stromboli e la vittoria arrise ai francesi tanto che il comandante della flotta, sbarcato a Messina, si dichiarò viceré di Sicilia. Un altro scontro, questa volta fra francesi e gli olandesi venuti a dare man forte agli spagnoli e dall’esito dubbio, si ebbe a largo di Alicudi l’8 gennaio del 1676. Dopo lo scontro entrambi i contendenti vennero a sostare nelle baie di Lipari tenendosi a rispettosa distanza. Si studiarono per due giorni con qualche scaramuccia, poi i francesi si mossero verso Messina mentre gli olandesi buttarono le ancore a Milazzo. Dopo le operazioni navali si spostarono sulle coste della Sicilia orientale.

Gli scontri finirono nel 1678 con la pace di Nimega e la Spagna riebbe indietro Messina e gli altri territori occupati in Sicilia[18].

Messina, antica fortezza

 

Un grande e santo vescovo

 

La carità di mons. Arata verso i poveri non si limitò solo al periodo della carestia ma fu un carattere distintivo di tutto il suo ministero[19]. E visto che gli introiti della Mensa non erano più abbondanti come un tempo, giacchè la carestia e la limitatezza dei commerci aveva ridotto le entrate a 3 mila scudi l’anno mentre la popolazione era arrivata a 5.500 abitanti – di cui tre mila nella città alta – e da questi introiti bisognava decurtare diverse somme[20] fra cui   quelle per l’ospedale dell’Annunciata che si trovava al Castello, vi  rimediava con le sue risorse personali e con i contributi dei benefattori[21] che continuamente sollecitava. Per recuperare le risorse per i poveri mons. Arata arrivò a vendere i materassi e le coperte del suo letto. Il Campis racconta che “tutte le limosine che distribuiva voleva passassero per mano non sua, ma d’altri. Anzi mai esso tenne denaro sopra di sé, e richiesto un giorno da persona confidente perché così praticasse, rispose: ?Se io vedessi con i miei occhi il denaro, che sa se io me l’affetionassi e mi paresse più duro il darlo come devo. L’argento e l’oro rubbano i cuori per menzo dell’occhio, onde per guardarci da essi non dobbiam guardarli”[22].

La sua attività caritativa aveva ottenuto dei buoni successi se poteva scrivere nel 1665 – naturalmente prima della carestia -  che “in mezzo a questo piccolo gregge non c’è una sola pecorella alla quale manchino gli alimenti per il suo quotidiano sostentamento”.[23]

Ma la carità non era l’unico valore all’attenzione del vescovo Arata, aveva anche – ed è forse il suo tratto più interessante – una concezione dell’evangelizzazione che modernamente si sposava con la promozione umana. Anch’egli, come i suoi predecessori, si rende conto che la religiosità degli eoliani é molto carente, fortemente inquinata da una ignoranza – a cominciare dal non sapere leggere e scrivere, peculiarità che non era solo del popolo ma anche della classe media e dei ceti privilegiati[24] - che li portava a viverla intrisa di superstizione e paganesimo..  Ma, al contrario di essi, non si limita a condannare queste deviazioni ma andava alle sue cause. E le cause stavano nel clero secolare e nei religiosi che non erano meno ignoranti del popolo che era loro affidato. I primi perché la loro formazione era approssimativa e abborracciata[25], i secondi perché come scriverà lo stesso vescovo in una relazione “ad Limina” del 19 gennaio 1668 – “qui per lo più vengono inviati come a luogo di confino e al fine di far penitenza taluni frati che si allontanano dalla disciplina religiosa e sono rilassati nello spirito” per cui “con la loro condotta essi fanno più male che bene, e che con la loro licenziosità e dissolutezza danno occasione a fatti scandalosi”[26].

Per i frati chiede ed ottiene la collaborazione dei superiori. Ed infatti, già nel 1672, in una lettera alla S. Congregazione del Concilio riferisce che la situazione è del tutto mutata sia per quanto riguarda i cappuccini sia per i minori osservanti.  Per quanto riguarda, invece,  il clero secolare e il popolo mette in campo una strategia ad ampio raggio. Fa venire da fuori sette sacerdoti che dovranno collaborare nella sua opera pastorale a cominciare dal vicario generale;  tenta di portare a Lipari – ma l’operazione non va in porto - i frati Scolopi, specializzati nella promozione della cultura popolare, ed arriva ad offrire loro il convento sulla Civita dei minori osservanti; promuove  un Sinodo diocesano per il 1666 con l’obiettivo di verificare lo stato disciplinare della sua chiesa;[27] istituisce in Lipari di un parroco stabile perpetuo che svolga con continuità la cura d’anime senza essere distolto- come accade per il vescovo – da attività di governo; invita puntualmente predicatori gesuiti a parlare in Cattedrale ed a tenere “i quaresimali”[28]; infine, ma sicuramente l’iniziativa più importante, promuove l’apertura di una “scuola di grammatica”, gratuita ed aperta a tutti, ai chierici che volevano prepararsi al sacerdozio ma anche i ragazzi poveri che volevano darsi una cultura di base. In questa scuola si dovevano insegnare “la grammatica ed i rudimenti della fede”[29].

La “scuola di grammatica” promossa da mons. Arata sarà il primo strumento di istruzione pubblica delle Eolie. Proprio in quegli anni Lipari apriva due biblioteche – sempre sovvenzionate dal vescovo - una presso il monastero dei Minori Osservanti ed una presso i Cappuccini mentre lo stesso vescovo, presso il suo palazzo, aveva un’altra buona dotazione di libri.

Col tempo anche le forme di espressività religiosa durante le processioni si erano purificate e non vi erano più le manifestazioni esagitate che tanto negativamente avevano colpito mons. Vidal.

Si era fortemente affezionato a Lipari Mons. Arata e quando, morto l’arcivescovo di Catania, il 27 settembre 1686, lo stesso Carlo II  lo proporrà per governare quella diocesi, egli rifiutò per non abbandonare quella che Dio gli aveva “data per sposa” [30]. Ci si è chiesti se quello del re fosse un riconoscimento per un prelato che nella difficile vicenda della ribellione di Messina si era mantenuto fedele alla monarchia spagnola oppure un ennesimo tentativo di riaprire in qualche modo la vicenda dell’autonomia della diocesi liparese liberandosi di un vescovo irriducibile dalla consegna avuta dal papa. Ma se veramente questo proposito stava in cima ai pensieri della Spagna non si sarebbe dovuta prestare più attenzione alla bolla di nomina del suo successore quando fu sottoposta all’exequatur?

Comunque passarono meno di quattro anni ed il 25 maggio 1690 mons. Arata morì  compiendo l’ultimo atto di umiltà della sua vita. Chiedendo, cioè, - come racconta il Campis – di essere sepolto nella Cattedrale, ai piedi dei gradini dell’entrata , dalla parte interna della chiesa, in modo da  “esser calpestato da tutti quelli che entrassero”[31]

 



[1] Dopo i problemi vissuti da mons. Gentile la Santa Sede tornò a promuovere su Lipari vescovi siciliani capaci di trovare un modus vivendi con la Real Monarchia siciliana e la scelta cadde su mons. Francesco Arata, appartenente ad una influente famiglia di Palermo. Venne nominato vescovo di Lipari il 13 agosto del 1663  e giunse a Lipari nel gennaio del 1664 con il fermo proposito di tenersi lontano da ogni competizione.

[2] La vicenda la si ritrova nei documenti dell’Archivio Segreto del Vaticano, Sacra Congreg. Concilio R., cass. 456°, ff.147 e 147v e anche i G. La Rosa,op.cit., vol.I , pag. 205 e ss.. Si veda G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno IID, pag.57 b1,2,c

[3] ASV,SCCR, Cass.456 A f.178v.

[4] Archivio Segreto Vaticano, SCCR, Cass. 456°, ff.173-173v. La lettera del vescovo Arata è del 10 aprile 1677.

[5] G.Oliva, op.cit. doc.IV, p.36.

[6] La documentazione in ASV, SCCR, Csss. 456°, ff.300-300v.

[7] Lettera del 10 novembre 1679 in ASV, SCCR, Cass.456°, ,f.330.

[8] Mons. Gaetano Castillo, nato a Termini Imerese, teatino, eletto vescovo di Lipari l’8 gennaio 1691all’età di trentatrè anni. Morirà il 22 marzo del 1694 cadendo da una scaletta sul tetto del Palazzo Vescovile.

.[9] Iacolino ritiene che l’accettazione dell’autonomia di Lipari da Messina non sia stato un atto voluto del Tribunale di Palermo ma piuttosto una disattenzione giacchè l’arcivescovo di Messina continuò a ritenere la diocesi di Lipari sua suffraganea ed a chiamare all’appello il vescovo di Lipari il 14 agosto, la vigilia dell’Assunta. Naturalmente questi risultava assente  e veniva puntualmente multato ma la multa non veniva mai riscossa. (G:Iacolino, manoscritto, cit. Quaderno IID, pag. 72 a,b.). Comunque dopo il successo del 1691 la Curia romana continuerà a ribadire l’autonomia di Lipari da Messina fino al 1826 quando tornò a considerare i vescovi di Lipari suffraganei di Messina anche se ormai si trattava di un atto formale. La suffraganeità viene definitivamente meno quando nel 1976 la diocesi di Lipari verrà incorporata  nell’Arcidiocesi di Messina.

[10] S.Greco, Messina Medioevale e moderna. Dai Normanni ai Borboni, Messina 1998, pag. 285.

[11] Idem, pag. 283.

[12] G.E. Di Blasi, Storia cronologica de’Viceré, Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia, Palermo 1974, vol.III, pag.243-245.

[13] É.Campis, op.cit., pag.338.

[14] Idem, pag. 339.

[15] Idem, p.340.

[16] Quello dell’arrivo miracoloso di vascelli carichi di grano nei porti di città o paesi marinari in quei giorni della grande carestia, non furono rari. Un simile caso, imputato ad un miracolo della Beata Vergine, successe anche a Messina negli stessi giorni ed anche a Messina si fece un vascello d’oro per ricordare l’evento. V. F.Pergolizzi, “Quel famigerato viceré della Sicilia”, in Gazzetta del Sud, 1 aprile 1992. Certo la coincidenza degli arrivi miracolosi e della denuncia dei furti di nave non può non insospettire. Inoltre, al di là del fatto specifico, c’è da chiedersi quanto i liparesi che avevano la fama di sapersi destreggiare nel campo della pirateria marittima fossero rimasti inoperosi in una situazione così confusa e drammatica. Su questi dubbi si veda anche G.Iacolino “E’ arrivato un vascello carico di…” in Gente alle Eolie, Lipari 1994, pp.207-210.

[17] Uno degli episodi che fu all’origine delle sommosse messinesi riguarda un argentiere Giuseppe Martines la cui moglie aveva da poco partorito e lui andava alla ricerca di un pane. Ma in Sicilia, per decreto del viceré, al popolo non poteva esser venduto pane fresco (che invece era privilegio solo dei baroni), ma quello del giorno precedente perché si era convinti – vista la carestia - che dovendo mangiare pane duro se ne limitasse il consumo. Il Martines a cui era stato rifiutato un pane si vide sfilare sotto gli occhi una cesta di quello appena sfornato destinato ai nobili. Infuriato picchiò il garzone e rubò un pane. Sul posto si raccolse una piccola folla che cominciò ad inveire contro il Senato. Accorsero altra gente ed anche alcuni nobili e nel tafferuglio che seguì il Maertines ferì un nobile e si dette alla fuga. L’episodio mette in evidenza il dualismo che si andava formando in città: i nobili e il senato da una parte denominati Malvizzi ed il popolo dall’altra denominati Merli. E siccome con questi si schierò lo stradigoto, i Merli furono intesi come filo spagnoli e i Malvizzi invece come fauturi dell’indipendenza dagli spagnoli. Nell’estate del 1674 i Malvizzi fecero strage di popolani, scacciarono lo stradigoto e fecero allontanare a cannonate il viceré che voleva entrare in porto. Era l’avvio dell’indipendenza della Spagna e per garantirla i messinesi si appellarono ai francesi e furono ben felici di intervenire con le loro navi. Essi fecero la comparsa nei nostri mari il 28 settembre del 1674. (S.Greco, Messina mediovale e moderna, op.cit,. pp.283-300.

[18] Dura fu la vendetta degli spagnoli contro Messina che  uscì da questa esperienza distrutta: il Palazzo municipale venne abbattuto e le macerie cosparse di sale; il senato elettivo fu abolito; l’Università e la Zecca chiuse; le campane del Duomo vennero fuse e se ne ricavò una statua equestre raffigurante re Carlo II che schiacciava l’idra della rivoluzione; l’Archivio distrutto e disperso; i cittadini più compromessi fuggirono e la città si ridusse a quasi la metà con non più di 50 mila abitanti.

[19] Campis racconta che fra l’altro il vescovo tutti i giorni aveva un povero a pranzo come commensale ed alla fine del pasto, che condivideva con lui, gli dava anche una elemosina in denaro. I poveri diventavano più d’uno nelle solennità.

[20] Ricordiamo che a carico della Mensa oltre all’ospedale vi erano le spese correnti della Cattedrale; gli stipendi per i cappellani, i canonici, i procuratori legali e gli impiegati delle corti vescovili;  le pensioni annuali per i porporati romani; le guardie per mare e sulle alture (Stromboli, Alicudi, Monte Guardia); l’integrazione dei legati per le fanciulle povere da marito, ecc.

[21] Fra questi benefattori il più generoso e assiduo fu Bartolo Russo “il quale quotidianamente lo provedeva di quanto vi fu bisogno sino all’ultimo de’ di lui giorni”(Campis).

[22] P.Campis, pag. 340-341.

[23] ASV, Cass.456 A f. 163.

[24] Vi erano “cerusici” che per rilasciare un certificato di malattia dovevano ricorrere al notaio che sotto il referto faceva apporre un segno di croce attestando che questo apparteneva al “professionista”(G. Iacolino, manoscritto cit. Quaderno IID, pag. 58).

[25] Se un giovane voleva farsi prete chiedeva l’autorizzazione al vescovo che gli indicava alcuni sacerdoti anziani che davano un po’ di rudimenti per una decina d’anni. Di tanto in tanto venivano sottoposti a degli esami e quando erano ritenuti idonei ricevevano gli ordini sacri.

[26] ASV,SCCR,Cass. 456°, ff.179v-180.

[27] E’ singolare che all’annuncio del Sinodo le autorità laiche ed il popolo si appellano al viceré ed al Tribunale della Monarchia ritenendolo “contro il bene comune”. Per fortuna il vicerè e i Tribunale furono di tutt’altro avviso e stigmatizzarono le autorità locali per avere “osato iterferire nella sfera ecclesiastica” (ASV,SCCR, Cass, 456A, f. 177).

[28] La preparazione alla Pasqua durante i quaranta giorni della quaresima.

[29] G. La Rosa, op.cit., Vol.I, pp 211-216.

[30] G.La Rosa, op.cit., Vol.I, pag.220.

[31] P.Campis, op.cit., pag. 344.

 

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