Popolazione, economia e tributi

I conti con il vescovo e con lo Stato

La chiesa era a Lipari  proprietaria di gran parte delle terre e di molti immobili e questo creava molte tensioni con gli enfiteuti di più antica data che mal sopportavano di dover pagare i censi alla Mensa vescovile sia con il municipio che, dopo la “ruina”, si era appropriato di alcuni fabbricati compreso una parte del Palazzo Vescovile e la casa del Tocco, che era la sede dei giurati, e non voleva restituirli. Così il 14 aprile del 1610 Mons.Vidal, con atto pubblico, esentò dai tributi ecclesiastici la maggior parte dei proprietari delle terre coltivate di Lipari e rinunciò a favore dell’autorità civile a gran parte degli edifici occupati. E questo “per vivere la città con il suo Prelato, ed i Prelato con il suo gregge, in pace come si conviene”. Rimanevano al vescovo il possesso di oltre un decimo dei terreni agricoli dell’isola fra cui, nei pressi della città, l’area che andava dai piedi del Castello sin oltre l’attuale corso Vittorio Emanuele che era allora una sorta di torrente intransitabile nelle giornate piovose e delimitata ai lati dal Vallone del Ponte e da via XXIV maggio che veniva chiamata Calata del Castello. Quest’area, che rappresenta il centro storico odierno, comprendeva orti e vigneti con una ventina di pozzi di acqua salmastra. Nella parte meridionale vi erano delle piccole abitazioni che rappresentavano la periferia di Sopra la Terra per il resto vi erano terreni dati a coltura punteggiati qua e la da rustici “casalini”che,via via, saranno oggetto di cessioni censuarie ai privati permettendo così l’espansione del Borgo e contravvenendo alle disposizioni dell’autorità spagnole.

Oltre il torrente, dove ora c’è il corso Vittorio Emanuele, vi era, sempre di proprietà del vescovo, una grande vigna che era stata rinnovata verso il 1595 dove proprio mons. Vidal fece sorgere “un casalino di villa” quello che ora è il palazzo vescovile. La costruzione era sobria e consisteva in due vani terreni con sopra due o tre stanze munite di baglio e pergolato ad essa si accedeva per un viottolo che collegava il casalino con il torrente che era allora corso Vittorio Emanuele[1].

Già nel 1608 il vescovo aveva condonato, a favore dell’Università, alcune terre boschive del Castellaro con alcune modeste condizioni.

 

Le Eolie nel Regno di Sicilia

 

Intanto il 30 maggio del 1610 le Eolie vengono rincorporate nel Regno di Sicilia staccandosi dal regno di Napoli a cui erano appartenute fin dal 1548.  Si trattava di una antica aspirazione dei liparesi che vedevano in questo passaggio sia un possibile incremento dei loro traffici, sia il beneficio di avere una capitale più vicina  importante ai fini delle pratiche amministrative e giudiziarie. E per questo si era speso, mettendo in campo le sue virtù diplomatiche., il vescovo Vidal con numerosi viaggi fatti a Napoli e Messina.

Filippo III

Ma se questi erano gli obiettivi dei liparesi e del loro vescovo per cui avevano chiesto l’incorporazione alla Sicilia, fra quelli del re Filippo III ve ne erano almeno altre due: tenere meglio sotto controllo questi isolani fra cui vi era chi si dedicava alla pirateria e ricondurre la Chiesa di Lipari nell’ambito della Legazia Apostolica di Sicilia.

 Ed è proprio questo passaggio amministrativo a far scattare l’”operazione reveli”[2] cioè il censimento delle persone e dei beni che aveva come finalità quella di stabilire la base impositiva per il pagamento dei tributi. La cosa non fu presa bene dagli abitanti perchè questo obbligo amministrativo contrastava palesemente con i privilegi di cui essi godevano da vario tempo ed anche la gente che si era riversata a Lipari dopo il “sacco” l'aveva fatto a patto di dover godere, tra l'altro, dell'esenzione dalle imposte statali. Da qui l’inizio di una dura contestazione per fare valere i privilegi contro una burocrazia  palermitana che li riteneva tacitamente abrogati.

“I Liparoti comunque – osserva Arena -  non poterono sottrarsi all'ordine che veniva da Palermo, ordine che il loro vescovo ribadiva con proprio bando e doveva far rispettare. Sicché l'operazione riveli si portò a compimento in tempi brevissimi e nel rispetto delle formalità stabilite”[3]. Essi non ebbero seguito perché il Tribunale del Real Patrimonio, riconoscendo i diritti acquisiti. scongiurò che essi potessero avere effetti fiscali per cui le carte del censimento andarono a finire direttamente nell’archivio del Tribunale.

Le proprietà del Vescovo e quelle del Comune

 

Innanzitutto i riveli ci dicono che i residenti a Lipari sono 1281 maschi e 1103 femmine quindi, in totale 2.384. Vi sono inoltre 256 persone del presidio militare fra soldati e famiglie e 38 schiavi. In totale 2.678 di cui 86 sono ecclesiastici[4] mentre 40 residenti risultano temporaneamente assenti.  L’età media dei maschi residenti è di 22 anni visto l’alto numero di bambini sotto i nove anni  (383) mentre i fuochi familiari sono 576 con un’ampiezza media delle famiglie di 4,05.

I rilevi permettono di ricavare informazioni non solo riguardo alla popolazione, ma anche all'economia. In ordine alle proprietà dai “riveli” risulta che l'Università possedeva “la casa del Tocco”, sede del Municipio( gravata di censo enfiteutico da corrispondere al vescovo), due case adibite a deposito di armi e munizioni, un magazzino adibito a deposito di grano, terreno di 18 salme circa in località Castellaro e molti altri terreni boscosi ed incolti in diverse parti dell'isola che non davano nessun reddito perchè erano a disposizione dei cittadini per raccogliere legna da ardere e pascolare il bestiame.

Castellaro

La Chiesa possedeva vari fabbricati ( chiese, palazzo vescovile e qualche casetta) dentro la città e aveva la piena proprietà in molte contrade di Lipari ( Acquacalda, Annunziata-Chiusa, Canneto-Calandra,  Capistello-San Nicola, Caravezza, Castagna, Monte Pelato, Pianoconte, Pianogreca-Ficuzza, Pirrera, Sant'Angelo, Salvatore,ecc.) e la proprietà praticamente di tutte le isole minori.

Vi erano in quella data anche un Monte di Pietà ed un Ospedale, entrambi amministrati dalla Chiesa  ed una Confraternita di San Nicola proprietaria di un terreno in località Valle de Imbroga. L'Ospedale aveva diversi lotti di terreno ceduti in enfiteusi (Annunziata, Barisana, Collo, Cappello, Cugni, Ponte,  S. Caterina, S. Lucia, S. Margherita...).

 

Una proprietà immobiliare diffusa fra i privati

 

Quanto ai privati bisogna osservare che c'era a Lipari una proprietà immobiliare piuttosto diffusa anche se va osservato che c'era chi possedeva una casa, mezza casa, un terzo di casa e chi possedeva più case; c'era chi possedeva un pezzo di terreno improduttivo e chi possedeva diversi terreni redditizi. Comunque senz'altro notevole era il numero di coloro che godevano di redditi non  di lavoro. Tuttavia se si considera che per il vitto di una persona abbisognava una somma all'incirca pari a 12 onze d'oro l'anno, e che questa spesa aumentava adeguatamente secondo che si trattasse di famiglie di 2,3 o più componenti e se contemporaneamente si tiene presente che su un totale di 577 rivelanti abitanti a Lipari, solo 62 ( il 15,94%) avevano una rendita annua netta superiore a 12 onze, 62 (10,74%) una rendita annua superiore a 18 onze, 31( 5,37%) una rendita superiore a 30 onze e solo 16 ( 2,77%) andavano oltre le 40 onze di rendita netta annua, di certo non si può pensare che fossero molte le famiglie liparesi che potevano vivere esclusivamente di rendita.

Bisogna quindi capire che cosa offriva l'agricoltura, la pesca, il commercio, ecc. La poca disponibilità di acqua per l'irrigazione condizionava fortemente l'agricoltura eoliana del primo seicento. Di fatto a Lipari, alle poche colture orticole si contrapponevano massicciamente il fico, il cappero, le terre coltivate a grano e altri cereali, e soprattutto la vite. C'erano poi alcuni canneti, qualche gelso e, sparsi qua e là, vari altri alberi da frutto.

Una cisterna d'acqua ora scomparsa

Niente i riveli ci dicono sugli animali da cortile, quanto agli altri tipi, nell'isola c'erano 169 asini, 92 bovini, 1632 caprini, 38 muli, 12 cavalli e 1 maiale. Perciò la carne, il latte, il formaggio e persino le pelli, non mancavano. Di mulini ce n'erano 27 per cui si può ricavare che la farina si produceva sul posto sia macinando il grano locale che quello importato.

La flotta si componeva di 4 barchette (gozzi), 3 speronare( bastimenti con 2 o 3 alberi a vele latine e capienza di 20-30 tonnellate) e 4 feluche ( bastimenti con 1-2 alberi inclinati a vele latine e capienza di 30-50 t.).  Diffuse erano le imbarcazioni in comproprietà.

Notevole doveva essere il commercio nell'isola e quello con piazze siciliane e calabresi ( Messina, Milazzo, Palermo, Ficarra, Tropea, Militello, Monteleone) o estere. Si commerciava grano, olio, vino, uva passa, capperi, fichi secchi,  formaggio, spezie,  pani. La presenza a Lipari di alcuni possidenti genovesi lascia capire che i rapporti si spingessero oltre il Tirrreno.

Nonostante il forte sviluppo delle attività economiche c'erano a Lipari persone che per vari motivi ( infermità, vecchiaia, ecc.) non erano in grado di procurarsi nemmeno un piccolo reddito di lavoro su cui contare. Ai bisognosi comunque non mancavano né l'aiuto della Chiesa, né quello dei privati, sicché non è nemmeno immaginabile che la condizione dei poveri a Lipari fosse identica a quella dei mendicanti presenti in quasi tutte le parti d'Europa.

 

Le entrate della chiesa e l'attività caritativa

 

Varia era l'attività che la Chiesa svolgeva a favore  delle persone bisognose. Essa si estendeva dalle sovvenzioni alle concessioni di aree fabbricabili, dalla concessione di piccoli lotti di terre coltivabile,  alle elemosine, dalla formazione della dote per le giovani povere che andavano in spose alla tutela dei minori ( il Campis informa che a Lipari la Chiesa amministrava anche un brefotrofio), e riusciva ad evitare forti disagi.

“ Se è vero – commenta Giuseppe Arena – che i  vescovi di Lipari, male interpretando le concessioni normanne  del 1088 e del 1134, pretesero per lungo tempo di essere proprietari delle Isole Eolie, è anche vero che con la distribuzione di terre in enfiteusi o altra forma crearono una grossa massa di piccoli coltivatori e proprietari, che altrimenti non ci sarebbe mai stata; se è vero che gli stessi vescovi incassarono per lungo tempo censi che in termini di diritto loro non spettavano, è anche incontrovertibile che quasi tutto il denaro da essi percepito venne riversato nelle Eolie, per costruzioni e a sostegno del Seminario, del Monte di Pietà, dell'Ospedale, dei poveri, degli orfanelli, ecc. E quindi, se sul piano giuridico non si può dire che l’Università di Lipari non sia stata privata per tanto tempo di molta parte del suo demanio, sul piano del realismo più crudo sembra proprio che la storia debba riconoscere che ciò fu più un bene che un male per le Eolie, tanto per i risultati diretti quanto per quelli indiretti”[5].

Sempre nella seconda metà del 600 il vescovo procedette a far disboscare vaste zone dell'arcipelago aumentando così i posti di lavoro e permettendo una distribuzione più razionale della popolazione nelle isole e la messa a coltura di molte terre. Queste terre procuravano al vescovo nuove entrate perchè venivano date in enfiteusi o in affitto  dietro il pagamento di censi e decime. Di queste terre certo non ne beneficiò il popolo minuto ma le famiglie benestanti, gli ecclesiastici, loro parenti e comunque coloro che avevano delle risorse, classi sociali che nel tempo cominciarono a lamentarsi sempre più per questi balzelli che dovevano pagare[6].

Il cancello che portava al palazzo vescovile. Subito a destra l'edificio del 600 per le donne

Ma malgrado le lamentele per i censi e per le decime, le incursioni dei pirati lungo tutto il corso del secolo, la vita economica dell'arcipelago andò migliorando al riparo, com'era, dalle rivolte e dalle guerre. Erano in molti a darsi all'attività della pesca, alla caccia dei conigli, delle quaglie e delle tortore all'allevamento del bestiame e soprattutto di capre che circolavano libere nelle terre comuni e qualche volta sconfinando e danneggiavano i poderi coltivati.

Si raccoglieva e si esportava in Toscana, Campania, a Marsiglia anche la pomice: circa 500 tonnellate l'anno. Per molte di queste attività – pesca, caccia, allevamento , raccolta della pomice – i liparesi  qualche volta riuscivano ad eludere le gabelle e la gente poteva arrotondare i propri redditi. Ancora nel corso della seconda metà di questo secolo un'altra fonte di entrata fu rappresentata, come abbiamo visto,  dalla lotta ai pirati turchi che una volta catturati venivano venduti come schiavi, per esempio a Trapani dove si svolgevano libere vendite all'asta.

 



[1] Un primo ampliamento il casalino lo ebbe nel 1620 a cura del vescovo Candido, un altro intervento ci fu nel 1725 il vescovo Platamone che diede alla costruzione  un aspetto più decoroso, ma fu il vescovo Attanasio che tra il 1845 e il 1856 diede al Palazzo l’aspetto che oggi conserva. Tra il 1911 e il 1928 il Palazzo rimase disabitato e andò degradandosi. Fu mons. Re che nel 1928 mise in atto un generale restauro del fabbricato. Nel 1965 Mons. Nicolosi mise in vendita quasi per intero la vigna venendo incontro al desiderio dell’Amministrazione comunale di tracciare nuove strade ed acquisire terreni per l’espansione urbana.( G.Iacolino, La chiesa cattedrale.., manoscritto cit.,  pag. 31 e,f,g.

[2] G. Arena  “Popolazione e distribuzione della ricchezza a Lipari nel 1610 “Analisi, elaborazione statistica e sintesi dei riveli di Lipari conservati nell’Archivio di Stato di Palermo, Messina 1992, pag.7 e ss.

[3] G.Arena, op.cit., pag. 10.

[4] Fra cui 1 vescovo, 12 canonici, 16 preti semplici, 18 fra diaconi, subdiaconi e chierici, 8 frati, 18 monache professe e 13 terziarie francescane

[5] G.A.M. Arena, Popolazione e distribuzione della ricchezza a Lipari nel 1610, op.cit.,pag.75.

[6] G. A.M. Arena, L’Economia delle isole Eolie dal 1544 al 1961, Messina, 1982, pp20-21.

 

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