Salina conquista l’autonomia amministrativa

La specificità di Salina

Santa Marina Salina

Diversa ancora era la situazione di Salina[1] che merita una analisi specifica. Alla fine degli anni 50 del XIX secolo – osservano Saija e Cervellera -, la comunità salinara è economicamente ben strutturata ed in forte espansione. Si annotano più di 4,500 abitanti e in notevole incremento appaino matrimoni e battesimi. La costruzione di nuove case procura occasioni di lavoro, ma l’attività che più di ogni altra  assorbe manodopera è la cura dei vigneti, attirando operai agricoli specializzati e braccianti dalla Sicilia e dalla Calabria, molti dei quali trovano, poi, stabile dimora sull’isola, ed “impiego nelle marine attività”[2]. Agricoltura, produzione di vino e malvasia, costruzione di navigli, e commerci questi sono gli ingredienti dello sviluppo di quest’isola. Così le case sparse, che erano ancora la sua caratteristica all’inizio del secolo già nel 1854, in conseguenza proprio dell’incremento degli scambi e dei commerci e della rivalutazione del prezzo del vino, lasciarono il posto, come annota Luigi Salvatore, ad una forte espansione edilizia segno di una nuova agiatezza della popolazione[3].Continuano ad essere carenti le strade di comunicazione interne ed i collegamenti fra le frazioni dell’isola sono esclusivamente marittime.

Molti terreni di Salina, la maggior parte degli incolti produttivi appartavano alla mensa vescovile ed erano concessi in enfiteusi o comunque in affitto. Ma all’inizio dell’800 sembra che questa pratica cada in disuso ed i discendenti degli originari concessionari espandono – soprattutto sotto la spinta dei guadagni provenienti dalle culture vinicole – i propri possedimenti e cominciano a disboscare i terreni incolti senza chiedere autorizzazioni. Il vescovo Tasca, pur nel breve periodo in cui governò la diocesi, protestò presso il governo borbonico e questo nel 1827 ordinò il sequestro dei prodotti  dei terreni illegittimamente disboscati, il divieto di ulteriori coltivazioni e il rimboschimento dei terreni usurpati. Ma l’applicazione del provvedimento incontra forti ostacoli per cui si instaura un braccio di ferro fra civica amministrazione e vescovato. Sembra che si arrivi ad una composizione nel 1838 col vescovo Portelli ma le tensioni si riaprono con i vescovi Proto e Attanasio.

Nella seconda metà dell'80 si avvia un disboscamento per fare spazio all'agricoltura.

 

L'obiettivo dell'autonomia

 

Ora i borghesi di Salina non rivendicano più solo il possesso delle terre ma anche l’autonomia amministrativa da Lipari. Viene sottoscritta una petizione, discussa nel decurionato liparese  nella primavera del 1855, con cui, sottolineando la sordità dei pubblici amministratori dinnanzi alle cresciute esigenze di Lipari per via dell’impetuoso sviluppo, chiedono all’Intendenza provinciale di promuovere l’erezione in un unico Comune autonomo delle isole di Salina, Filicudi ed Alicudi. Il parere è sfavorevole e continuò ad esserlo anche nel 1858 e nel 1859 alle ripetetute reiterazioni della petizioni. Nel 1860 il giudizio negativo viene motivato “per le misere condizioni in cui in atto trovansi le diverse isole che vorrebbero riunirsi in Comune, mancando affatto di personale, di mezzi, di quella esistenza morale che desiderano[4].

Le cose cambiano con l’unificazione del Regno a cominciare dalla legittimazione dei terreni usurpati e circa il rifiuto di pagare le decime gravanti sui territori di Salina per via delle vecchie concessioni, alla luce dei decreti del prodittatore Modini dell’ottobre 1860 che abolisce le decime sacramentali e converte in canone quelle dominicali[5]. Comunque il decreto non sana il conflitto perché il rifiuto non può essere unilaterale ma, il suo fondamento, va accertato giudizialmente. Il vescovo Ideo avanza opposizione richiedendo alla commissione provinciale la conversione in canone dei censi sulla base dei titoli che presenta. Ma l’accertamento giudiziale è difficile e la questione va avanti stancamente mentre gli eoliani decidono di chiudere le porte dei magazzini agli agenti vescovili.

Il notaio Domenico Giuffré primo sindaco del Comune di Salina.

A questo punto, su iniziativa di alcuni giovani salinari capeggiati da Domenico Giuffré che studiava a Napoli giurisprudenza, ripropongono la richiesta di autonomia amministrativa ma questa volta la avanzano per la sola isola di Salina innestandola sulla base della polemica relativa alla spese per opere pubbliche in relazione ai carichi fiscali. I salinari reclamano che l’amministrazione di Lipari non ha alcuna sensibilità per il problema delle scuole e per le opere di difesa dell’abitato della loro isola. Comunque il 4 luglio 1863 il consiglio comunale respinge la richiesta di autonomia . I salinari però non si arrendono e malgrado il voto contrario, inoltrano ugualmente la richiesta al Prefetto e quindi al Consiglio provinciale di Messina che la esamina nella seduta del 17 novembre.

Contro la richiesta parla il liparese Natoli che sostiene l’assoluta incapacità degli isolani di amministrarsi convenientemente proponendo una mediazione. Salina continui a dipendere la Lipari ma il Sindaco nomini un assessore delegato che risieda a Salina[6].

 

Il prefetto si schiera per l'autonomia

 

A favore dell’autonomia di Salina parlò invece il prefetto Vittorio Zoppi che rimproverò Lipari di non avere mai fatto nulla per le isole ma di non curare nemmeno adeguatamente le esigenze dell’isola maggiore. Infatti si è finora disinteressata dell’istruzione pubblica e non ha aggiornato le liste elettorali dimenticandosi addirittura di rinnovare il Consiglio Comunale. Quanto alla incapacità dei salinari di amministrarsi, se è problema di censo perché sarebbero pochi quelli che pagano le 15 lire richieste si può osservare che essendo gli abitanti  del comune di circa 4 mila il censo richiesto è inferiore, inoltre la nuova legge stabilisce che in casi particolari si può far parte del collegio elettorale anche con un censo più basso. Infine non si può dire che uno non è capace di amministrarsi se non è messo alla prova e potrebbe anche darsi che inizialmente si commettano degli errori ma bisogna puntare sulla capacità di autocorreggersi e nel giudizio della pubblica opinione[7].

L’intervento del prefetto è determinante e il consiglio vota favorevolmente col solo voto contrario di Natoli. La delibera viene trasmessa al governo e questo il 3 febbraio del 1867 firma il decreto di fondazione del comune delegando la borgata di Santa Marina Salina a svolgere le funzioni capoluogo[8].

Il nuovo comune nasce nel pieno dell’espansione economica e demografica . Ed anche se ci sono contrasti fra Santa Marina e Malfa sulla nomina del sindaco e la localizzazione del municipio i passi in avanti si vedono immediatamente. I progressi si riscontrano soprattutto nel campo delle scuole, quindi arrivano due uffici postali, il telegrafo, la stazione dei reali carabinieri, il magazzino vendita tabacchi con rivendite in tutte le frazioni, la delegazione di porto viene elevata al grado di ufficio dipendente  e comincia ad assolvere i compiti di controllo e di regolamentazione delle attività della locale gente di mare.

Se si vuole valutare comparativamente lo sviluppo della marineria commerciale nelle tre isole maggiori – Lipari, Salina e Stromboli – si può notare che nel rapporto stazza-numero dei velieri, la flotta di Salina appare complessivamente equivalente a quella di Lipari[9].

Malfa aspira ad essere il capoluogo dell'isola e del Comune

Una volta ottenuta l’autonomia amministrativa alla conflittualità tra Salina e Lipari si sostituisce quella fra S. Marina da un lato che è il capoluogo designato dal decreto e Malfa e Leni dall’altra che vorrebbero spostare a Malfa la sede municipale. Ed approfittando del fatto che in Consiglio comunale le due frazioni hanno 12 consiglieri contro gli otto di Salina dopo qualche anno che si era raggiunta l’autonomia viene votata una delibera che formalizza questa scelta. Ma il Consiglio provinciale, come organo tutorio, cassa la deliberazione[10].

Comunque le tensioni non spariranno e nel 1909, come vedremo, Santa Marina, Malfa e Leni diventeranno tre comuni autonomi.

 



[1]              Quando non diversamente specificato nella stesura di questo capitolo abbiamo fatto riferimento continuo al lavoro di M.Saija e A. Cervellera, Mercanti di mare, op. cit., ed in particolare al II capitolo.

[2]              M. Saija e A. Cervellera, op.cit., pag. 89.

[3]              Le isole Lipari, vol.VIII, a cura di Pino Paino, Lipari 1986, pag. 42.

[4]              Atti del Consiglio provinciale di Messina, sessione ordinaria del 1863, Messina 1864,pp.95-96 ed allegati, in M.Saija, A.Cervellera, op. cit., pp 89-91.

[5]              La decima dominicale è il canone per la cessione di immobili ecclesiastici (ancora esiste). Invece le decime sacramentali erano oneri reali, cioè tributi obbligatori nei confronti degli enti ecclesiastici, proporzionali ai frutti di un fondo (di solito la decima parte).

[6]              Verbale della seduta del Consiglio Provinciale di Messina del 17 novembre 1863 in Atti del consiglio provinciale di Messina…, op.cit., pp 97-99.

[7]              Idem.

[8]              Regio Decreto n.3533 del 7 febbraio 1867. L’art. 1 parla dell’erezione di Salina a comune con capoluogo Santa Marina, l’art 2 recita “Fino alla Costituzione del Consiglio Comunale di Salina, cui si provvederà dal Prefetto della Provincia a norma di legge, l’amministrazione dell’isola predetta continuerà ad essere affidata all’attuale Consiglio Comunale di Lipari che ne curerà gli interessi, senza però vincolare in alcun modo l’azione della futura rappresentanza del novello Comune”:

[9]              M.Saija e A. Cervellera, op. cit., pag. 96.

[10]             M.Saija e A. Cervellera, op. cit. n. 22 pag. 160.

 

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