"San Bartolo ha salvato Lipari"

La protezione dei liparesi fuori Lipari

Secondo il Campis la protezione di S.Bartolomeo ai liparesi dalle conseguenze di quel terribile terremoto, non si limitò a chi era nelle isole ma operò a favore di ogni liparese “che disperso si trovava…nel tempo di tanta ruina e stragge”[1].E ci dà qualche esempio.

 Era partito da Malta con la sua feluca per tornare a Lipari, sua patria, il padron Giovanni Lambrosa con i suoi compagni e due cavalieri gerosolimitani. La notte del 9 gennaio, circa l’ore cinque, tutte si trovavano nel porto d’Augusta quando si sentono furiosamente  sbattere da  insoliti colpi di mare,  mentre si sentono dalla città venire gridi, gemiti e rumori di rovine come se tutto stesse diroccando. Immediatamente, padrone ed equipaggio, invocano la protezione di S. Bartolomeo e confidando del suo aiuto mettono mano ai remi e, senza sapere come, in un momento si trovano al largo, fuori da ogni pericolo e senza alcun danno. Proseguirono così il loro viaggio e la domenica 11 gennaio giunsero a Catania. Padron Lambosa con i suoi compagni vollero andare a fare un giro in città pensando di trovare un buon posto dove pranzare. Ma non avendone trovati di loro gradimento decidono di tornare in barca. Ma avevano appena messo piede a bordo che sentono e vedono un disastro apocalittico. Catania in poco tempo si disfa in polvere, il mare freme ed urla e si ritira velocemente dal porto. I liparesi si appellano ancora una volta al loro Santo protettore e mentre vedono otto feluche affondare essi si abbandonano alla corrente. Una corrente tanto impetuosa che sembrava, ad ogni istante , doverli inghiottire. E invece miracolosamente si salvarono e, tornati a Lipari, poterono contare fra le lacrime, quanto era loro accaduto.

Catania e il suo porto nel 1693

Sempre da Malta ritornava a Lipari, con la sua feluca, padron Giovanni Mangano. Giunto sotto il castello di Scicli, in località detta Mazzarelli, la sera stessa di venerdì 9 gennaio, con i suoi marinati, sbarcarono ed andarono in città per cenare. Ma improvvisamente , “toccati interiormente da tacito impulso” , lasciarono la casa in cui avevano deciso di cenare e si diressero al Convento del Carmine per cenare con i religiosi e pernottare. I dieci liparesi, si erano già ritirati nella cella che era stata loro assegnata quando sopraggiunse il terremoto. L’alloggio dove erano prima andati per cenare e dormire la notte viene raso completamente al suolo e tutti quelli che ci erano dentro trovarono la morte. Anche quattro celle del Monastero crollarono, ma quella in cui erano alloggiati i liparesi non subì il minimo danno. Di più, questi si erano appena alzati ed usciti che tutto il convento, compresa la loro cella, andò in rovina. Padron Mangano con i suoi marinai si ritirò sulla sua feluca a Mazzarelli e lavorarono per caricare la barca di mercanzie per partire. Domenica mattina il Mangano si accorse che per finire di portare il carico a bordo gli occorreva l’aiuto di un cavallo e mandò due marinai a cercarlo in città. Erano questi appena usciti dalla città e stavano tornando alla barca seguiti da un uomo col suo cavallo quando sentirono delle forti scosse ed il terreno si aprì dietro di loro inghiottendo l’uomo col cavallo. I due marinai illesi, videro Scicli andare in rovina dinnanzi ai loro occhi. Corsero verso la barca e videro che sulla spiaggia c’era il Mangano con gli altri marinai illesi. Il risucchio del mare e la successiva ondata danneggiarono la barca ma non la distrussero. S. Bartolomeo, raccontarono, a cui si erano affidati, li aveva protetti.

 

I Liparesi a Messina

Altri due episodi riguardano liparesi che si trovarono a Messina la domenica 11 gennaio. Un padre osservante doveva partire da Messina per andare a predicare. Volle pertanto quella mattina, prima di lasciare la città, andare a salutare alcuni suoi devoti. Si prese per compagno il padre Serafino da Lipari ed entrarono in un palazzo. Ma padre Serafino non volle salire sopra,  sebbene pregato disse che avrebbe aspettato nel cortile. Mentre il padre osservante è sopra a chiacchierare con l’amico giunge il terremoto che scuote tutto il palazzo. La parte di fabbrica dove si trovava il predicatore crollò e questi rimase coinvolto nelle rovine e morì. Si salvò invece padre Serafino.

La stessa cosa accadde ad una donna di Lipari che si trovava in una casa di Messina con altre due donne. Quando giunse il terremoto lei invocò la protezione di S. Bartolomeo e rimase illesa mentre le sue ospiti morirono nella rovina della casa.

Conclude il Campis questo escursus , affermando che “né si sa che in tante e sì grande rovine accadute nel Regno di Sicilia per causa di questi fieri tremoti vi sia rimasto morto o in qualche modo offeso alcun liparoto,  onde pare che il Glorioso Bartolomeo potesse dire , in quelle sciagure, al Signore Dio: - Di quanti havete posto sotto la mia tutela ‘non perdidi ex eis quemquam’ (Giovanni XVIII,9)[2].

 

La riconoscenza dei liparesi al Santo patrono

 

I giorni che seguirono il terremoto, mentre arrivavano le notizie dei lutti e delle rovine dalla Sicilia e si moltiplicavano i racconti dei liparesi che tornavano a casa felici di essere scampati al disastro, certo uno degli argomenti più sentiti era come avrebbe potuto la città e l’isola esprimere la propria riconoscenza al Santo Patrono.

E la prima idea che venne in mente a tutti fu quella di dedicargli una nuova festa di precetto: la quarta dopo quella canonica del 24 agosto, il 13 febbraio quando ricorreva l’invenzione delle reliquie del corpo, il 17 giugno introdotta per aver preservato Lipari dalla peste quel giorno del 1541.

I giurati con la partecipazione del governatore convocarono il consiglio che all’unanimità deliberò che “a gloria di S. Bartolomeo si festeggiasse in perpetuo, e con tutta la divotione e pompa possibile, l’undicesimo del mese di Gennaro, giorno anniversario della grazia ricevuta”[3]. Inoltre l’atto pubblico sottoscritto dal notaio prevedeva anche che la vigilia fosse giorno di digiuno e lo stesso doveva avvenire per la vigilia delle altre tre feste del Santo. Il Tribunale del Real Patrimonio il 2 luglio, confermò questa delibera ed autorizzò la spesa per i festeggiamenti[4].

Un secondo provvedimento fu quello di costituire una confraternita dedicata al Santo che aggregasse solo nobili. Ancora il vescovo stabilì che il giorno 11 di ogni mese fosse esposto in Cattedrale alla pubblica venerazione la reliquia di S.Bartolomeo e che egli stesso avrebbe celebrato la Messa alla presenza della reliquia. Inoltre decise che tutti giorni, all’ora 21 che era quella del terremoto, ognuno smettesse la propria attività e recitasse un atto di dolore per i peccati commessi.

L'altare di San Bartolomeo nella Cattedrale di Lipari

Al Santo fu anche promesso che si sarebbe fatto un altare nuovo in Cattedrale, che gli sarebbe stata dedicata una statua ad altezza naturale tutta in argento e che sarebbe stata riparata la chiesa madre che pure aveva accusato le scosse del terremoto.

Ma mentre le prime decisioni diventarono subito esecutive, questi altri tre proponimenti impiegarono del tempo a realizzarsi.  In particolare la statua in argento e l’altare in legno forte intagliato ed ornato di fregi d'oro zecchino, richiedevano molti fondi e la ricerca di questi procedeva con estrema lentezza. Forse fu necessaria la forte scossa tellurica dell’1 settembre 1726 perché improvvisamente si ebbe una grande accelerazione e, nel giro di due anni, dal 1727 al 1728, tutto fu commissionato, improntato e posto in opera. Alla testa dell’operazione si misero i giurati  Nicolò Antonino Rossi, Francesco Policastro e Girolamo Pisano  facendo ricorso a fondi pubblici locali e contribuzioni di privati[5]. E fu da quel momento che le processioni del Santo, fino ad allora circoscritte nel Castello cominciano a snodarsi anche per la città bassa. Si trattava spesso di un lungo serpentone umano formato da oltre cento fra preti, frati e chierici, ben otto confraternite – San Bartolomeo, Immacolata Concezione, Maria S.S. Della Grazie, Addolorata, San Giuseppe, San Pietro, Sant'Antonio Abate, S. Francesco di Paola, e le Anime Sante del Purgatorio – e poi tutto il popolo.                                                                   

Ma rimaniamo al 1693. Quell’anno, ci dicono i cronisti dell’epoca, il carnevale fu “consegrato alla modestia, alla computione ed alla integrità de’ costumi”[6].

Così il giovedì grasso, che cadeva il 29 gennaio, parve il giorno “più santo dell’anno”. La gente numerosissima si confessò e fece la comunione riempiendo la Cattedrale e disertando le piazze. In Cattedrale sopraggiunsero anche le confraternite ed i frati e si diede luogo ad una solennissima processione col vescovo che portava il santissimo e l’arcidiacono il braccio d’argento con la reliquia del dito pollice. Il baldacchino era sostenuto dai rappresentanti della città. L’interminabile sequela di gente uscì dalla città alta e si portò prima a San Giuseppe, poi alla cappella di S.Barolomeo a Portinenti, finalmente – compiendo un ampio giro – giunse alla chiesa di S. Pietro e da qui si fece ritorno alla Cattedrale dove il vescovo tenne un discorso annunziando, fra l’altro, che da venerdì a lunedì, la reliquia del santo sarebbe stata esposta alla venerazione dei fedeli, mentre martedì 3 febbraio, giornata del carnevale, sarebbe stata santificata con l’esposizione del Santissimo e l’adorazione dei fedeli. Così, senza intermezzo, si sarebbe entrati nella quaresima.

Statua in argento di San Bartolomeo

Intanto si approssimava il 13 febbraio, ricorrenza dell’arrivo a Lipari del corpo del Santo e si pensò quell’anno di celebrarla con particolare solennità. Si cominciò con l’esporre, tre giorni prima dell’evento, a sera, la reliquia e “si cantarono in musica le laudi”. Quando poi si era fatto buio in ogni parte della città, del borgo e della campagna si accesero dei grandi falò. La mattina del 13 ci fu il pontificale del vescovo con un panegirico rivolto al Santo. Alla fine della messa si portò, in processione - vescovo, canonici, clero, frati e confraternite, autorità e popolo - la reliquia alla chiesetta del Santo extra moenia . E per la prima volta da oltre un mese si vide la gente sorridere ed anche i canti non era più quelli della mestizia ma della gioia. La cerimonia si concluse in Cattedrale dove si intonò il Te Deum[7].

 

La morte del vescovo

 

Il personaggio che era emerso con forte spicco da questa vicenda del terremoto era sicuramente mons. Castillo che aveva interpretato, più di chiunque altro, il sentimento popolare ed intorno al quale si era stretto tutto il popolo ma anche le autorità ed i nobili cittadini. Tutti parlavano bene di lui nelle isole e si presagiva un futuro importante per la chiesa di Lipari vista anche la giovane età del prelato. Ma le cose dovevano andare diversamente.

Si era nella quaresima del 1694 ed era trascorso più di anno dal terremoto. Il papa Innocenzo XII aveva indetto un Giubileo e il vescovo volle che il popolo fosse preparato a questo evento religioso. Così affidò ad un predicatore, in Cattedrale, l’illustrazione del suo significato e l’importanza di prepararsi ad accogliere questo evento che era segno di riconciliazione e di remissione ei peccati. Lui stesso il venerdì 19 marzo , come usava fare tutti i venerdì di quaresima, volle prendere la parola ed, oltre a parlare della passione del Signore, affrontò il tema del Giubileo e degli effetti di santificazione che provocava nelle anime preparate a riceverlo. E poi preso dalla passione, nel fervore del discorso, ripeté più volte: “Beato quello a cui Dio concedesse di morire domenica prossima subito dopo aver ricevuto il Giubileo! Oh se fossi io questo fortunato!”.

La gente fu colpita dall’impeto del discorso e lo stesso presule finì, spossato, la celebrazione tanto che, contrariamente al suo solito, dovette mettersi a letto per riposare. Lui stesso ebbe a confidare nella stessa giornata che quello che gli era successo non gli era mai accaduto prima. La grande stanchezza dopo il discorso ma più ancora, un forte impulso interiore, mentre parlava, e l’impossibilità di trattenere le parole che uscivano da sole e le lacrime.

Il 21 marzo era il giorno in cui a Lipari si celebrava il Giubileo e alla funzione religiosa partecipò un gran numero di persone che si accostarono alla confessione ed alla comunione. Nel pomeriggio – dopo essere stato in chiesa a pregare – il vescovo salì con suo cognato, che era il governatore di Lipari, su un terrazzo per respirare l’aria del mare e passeggiare un po’. Passeggiando volle andare da un terrazzo ad un altro per mezzo di una scaletta di pietra senza appoggio. Probabilmente scendendo si impiglio nella veste, perse l’equilibrio e cadde nel terrazzo sottostante e batté con la testa nella parte destra. Subito perdette conoscenza e rimase in uno stato di  letargo fino alla mattina di lunedì quando morì. Aveva 35 anni.



[1] Ibidem, pag. 362.

[2] P.Campis, pp. 362-365.

[3] P. Campis, op.cit., pag. 358.

[4] G.La Rosa, op.cit. vol I, pp.240-242.

[5] Per la verità le 750 onze che costarono i due manufatti, statua ed altare, furono raccolte fra la popolazione mentre il municipio offrì l’avantialtare d’argento e si fece carico della cappellina erogando, previa autorizzazione del viceré, prima 50 onze il 16 gennaio 1733 e poi altre 35 onse il 15 novembre dello stesso anno. Libro delle corrie,ff.171, 174, 174v.

[6] P. Campis, op.cit., pag. 359.

[7] Idem, pp. 359-262.

 

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