San Bartolomeo e le Eolie

Chi era Bartolomeo?

Al di là delle scarse e scarne notizie sulle incursioni piratesche e sui fenomeni vulcanici le Eolie – soprattutto dal III al IX secolo d.C. – si impongono all’attenzione del mondo colto e devoto per le vicende del Cristianesimo legate soprattutto al culto di San Bartolomeo che fece per alcuni secoli di Lipari una delle più frequentate mete dei pellegrinaggi del Mediterraneo occidentale e forse una delle cause dell’aggressione dell’838 da parte dell’armata mussulmana capeggiata da Fadhl-ibn-Jàqub.

Per questo le domande che ci porremo  sono : come si stabilì e si affermò nelle Eolie il culto di San Bartolomeo? quando arrivò il Cristianesimo a Lipari permettendo di parlare di una Chiesa Liparese? Qual’era il significato e la presenza del cristianesimo nelle Eolie al tempo del sacco dell’838 d.C.?

Innanzitutto richiamiamo brevemente chi era San Bartolomeo: uno dei dodici apostoli di Cristo conosciuto anche ( nel vangelo di Giovanni) con il nome di Natanaele, nativo di Cana, che morì verso la metà del I secolo probabilmente in Siria. Il vero nome dell'apostolo è Natanaele. Il nome Bartolomeo deriva probabilmente dall'aramaico «bar», figlio e «talmai», agricoltore o ,secondo un’altra versione, “tholmai” colui che smuove le acque. Bartolomeo giunse a Cristo tramite l'apostolo Filippo. Dopo la resurrezione di Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia). Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi e  fu condannato ad essere scorticato vivo e poi crocefisso.

 

La testimonianza di Gregorio di Tours

 

Forse la testimonianza più antica che parla  dell’arrivo e della presenza a Lipari del corpo di San Bartolomeo è quella di San Gregorio di Tours, vescovo e storico, il quale tra il 572 e il 590 scrive:

“La storia del martirio di Bartolomeo narra che egli patì in India [ secondo altre versioni: in Asia]. Dopo lo spazio di molti anni dal suo martirio, essendo sopraggiunta una nuova persecuzione contro i Cristiani, e vedendo i pagani che tutto il popolo accorreva al suo sepolcro e a lui rivolgeva preghiere e offriva incensi, presi da odio , sottrassero il suo corpo e, e ponendolo in un sarcofago di piombo, tenuto a galla dalle acque che lo sostenevano, da quel luogo fu traslato ad un’isola che si chiama Lipari, e ne fu data notizia ai Cristiani perché lo raccogliessero: e raccoltolo e sepoltolo, su di questo edificarono una grande chiesa. In questa chiesa è ora invocato e manifesta di giovare a molte genti con le sue virtù e le sue grazie”[1].

Qui non ci interessa cercare di capire come mai Teodoro il Lettore, storico bizantino, avesse scritto intorno al 530 che le reliquie di San Bartolomeo fossero state inviate dall’imperatore d’Oriente Anastasio, forse nel 507, a Dara cittadella che egli aveva fortificata ( informazione confermata da Procopio di Cesarea morto nel 565). Non ci interessa, perché nostro compito non è di dimostrare quale reliquia fosse quella autentica ( in un’epoca in cui imperversava il commercio delle reliquie) e se a Dara e a Lipari si pensasse di avere l’intero corpo o, ciascheduna, solo una parte delle reliquie  (come pure accadeva). Nostro compito è dimostrare che già nel VI secolo – praticamente negli stessi anni in cui cadeva Dara  (573 d.C.) - con riferimenti a molti anni prima , veniva collegata Lipari al culto ed al corpo di San Bartolomeo e che si comincia a sviluppare una tradizione che afferma : 1. che il corpo fu gettato in mare e tenuto a galla dalle acque che lo sostenevano; 2. che il corpo fu traslato all’isola di Lipari; 3. che fu data notizia ai cristiani perché lo accogliessero; 4. che il corpo fu accolto e sepolto e su di esso fu edificata una grande chiesa.

 

La testimonianza di Teodoro Studita

 

Un’altra testimonianza del legame fra San Bartolomeo e Lipari ce la dà san Teodoro Studita (759-826)[2]. Dopo la sua morte San Bartolomeo – racconta questo monaco bizantino – non si dimenticò dei suoi uccisori e fece numerosi miracoli e prodigi, ma proprio questo portò i suoi persecutori ad infierire sul suo corpo. Presero l’arca miracolosa che conteneva il suo corpo e la gettarono in mare . Ma invece di affondare l’arca, per grazia divina, “parve avanzare attraverso i flutti” . L’arca fu trascinata dalle regioni dell’Armenia, con le arche di altri quattro martiri anch’esse gettate in mare, che precedettero ed in qualche modo scortarono l’Apostolo. Navigando queste arche giunsero “oltre la Sicilia, all’isola chiamata Lipari, per manifestarsi là grazie al ritrovamento da parte del vescovo del luogo, il santissimo Agatone”.

E’ come – esclama san Teodoro – “se l’isola dal nome appropriato[3] abbia gridato con voci misteriose verso di lui che vi era pervenuto:’ Vieni a me l’infelice, tesoro tre volte beato dello Spirito tutto santo, vieni a me la disprezzata, perla di immenso valore, vieni a me la postulante, o tu che da altri foste gettato via con suprema ingiustizia; stabilisci in me e molte dimore in me si costruiranno , sii mio patrono e sarò molto abitata; rendi celebre il tuo nome in me e da ogni parte si parlerà di me; mentre altri hanno respinto te portatore di luce, io che vivo nel buio mi protendo verso la tua luce; mentre gli altri si sono fatte beffe di te, nutrimento di parole viventi, io invece come una piccola cagna bramo di ricevere le briciole delle tue reliquie’. Dopo di ciò l’Apostolo, lasciatosi dietro i martiri che gli avevano fatto scorta, uno in luogo, uno in un altro (…); lo stesso come un re che veniva accolto nella residenza del proprio riposo, si diresse laddove veniva invitato: fu accolto splendidamente con molta luminaria e con profumi e inni, mentre tutti gli abitanti del luogo gli vennero incontro con gioia. Successivamente l’arca non avanzò più; benché infatti alcuni la tirassero, essa divenne irremovibile. Al gaudio subentrò l’afflizione: il popolo fu impotente; ma venne escogitato un espediente. Vicino infatti è il Signore a quanti lo invocano. L’arca, trasportata su due caste vitelle fu deposta laddove la sua sacra abitazione sarebbe stata eretta in breve. Dopo le difficoltà, anche il miracolo fu straordinario. Poiché allora Vulcano, com’è chiamato, essendo adiacente all’isola, incombeva rovinoso sugli abitanti del circondario, fu allontanato durante le tenebre e in qualche modo fu bloccato a distanza, a sette stadi in direzione del mare, tanto che fino ad oggi è manifesta a quelli che guardano tale promontorio la collocazione del fuoco obbligato ad allontanarsi”.

Questa versione aggiunge alcuni altri elementi alla tradizione: 1. l’arca con il corpo di San Bartolo non viaggia da sola per il Mediterraneo ma scortata da altre quattro arche di martiri che,  arrivati in Sicilia, vengono distribuiti come patroni a diverse città del Meridione; 2. a Lipari c’è un vescovo che si chiama Agatone e che è ritenuto “santissimo”; 3. l’arca giunta in prossimità della riva non si riesce a trainare a terra qualunque  sforzo si faccia. Si riesce solo con l’aiuto di due “vitelle caste”.

 

La testimonianza di Giuseppe l'Innografo

 

Una terza narrazione é quella di San Giuseppe l’Innografo (816-886)[4]. Anche se più succinta la testimonianza del monaco nato in Sicilia ma vissuto in Grecia, ripete la versione del Santo, il cui corpo, gettato in mare dai “tiranni del luogo” nel suo viaggio attraverso il mare Pontico, l’Egeo e l’Adriatico, è accompagnato dai corpi di altri quattro martiri, “collocati due alla sua destra e due alla sua sinistra”,i quali però, una volta raggiunta la meta di Lipari, “si volsero a quei luoghi ai quali la divina provvidenza destinava ciascuno di loro”.

“Fu una scoperta per colui che in quel tempo presiedeva alla chiesa di Lipari il fatto di ritrovare sulla spiaggia il grande Apostolo del Signore ( era costui Agatone, ed era grande la sua fama presso di tutti). Egli accorse e vedendo il corpo che era stato gettato sulla terraferma, pieno di stupore e di gioia gridava : Benvenuto, o porto di salvezza per coloro per coloro che lottarono nel mare delle calamità, benvenuto o divino fiume del Paraclito, che sei inondato dalle sorgenti della verità e sfoci in mare tra onde di pietà (…) Colei che da povera è diventata ricca; infatti oggi ho ricevuto in dono un tesoro grandissimo. Io non apparirò manchevole di nulla, in confronto alla famosa Roma, che ha come suoi abitanti i beati Pietro e Paolo; ho infatti Bartolomeo come abitante. Voi tutte mie isole, rallegratevi con me oggi, voi tutte città, gioite con me per sempre. Presso di voi giacciono i corpi di molti santi, a me ne basterà uno al posto di tutti”.

In questi testi mancano altri elementi, che pure fanno parte della tradizione, che il corpo di San Bartolomeo sarebbe giunto il 13 febbraio del 264 d.C., nella piccola spiaggia di Portinenti, e che la sua bara sarebbe rimasta lì fino ai nostri giorni. Questi dati ulteriori fanno parte anch’essi di una antica tradizione sebbene il primo documento a noi noto, che riporta gli estremi del giorno e del mese, sia – osserva Giuseppe Iacolino[5] – del 1617 e si tratterebbe di un atto notarile di mons. Alfonso Vidal (1599-1617) del 9 giugno di quell’anno. mentre l’abate don Rocco Pirri, autore dell’opera “Sicilia Sacra” che fu a Lipari fra il 1627 e il 1644 scrive: “La divina bontà spinse le spoglie di Bartolomeo all’isola di Lipari, e precisamente in un luogo distante dalla città, dove è ancora visibile, sott’acqua, il sarcofago. Così mi raccontano i Liparesi i quali ciò avevano appreso da una tradizione giunta sino ai nostri tempi”[6]. Infine la più antica fonte letteraria che espressamente menziona la baia di Pertinenti è Pietro Campis nel suo “Disegno storico”  che è del 1694[7].



[1] Gregorius Turonensis, Liber de gloria Martyrum, PL, LXXI, col.734.

[2] Tre laudationes bizantine in onore di San Bartolomeo apostolo, a cura di Vittorio Giustolisi, Palermo, 2004, pag..58 e ss.

[3] San Teodoro accosta il nome di Lipari in greco a quello di “abbandono” e “reliquia” che foneticamente lo richiamano.

[4] Tre laudationes bizantine…, op.cit. pag. 80 e ss.

[5] G. Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite ( Il primo millennio), Lipari, 1996, pag. 97 e ss.

[6] G. Iacolino, op.cit. pag.103. R. Pirri, Sicilia Sacra, tomo II, p.660.

[7] P. Campis,Disegno Historico della nobile e fedelissima Città di Lipari. 1694. A cura di Giuseppe Iacolino, Messina, 1991, pag. 161 “…e proprio dove si chiama Porto di Genti, et oggi corrottamente Portoniente”

 

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