San Paolo a Lipari ?

 “E’ credenza – scrive il Can. Carlo Rodriquez nel 1841 nel suo saggio “Breve cenno storico sulla Chiesa Liparese[i]che la fede cristiana si fosse stabilita in Lipari sin dal tempo degli Apostoli; e Paolo (l’Apostolo) venuto in Reggio, si reputa per mera tradizione passato da Messina , e per la vicinanza di quella provincia a quest’isola qui esservi condotto, predicare il Vangelo ed innalzare alla cima del sacerdozio per la prima volta Liparese Chiesastico. Ma niun documento esiste per rafforzare opinione siffatta; per il che à uopo di altri tempi più a noi vicini intertenerci, poiché le Siciliane Storie non furono a noi tramandate, anzi distrutte nella saracenica invasione…”.

Osserva Iacolino che il fatto che nell’autunno del 60 “ S.Paolo – il quale trovandosi in stato di detenzione – aveva compiuto quel celebre quanto avventuroso viaggio da Cesarea sino a Roma toccando Malta, Siracusa e Reggio Calabria diede motivo, in età rinascimentale, ai cittadini di Siracusa, di Reggio, di Messina e di Lipari di ritenere che i loro padri antichi avessero dall’Apostolo attinto i primi rudimenti della fede e che lui stesso nei loro rispettivi paesi avesse costituito le prime accolte di neofiti e insediato i primi vescovi. Si voleva inoltre far credere che Siracusa, Catania e Taormina , avanti che vi passasse San Paolo, avessero avuto vescovi personalmente inviativi da S. Pietro dalla sua residenza di Antiochia di Siria. Oggi c’è un gran mutamento della prospettiva critica al riguardo: oggi ci rendiamo conto di quanto lenta contrastata e faticosa sia stata la penetrazione del Vangelo nelle città mediterranee.”[ii]. E questo anche se Lipari era di certo un punto abituale di transito o di sosta nell’intreccio dei traffici”.

Così scrivevo nel mio libro “Navigando nella storia delle Eolie”[iii] e naturalmente concludevo che la notizia di San Paolo alle Eolie fosse una leggenda. Poi ho continuato a ricercare e riflettere su questo problema soprattutto a partire dalla lettura attenta del capitolo 27 degli Atti degli Apostoli e dalle discussioni che lungo duemila anni si sono sviluppate su Melita, che è il nome riportato realmente nel testo circa il nome dell’isola del naufragio, e la sua attribuzione a Malta, ed ho cominciato a dubitare fortemente che Malta potesse essere l’isola di cui parla Luca. E se dubitavo di Malta nemmeno mi convinceva molto l’ipotesi di Meleda  in Dalmazia. Un’altra isola che rivendicava di essere quella del naufragio di Paolo e come Malta, nel nome, fa riferimento al miele cioè a quanto dichiararono i pescatori che accolsero i naufraghi : “Questa è l’isola del miele”[iv].

Non mi convinceva perché, sicuramente la nave su cui viaggiava Paolo, doveva essere adusa  a fare questi viaggi verso Roma e quindi non poteva assolutamente confondere il canale d’Otranto con lo stretto di Messina.

Poteva essere, quindi Lipari, l’isola dove naufraga la nave che portava Paolo? In questa ipotesi, Paolo non sarebbe giunto a Lipari dopo il naufragio a Malta nella sosta che la nave fa a Reggio. Infatti – scrivevo nel libretto “ La religione nella Lipari antica”[v] - l’ipotesi che nella sosta a Reggio S. Paolo avesse potuto compiere questo “tour de force” apostolico è improponibile perché gli stessi Atti degli Apostoli parlando del viaggio dicono chiaramente che: “Salpati da [Siracusa]  giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli”(Atti 28, 13). Quindi la tappa a Reggio dovette durare meno di un giorno, troppo poco per evangelizzare Reggio, Messina e Lipari.

La disputa fra Malta e la Meleda dalmata

Non una sosta dunque ma una ipotesi molto più ambiziosa, fare di Lipari l’isola del naufragio e si potrebbe sostenere che S. Paolo, come nell’ipotesi di Malta,  non solo fondò la Chiesa dei Liparèi ma soggiornò a Lipari ben tre mesi avendo modo di sviluppare un significativo progetto di evangelizzazione. Ma andiamo per ordine.

Partiamo da quello che dice Luca negli Atti degli Apostoli.  Non può non colpire il fatto che l’isola dove andò a sfasciarsi la nave che – partita da Myra o Mira  un'antica città ellenica, nella Licia in Asia minore, (oggi situata nei pressi di Demre, nell'attuale Turchia meridionale) e diretta in Italia -solitamente oggi indicata nelle versioni degli Atti degli Apostoli   come Malta, in realtà  Luca la indica come Melita (Μελιτη  isola del miele) (At 28,1).

E proprio questo termine diede luogo in passato ad una disputa perché  nel “De administrando imperio” l’imperatore e storico bizantino Costantino Porfirogenito, nell’anno 949, afferma con sicurezza: il naufragio della nave che trasportava San Paolo avvenne a Melita-Meleda, isola della Dalmazia a nord di Ragusa[vi].

Ma nel 1600 cominciò a fiorire una ricca letteratura sul naufragio di San Paolo favorevole alla ben più importante (politicamente) isola di Malta divenuta nel frattempo la nuova sede dei Cavalieri Ospitalieri[vii]. E così, anche se è incontestabile che Luca negli Atti affermi che si imbatterono nell’isola in questione dopo tredici giorni che andavano alla deriva nell’Adriatico (At 27,27), Malta cercò di affermare la sua candidatura all’isola del naufragio. E se da una parte il Cavaleriato sviluppa tutta la propria influenza che è fortissima soprattutto a Roma, Meleda si affida allo storico e poeta raguseo Ignazio Giorgi (1675-1737), abbate dei Benedettini Neri di Méleda, consultore e teologo della Repubblica di Ragusa, che nel suo opuscolo dal titolo “D. Paulus apostolus in mari, quod nunc Venetus Sinus dicitur, naufragus et Melitale Dalmatensisi insulae post naufragium hospes”  descrive il viaggio avventuroso compiuto sull’Adriatico, ovvero nel Golfo di Venezia, avvalorando la propria tesi con citazioni attinte da oltre trecento scrittori antichi e suoi contemporanei. Il lavoro del Giorgi, pubblicato a Venezia nel 1730,diede origine alla  polemica dalmato-maltese che si è prolungata con varie fasi sino ad oggi anche se nella seconda metà del ‘700 papa Benedetto XIV cercò di chiuderla  schierandosi per Malta contro Mèleda.

Viaggio di San Paolo secondo la tradizione

 

Che cosa dicono gli Atti sul naufragio e la fine del viaggio?

Proprio questa disputa ci ha richiamato alla mente che nel Mediterraneo oltre a Malta e Méleda c’è una terza isola che si collegava al miele nel suo nome antico: Lipari il cui nome greco era Meligunis (Μελιγουνίς ) che potrebbe voler dire “isola del miele” . 

Come giunse la quattordicesima notte  – racconta Luca – da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. Calato lo scandaglio misurarono venti braccia, dopo un breve intervallo scandagliando di nuovo misurarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli gettarono da poppa  quattro ancore aspettando con ansia che spuntasse il giorno” (Atti 27, 27-29).

Quando si fece giorno, non riuscirono a riconoscere la terra; notarono però una insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile di spingervi la nave. Levarono le ancore e la lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e spinti dal vento si mossero verso la spiaggia. Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò; mentre la prua arenata rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde” (Atti 27, 39-41).

[Il comandante]”Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra”. (Atti 27,43-44).

Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava  Melita (Μελιτη)”. Gli abitanti ci trattarono con rara umanità, ci accolsero tutti attorno ad un fuoco che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo”.(Atti 28, 1-2).

Viaggio di San Paolo con naufraggio a Lipari

 “Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola di nome Publio, questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni” (Atti 28,7). Il padre di Publio, racconta Luca, giaceva a letto colpito da febbre e da dissenteria. Paolo lo guarì e guarì anche altri abitanti dell’isola che avevano malattie. Questo procurò a Paolo e i suoi amici molti onori ed, al momento della partenza i rifornimenti necessari.

Dopo tre mesi salpammo con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Dioscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdammo a Siracusa dove rimanemmo tre giorni. Salpati da qui giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli”(Atti 28, 11- 13).

E se fosse Lipari la “Melita” del naufragio?

Abbiamo voluto seguire, riprendendoli direttamente da Luca, quei passaggi del racconto che in qualche modo riguardano l’isola e ci sembra di poter dire che tutto potrebbe adattarsi a Lipari. Pare quasi di vedere il bastimento che una notte d’autunno, sospinto da un forte scirocco, si approssima alla rocca di Lipari che è circondata da una scogliera bassa dove la prua del naviglio avrebbe potuto incagliarsi mentre la poppa rimane esposta ai marosi. E pare sempre di vedere i naufraghi che si gettano a mare e cercano di raggiungere Marina Lunga o anche Marina Corta che allora era solo una spiaggia, dove li accolgono gli abitanti che Luca definisce “barbari” probabilmente perché parlano un linguaggio che non comprende  anche se intorno al 60 d. C. la gente di Lipari avrebbe dovuto comprendere non solo il greco che era la loro lingua originaria ma anche il latino visto che si trovavano da più di trecento anni sotto la dominazione di Roma.

Lipari, la scogliera di Sottoilpalo e sul fondo la spiaggia di Marina Lunga

Ma siamo all’alba e la gente che incontrano non saranno stati certo membri della borghesia locale ma popolani, forse pescatori che parlano un qualche dialetto locale. Comunque il governatore doveva essere romano come  rivela il nome Publio e probabilmente la sua casa avrebbe potuto essere dove oggi c’è Piazza Mazzini quindi a poche centinaia di metri da Marina Lunga o Marina Corta.

Il fatto che Paolo possa essere rimasto a Lipari tre mesi aspettando che passasse l’inverno per trovare una nave che lo porti a Roma, rende ancora più suggestiva questa ricostruzione facendo pensare quale grande iniziazione al cristianesimo potrebbe avere ricevuto la chiesa dei Liparei.

Ci sono però due apparenti incongruenze – sempre nella ipotesi che l’isola del naufragio sia Lipari - che riguardano il viaggio.

La prima. Luca dice chiaramente che la tempesta li coglie nell’Adriatico e certo Lipari non è nell’Adriatico, ma non lo è nemmeno Malta.  Ma  se fosse Lipari l’isola del naufragio forse dall’imbocco dell’Adriatico il battello sarebbe potuto passare, non solo ma allora la definizione dei mari era molto incerta e per Adriatico si intendeva anche l’Ionio,  mentre Malta rimane molto distante. Ed inoltre rispetto a Malta e Meleda, Lipari è l’unica che si trova sulla rotta per Roma. Venendo da Creta il naviglio va alla deriva cercando la via per Roma segnata dallo stretto fra Scilla e Cariddi, superano l’Adriatico, traversano lo Ionio che per Luca è sempre Adriatico  ecco finalmente lo stretto. Qui la tempesta dovette farsi più violenta e lo scirocco soffiando alle spalle dovette sospingerli verso le Eolie. Certo per raggiungere lo stretto di Messina avrebbe dovuto abbandonare l’Adriatico e traversare lo Ionio ma Luca parlava semplicemente di Adriatico. Un problema? Non penso perché allora anche lo Ionio si chiamava Adriatico.

Seconda apparente incongruenza. Potrebbe sembrare strano che la nave di Alessandria, che dopo tre mesi porta i naufraghi via dall’isola, faccia scalo prima a Siracusa e poi a Reggio quando Reggio è a poche miglia da Lipari. Ma questa nave, che fu obbligata a svernare a Lipari dalle condizioni meteomarine,  potrebbe avere avuto due tappe programmate: quella di Siracusa e quella di Pozzuoli o addirittura Ostia che era il porto di Roma. Siracusa è la vera tappa programmata prima di procedere per il continente ed infatti a Siracusa si ferma tre giorni, mentre Reggio sembra essere solo una tappa di passaggio forse per fare rifornimento di acqua prima di puntare verso il nord.

Il contributo di Giuseppe La Rosa

Ma è possibile che di un evento così importante non sia rimasto niente nella memoria e nella tradizione delle Eolie?

E questo riferimento all’evangelizzazione durante la sosta a Reggio potrebbe essere, in qualche modo, un riflesso di una tradizione orale giunta in maniera approssimativa perché concentrata sull’idea di trasmettere il nucleo centrale: l’evangelizzazione di Lipari da parte di Paolo? Un n ucleo centrale che deve essere liberato dai dati leggendari? Il Rodriquez mentre trova riferimenti alla tradizione di San Bartolo non ne trova per quanto riguarda San Paolo.

Prima del Rodiquez , però, della possibilità chela Chiesa di Lipari fosse stata fondata da San Paolo ne aveva parlato Giuseppe La Rosa nel primo volume della sua “Pyrologia Topostorigrafica delle Isole di Lipari” nel primo volume[viii]. Quando ho scritto il mio libretto in cui parlavo del naufragio di S. Paolo avevo sottovalutato questa testimonianza perché ritenevo che essa fosse stata ripresa nella sua essenzialità dal Rodriquez ma, da quando vado riflettendo sulle memorie tramandate circa questo evento, ho deciso di rileggere quanto scritto dal La Rosa e l’ho trovato di un certo interesse. Ecco, cosa scrive il dotto avvocato: “… riguardo alla Chiesa di Lipari io dono per indubitato che il Santo Apostolo dalla città di Malta facesse passaggio in Siracusa, e da ivi a Reggio per predicarci come si legge negli atti degli Apostoli (….) , quindi non è di ragione di controvertere, che un Apostolo tanto zelante, che si portava per il Mondo per predicarvi per ove passava , e notificare l’Evangelo di Gesù Cristo, essendo capitato nelle convicinanze di queste Isole Eolie, precise nel passare vicino di essa per questi mari nel seguitare il suo destinato viaggio per Roma, non si avesse mosso di pregare il Capitano della Nave che il conduceva di toccare quest’Isola di Lipari per spargervi semenza della divina parola, ed ergervi Chiese, e Vescovado, come aveva praticato nell’altri luoghi da dove aveva passato”. A questo punto il La Rosa confessa che il pensiero non è suo ma è stato suggerito dall’erudito Ferdinando Uguelli nel suo libro Italia Sacra (tomo 2 in appendice fol. 1043).

“Anzi – continua il La Rosa – se l’Apostolo Paolo, dopo di aver predicato in Reggio, si portò ancora nella città di Messina a predicarvi l’Evangelio, chiamatovi da quei Cittadini, come si legge nella vita di quel Santo Apostolo delle genti, scritta da Tommaso Massatio(….). Molto di più ci si rende probabile  la di lui venuta ancora a Lipari, precise nel camino, e passaggio che dovea fare per Roma; mentre nell’uscire  la Nave dal Faro di Messina, a prima facciata vi s’incontrava l’ isola nostra Eolia detta di Strongoli, che doveva passarvi molto vicino; e per altro poi questa nostra Isola di Lipari non è distante altro che da Messina se non sessanta miglia italiane circa; aggiungasi anco che appresso i Liparoti ve n’è antichissima tradizione passata da Padri a Figli, e dall’una all’altra generazione sino a questi tempi: e tanto appunto pare volesse significare Innocenzio Papa in una sua epistola scritta a Decenzio, rapportata dall’Abbate Rocco Pirro nella sua Sicilia Sacra, dove tratta della Chiesa di Lipari, per le parole di quel Pontefice ci s’insinua in qualche modo essere stata la Sicilia con l’Isole adiacenti convertita dall’Apostoli che vi crearono vescovi[ix] ( ….). Per le cennate conghietture, e per il detto di un Pontefice, - continua il La Rosa – pare si debba credere la venuta di S. Paolo in Lipari, e la conversione di questi Popoli per suo mezzo. Si aggiunga poi che in quest’Isola di Lipari, come già nella prima parte di questa Pyrologia si è detto, non si generano animali velenosi,[1] e se vi ci portano da altre parti, subito muoiono: la qual cosa ci rende assai credibile la venuta del Santo Apostolo in quest’Isola, mentre l’isola di Malta riconosce della dimora che, che ivi fece San Paolo, l’esser libera da velenosi animali, in modo che né vi si produchino, né vivono, sé trasportati vi siano come attesta il citato Abbate Pirro (….). Onde ragionevolmente può dirsi, che il Santo come onorò l’Una, e l’altra Isola con la sua presenza, e santificò con la sua predicazione li popoli, così volesse che ambedue godessero un privilegio medesimo: e vaglia per conferma di tutto l’anzidetto la tradizione antichissima che si mantiene in Lipari  di essere questa Città illuminata nella cognizione del vero  Iddio dalla predicazione di S. Paolo, quando dall’istesso si scacciò l’Idolatria, e si innalzò la Croce in Reggio, ed in Messina, cioè l’anno settimo, o sia ottavo doppo la Morte di Cristo nostro Salvatore (….)”.

“Posta dunque questa verità di essere stato S. Paolo in Lipari, e d’aver convertiti questi popoli ne siegue ancora avere egli costituito il Vescovo a quella Chiesa Nascente per il governo del Novello Gregge di Cristo; poiché noi sappiamo che così solevano pratticare gli Apostoli: conciosiache doveno essi scorrere per il Mondo, e seminare l’Evangelio in ogni parte, non potevano fermarsi lungo tempo nella Città, che convertivano, ma creandovi un Vescovo, affinché con le parole e con l’esempio vi pascesse le pecorelle del Signore; essi ad altri loghi passavano. Chi fusse stato dal Santo Apostolo costituito Vescovo della Chiesa di Lipari nella sua partenza non se ne ha memoria, eppure si sa, che in Messina rilasciò per Vescovo Bacchilo, quando da ivi se ne partì(….). Dobbiamo con tutto ciò supporre, come è verosimile esser stato costituito primo Vescovo alcuno cittadino de’ Liparoti medesimi, poiché come osservò egregiamente l’eruditissimo Don Placido Rejna nel tomo 2° delle notizie Istoriche della città di Messina, soleva l’apostolo dare alle Chiese da Lui erette  alcuno di quei cittadini per Vescovo (….).

Quale sia la caggione di tanta poca cognizione – conclude su questo argomento il La Rosa – delle cose antiche di questa nostra patria, io non saprei dirlo; il certo però è che  dall’anno della conversione di Lipari, in cui ebbe la sorte abbracciare la fede Cristiana, mediante la predicazione dell’Apostolo Paolo, qual deppe essere circa il 40 o 41 doppo la nascita di Cristo, sino all’anno 254: non si abbia contezza alcuna di questo Gregge, né dei suoi Santi Pastori (…. .)”.

Come si può vedere l’avvocato Giuseppe La Rosa segue il discorso tradizionale del naufragio a Malta e della sosta a Reggio a cui aggiunge Messina e ipotizza la tappa a Lipari, lungo il tragitto, grazie al Comandante della nave che avrebbe accolti i desideri di Paolo. Una ipotesi forse più credibile di quella tradizionale riportata dal Rodriquez che l’evangelizzazione di Lipari e Messina sarebbe avvenuta durante la sosta a Reggio. Ma comunque sempre improbabile perché quale tempo avrebbe potuto concedere un Comandante ad un passeggero che era oltretutto in cattività? Qualche ora? E sarebbe stata sufficiente per evangelizzare la gente e trovare un Vescovo?

Mi sembra molto più coerente l’ipotesi da noi avanzata che tende ad escludere Malta e fare di Lipari, la Meligunis greca, la Melita degli Atti.

Invece il La Rosa sottolinea con forza la tradizione esistente a Lipari ai suoi tempi ( e ormai oggi dimenticata) di essere stati evangelizzati da Paolo. Non è un dettaglio da trascurare. Infatti il La Rosa scrive in un ‘epoca, il 1783, dove le tradizioni si conservavano più facilmente perché non c’era il bombardamento giornaliero e continuo dei mass-media che allargano la conoscenza nello spazio ma la riducono nel tempo. Inoltre una realtà isolata come erano le Eolie le storie che si raccontavano in casa e si ripetevano nelle strade e nelle piazze, non dovevano essere molte. Per di più non si era ancora diffusa nelle isole quella secolarizzazione che aveva aggredito la centralità del sacro a vantaggio del profano. La religione era ancora un dato centrale della cultura a cui ricondurre ogni evento come fa appunto anche un erudito come La Rosa parlando, ad esempio, dei terremoti.

 

 





[i] Can. Carlo Rodriquez, Breve cenno storico sulla Chiesa Liparese, Palermo, estratto dal Giornale letterario, n. 225 e 226, 1841, pag. 5 e 6.

[ii] G. Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite ( Il primo millennio), Lipari, 1996, pag. 49.

 

[iii] Marina di Patti, 2010., pag 62.

 

 

[iv] Proprio il riferimento al miele diede luogo ad una disputa sul finire del primo millennio con la Dalmazia che vanta anch’essa un’isola del miele, Melita-Meleda, isola a nord di Ragusa. Infatti oltre al nome c’era anche il fatto che difficilmente lo scirocco avrebbe sospinto la nave da Creta verso Malta, più facile che, navigando nell’Adriatico, le avrebbe fatto imboccare il canale d’Otranto.

 

[v] Pungitopo, 2016, pag.66 e seguenti.

[vi] Costantino Porfirogenito, De Administrando Imperio, ed. Gy. Moravcsik, trans. R.J.H. Jenkins, rev. ed., Washington, Dumbarton Oaks Center for Byzantine Studies, 1967. “Alteram (insulam) quae Melete sive Malozeatae, cuius in Acta apostolorum, S. Lucas meminit, Melitem eam appellans, ubi et vipera divi Pauli digitum mordens ab eo exussa igne conflagravit” , (cap. 36, pag. 163).
 

[vii] Quella dei Cavalieri Ospitalieri o Ospedalieri, nati come Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, quindi conosciuti come Cavalieri di Rodi e in seguito come Cavalieri di Malta, è una tradizione che inizia come  ordine ospedaliero benedettino intorno alla prima metà dell'XI secolo a Gerusalemme e divenuto, in seguito alla prima crociata, un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto a cui fu affidata la cura e la difesa dei pellegrini in tutta la Terrasanta dove rimase attivo fino alla caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291.

In seguito alla perdita dei territori cristiani in Terrasanta, l'Ordine si rifugiò , per breve tempo, a Cipro e poi a Rodi e, successivamente a Malta come  stato vassallo del Re di Sicilia.

Dopo sette anni di spostamenti della loro sede principale, da un luogo all'altro in Europa, i Cavalieri si insediarono quindi a Malta nel 1530 per iniziativa di Papa Clemente VII e dell’imperatore Carlo V, con il consenso del  Re di Sicilia che a quell'epoca era poi lo stesso imperatore Carlo V. I Cavalieri possedevano in questo periodo ancora la città di Tripoli, l'attuale capitale della Libia, detta Tripoli di Berberia per distinguerla dall'altra Tripoli, detta di Siria, nell'attuale Libano. Questa città venne loro tolta da Dragut nel 1551. Per il possesso dell'arcipelago maltese, i Cavalieri Ospitalieri vennero dunque soprannominati Cavalieri di Malta e continuarono la loro azione contro la guerra di corsa musulmana, combattendo con la loro flotta i corsari provenienti dal Nordafrica berbero. Malgrado avessero a disposizione solo poche navi, erano degli esperti navigatori e causarono non poche noie alle navi ottomane, attirandosi la gratitudine del Papa e degli stati cristiani manche le ire degli Ottomani che non erano affatto felici di vedere l'Ordine ristabilito anche se qualche volta non disdegnavano di fare accordi con i Cavalieri come nel 1544 quando Ariadeno il Barbarossa accolse le loro pressioni per risparmiare Malta prendendosi in contraccambio Lipari. Accordi certo particolari e contingenti che non li distolsero dall’obiettivo di riunire un'altra grossa forza militare con lo scopo di eliminare i Cavalieri da Malta . Così nel 1565 invasero l'isola, dando inizio al grande assedio di Malta.

L'assedio durò circa quattro mesi, durante i quali i Turchi espugnarono una dopo l'altra le posizioni dei Cavalieri, pagando tuttavia un prezzo altissimo per ogni conquista; nella battaglia trovò la morte anche il comandante turco, il famoso corsaro Dragut. Infine il 6 settembre, quando ormai i difensori di Malta erano ridotti a circa 600 (da 9000 che erano inizialmente, di cui 700 Cavalieri), arrivò in loro aiuto la flotta spagnola partita dalla Sicilia. Anche gli Ottomani erano ormai così provati che si ritirarono quasi senza combattere: avevano perso circa 30000 uomini.

Dopo l'assedio fu necessario costruire una nuova città: l'attuale città della Valletta. In essa, continuando la tradizione assistenziale dell'Ordine, fu costruito anche quello che era allora il più grande e moderno ospedale d'Europa, dove cristiani, musulmani ed ebrei venivano curati insieme senza distinzione.

Si può dire che l'ordine medioevale sia giunto ad un termine a seguito della sua espulsione da Malta da parte di Napoleone nel 1798. Oggi, il Sovrano Ordine di Malta, di fede cattolica, costituisce il principale successore di questa tradizione: è presente in oltre 110 paesi e, abbandonato l'impegno militare, realizza iniziative a carattere benefico ed assistenziale ( in particolare da Wikipedia).

 

 

[viii] Primo volume nella nostra edizione moderna giacchè il primo volume dell’opera nazionale è andato perso.

 

[ix] Il riferimento è ad Atti 28,3 :”Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse ad una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: ‘Certamente costui è un assassino, se anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere’. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, ma dopo aver molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio”.

 

 

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