Si delinea il conflitto Vescovado - Comune

Il Vescovo chiama in giudizio il Sindaco

Il 29 aprile 1911 mons. Paino cita in giudizio il Comune di Lipari. Lo fa quando vede che la via della trattativa pacifica non è possibile ed intuisce che sulla questione si era ormai innescato un disegno politico Premurandosi di far sapere, con un foglio a stampa, il suo immutato convincimento a definire il contenzioso in via transattiva e a ritirare l'istanza in qualsiasi momento si fossero create le condizioni per l'accordo.

Nella chiamata in giudizio del Sindaco di Lipari  al Tribunale di Messina il Vescovo vuole:

1.Far dichiarare che nessun diritto sia di proprietà che di possesso, può il comune vantare sulle terre pomicifere esistenti nel territorio di Lipari nelle contrade: Pilato, Montepilato, Russo, Rocche Castagna, Grotta delle Mosche, Acqucalda, Foss Castagna, Serro, Rocche Rosse, Chirica, Altapecora,  Serro della Chirica, Monte Bianco, Porticello e altre denominazioni, ed inibirgli di più rilasciare licenze per la escavazione della pomice.

2.Far dichiarare che questo diritto di scavazione, come di ogni altro di assoluto proprietario, compete allo istante, libero da ogni vincolo, per titolo certo ottenuto dai sovrani normanni nel secolo XI, confermato dagli stesi nel secolo successivo ed esercitato dalla Mensa nei secoli a seguire, salvo l'obbligo di corrispondere quelle tasse che possano essere dovute, e sono effettivamente pagate a norma di legge da tutti gli altri proprietari di terre pomicifere.

3.Far condannare il Comune di Lipari alla rifazione dei danni ed interessi da liquidarsi in separata sede per l'arbitrario esercizio di un diritto che non gli compete e che ha ostacolato l'esercizio dei diritti di proprietà dell'istante.

4.Far condannare il Comune di Lipari alle spese tutte del giudizio e competenze degli avvocati in causa, munendo l'emettenda sentenza di clausola esecutiva salvo ogni altro diritto od azione”[1].

La squadra di studiosi che il Vescovo schiera è di alto livello. Oltre al prof. Garufi di cui si è detto, vi sono il prof. Filomusi Guelfi e il prof. Francesco Scaduti.

Contro l’iniziativa del vescovo si costituisce il Comune di Lipari. Il 4 maggio 1911 il Consiglio comunale  è chiamato a ratificare la delibera della Giunta  “a stare in giudizio e nominare un collegio di difesa contro il Vescovo di Lipari”.Il collegio  del Comune sarà composto oltre che dall'avv. Emanuele Carnevale, dall'avv. Ludovico Fulci, ordinario di diritto penale, incaricato di storia del diritto all'Università di Messina e deputato al Parlamento, dal prof. Giorgio Arcoleo, ordinario di diritto Costituzionale all'Università di Napoli e senatore del Regno, da Arnaldo Bruschettini, ordinario di diritto amministrativo all'Università di Roma, da Carlo Fadda, ordinario di Diritto Romano nell'Università di Napoli e deputato al parlamento, da Giuseppe Savioli, storico del diritto ed autore di parecchi saggi in materia di decime ecclesiastiche, da Vittorio Scialoia. ordinario di Diritto romano all'Università di Roma, senatore  e, fino a pochi mesi prima, ministro della Giustizia. Al Prefetto tutti questi nomi altisonanti sembrano troppi ma il Sindaco fa osservare che non si tratta di un giudizio di routine ma di una causa decisiva per il Comune.

 

La risposta del Comune: si costituisce in giudizio e avvia la polemica

 

Oltre a decidere di stare in giudizio ed a nominare il collegio di difesa, questo Consiglio dà il via ad una fase fortissima di polemiche con il vescovo che si protrarrà per oltre due anni fino a quando nell'agosto del 1913 Paino lascerà Lipari. La posizione non solo dei consiglieri democratici – tendenzialmente anticlericale - che rispecchiano la posizione massonica e laica, ma anche quella dei popolari è di sdegno morale per una strategia, quella del Vescovo,  che appare loro anacronistica e viene giudicata tendente a restaurare il “dominio temporale”.

Onofrio Paino, nel suo intervento,  afferma che “gli sanguina il cuore al solo pensare che un Vescovo nativo delle isole Eolie sia venuto per ostacolare il risorgimento economico di queste popolazioni” e comunque bisogna accettare il guanto di sfida che egli ha lancito e abbattere definitivamente un potere temporale ormai condannato dalle nazioni più civili del mondo. Il Consigliere Paternò pur dichiarandosi d'accorso sulla difesa dei diritti del Comune non lo è per la sfida contro il potere temporale. Non è di questo che è chiamato a discutere il consiglio A questo punto il pubblico in sala e fuori comincia a protestare tanto che il Paternò è costretto a interrompere il suo intervento. Il Consiglio approva la delibera con 18 voti a favore ed uno astenuto ( Paternò).

Non ci fu un'eco collettivo e universalizzato di odio nel confronto del Vescovo ma una polemica che si trascinò per tre anni dal 1011 al 1013 sulle strade e sulla carta stampata.. Non furono mai più di ottanta o cento i cittadini che improvvisarono manifestazioni pubbliche per le vie del paese con alla testa un drappello di borghesi, di massoni e di esponenti del Partito Democratico e del socialismo. In prima fila si notavano il farmacista Nunzio Esposito, il dott. Francesco De Mauro, il dott. Gaetano Fenech, l'ingegnere Gaetano Martinez, don Giuseppe Bonica, don Domenico Ziino, don Edoardo Bongiorno, don Giuseppe Tonelli e persino i sacerdoti don Emanuele Scolarici e don Emanuele Palmisano. Anzi lo Scolarici era solito portare lui la bandiera italiana e gridare con quanto fiato aveva in gola “Abbasso il Vescovo”.[2]

Quanto alla carta stampata il riferimento è  ad un mensile, formata da due fogli, dal titolo “La voce della Patria. Cronaca mensile delle Isole Eolie” diretto da Giuseppe Favorito. A questo periodico ed ai foglietti volanti che alimentavano la polemica da parte laica si risposte da parte “cattolica” con due o tre pieghevoli propagandistici firmati “ da un gruppo del Clero”.

Nel mese di maggio esce un volantino a cura di questo gruppo denominato “Una parola serena” che faceva riferimento alle prime dimostrazioni di piazza e ricostruiva la posizione del vescovo con la spiegazione del motivo che l'avevano condotto a agire contro il Comune dopo aver tentato la via amichevole, e comunque sempre pronto a rivedere la posizione se ci fosse stato un cenno di attenzione e di distensione.

Verso giugno o luglio da parte laica si fa uscire un “foglio volante”  intitolato “La libertà delle terre di Lipari”. Il suo autore , un certo B.T.; si difende su “La Voce della patria” dalle accuse di “veemenza” dicendo di avere una ferma convinzione “che Mons. Paino non è un ignorante, ma semplicemente un giovane pastore inesperto, consigliato e guidato da un essere le cui opere, diremo col poeta, non furono “mai leonine , ma di volpe”[3].

 

La polemica dilaga sui giornali e per le strade

Nel 1911 il collegio non era ancora entrato in funzione e il prof. Carnevale replica alla memoria del vescovo, utilizzando un parere del prof. Savioli e stampa un saggio intitolato “La libertà delle terre di Lipari ed il preteso dominio del Vescovo”[4]. Le linee d'attacco sono tre: il dubbio sull'esistenza dei diplomi normanni per cui le “prove” del Garufi sarebbero solo “indizi”; l'insufficienza sostanziale del diploma di conferma del 1134 – per cui l'inciso che fa riferimento alle isole potrebbe essere una interpolazione effettuata in epoche successive -che nonostante l'analisi del Garufi resta comunque inutilizzabile; la possibilità che il Constitutum, in assenza di esplicito riferimento, possa avere una fonte di legittimazione diversa da quella indicata dal Garufi o addirittura non averne alcuna. Detto questo in via principale, Carnevale in via subordinata sostiene che, pur ammettendo l'autenticità e veridicità dei titoli concessori, la natura dei poteri che venivano dati all'abate traeva origine non dalla proprietà della terra ma dal diritto concesso al signore di amministrare e di esercitare su di essa la giurisdizione. Si trattava insomma di una concessione di feudo (signoria  politica) e non in allodio( in proprietà privata). Questo feudo, aggiunge Carnevale, finisce con l'intestazione della Capitania  e della Castellania di Lipari a Antinolfo da Procida nel 1357 e a Federico Chiaramonte nel 1366 e se i vescovi continuano a fare concessioni enfiteutiche sino all'800 é per via dell'esercizio abusivo di un potere utilizzando la lontananza delle isole dai centri da cui promanava l'autorità sovrana. E comunque, in via subordinata, questo feudo non esiste più con la legge del 1812 che ha tolto di mezzo i poteri feudali.

Da questi presupposti si dipana tutta una polemica con battute acide soprattutto fra il Garufi ed il Carnevale. Quindi la polemica dilaga non solo per le strade, non solo sui fogli volanti d'attacco e sui giornaletti locali, ma anche sulle riviste di studio. Parleremo più avanti di questo clima di scontro che si crea nel paese. Qui basti qualche rapido accenno. La “Voce della Patria”, il giornaletto locale che incontreremo più avanti, saluta calorosamente ed enfaticamente il rientro a Lipari di Carnevale[5]: “Tu sei vero figlio, vero amico, sii benedetto!”mentre gli attacchi al vescovo, speso irriverenti ed oltraggiosi  sono ormai all’ordine del giorno.

 

Mons. Paino lascia Lipari

Trasporto della pomice

Ed è in questo clima che un giorno, nel dicembre 1912, corse voce – ma forse era solo il parto dell'eccitazione del momento – che qualcuno avesse pensato ad assoldare un ex coatto che viveva ai margini della società, perchè procedesse all'eliminazione fisica del vescovo. Di concreto c'era solo il racconto dei familiari di mons. Paino che in una fredda serata, lasciando il palazzo dove avevano assistito il prelato, per far ritorno alle loro abitazioni, all'estremità del viale, nei pressi delle gibbie scorsero un individuo dall'atteggiamento sospetto che cercava di nascondersi dietro una siepe. Il giovane nipote del vescovo, anche lui di nome Angelo Paino, si avvicina e lo invita a venire allo scoperto. Lo riconosce e perquisendogli gli trovava addosso un coltello. Lo stesso nipote sporge denuncia al commissariato ma , arrestato l’ex coatto,  non si arrivò ad alcuna incriminazione.

Forse non fu per questo fatto, forse intervennero altre considerazioni comunque in un canicolare pomeriggio di agosto del 1913 mons. Paino fu visto uscire dal palazzo tutto solo, con una valigia contenente effetti personali e carteggi vari, e dirigersi verso Marina Corta dove si appartò nella chiesetta del Purgatorio. Lì attese che arrivasse l'Adele, il vaporetto di linea, alle 15. Prese posto sulla barca del rollo e salì a bordo. Mons. Paino si diresse a Messina dove fu accolto dall'arcivescovo Mons. Arrigo che qualche anno dopo, alla fine del 1916, lo nominò suoi ausiliare pur restando Amministratore apostolico di Lipari.

Perchè questa partenza che da qualcuno fu interpretata come una fuga? Per restituire all'isola un po' di serenità giacchè la sua sola presenza non faceva che rinfocolare le passioni? Può essere, m forse lui stesso pensò che fuori da Lipari, in una realtà come Messina, avrebbe avuto maggiore libertà di movimento per seguire la vertenza e nell'esercitare le opportune pressioni diplomatiche su enti e personaggi da cui potesse sperare appoggi e mediazioni. Infatti solo qualche settimana dopo è a Roma per cercare di pervenire ad un accordo col Sindaco.

E’ tra settembre e ottobre del 1913 che a Roma nello studio dell'on. Ugo di Sant'Onofrio avviene un incontro a cui partecipa mons. Paino con alcuni suoi consulenti e il Sindaco di Lipari accompagnato da un consigliere provinciale e da due consiglieri comunali. All'incontro non era presente l'avv. Carnevale. Il vescovo consegnò nuove memorie e disse di rimettersi al giudizio degli avvocati del Comune. L’impressione è che nel collegio difensivo del Comune vi siano dei contrasti e forse  le tesi sostenute dal prof. Carnevale non sono sempre condivise dagli altri membri. Certo il marchese Sant’Onofrio che si era fatto  promotore dell’incontro dovette sostenere la tesi della possibilità di una mediazione e forse, poggiandosi sull’ascendente che aveva nei confronti degli amministratori eoliani - anche se il Sindaco da aprile non era più il cav. Giuseppe Franza ma il notaio Gaetano Paino, parente del prof. Carnevale - qualche ipotesi dovette farla. Se in quella sede non si definì alcun accordo però qualche spiraglio si dovette aprire.

Ai primi di gennaio gli avvocati del Comune fanno giungere al Sindaco  un invito a partecipare ad una riunione del collegio di difesa convocata a Napoli per il primo febbraio con l'obiettivo di adottare importanti decisioni di strategia processuale in vista dell'udienza ormai prossima. Qualcosa deve essere avvenuto fra l’autunno e l’inverno a raffreddare le ipotesi di mediazioni se pure ne erano state fatte. Così nella Giunta del 30 gennaio si decide che non è il caso che intervengano amministratori in un incontro di luminari della scienza del diritto. Anzi nel deliberato di Giunta si rinnova piena fiducia all'avv. Carnevale ed agli altri membri del collegio, segno che Carnevale aveva ripreso pienamente il controllo della situazione.

Intanto a livello internazionale spirano venti di guerra che raffreddano le relazioni commerciali ed il 21 agosto 1914 , durante la discussione sul Bilancio il Sindaco osserva che siamo entrati in un periodo di crisi allarmante che ha determinato la soppressione totale del nostro commercio della pomice, l'unica fonte di ricchezza per noi. Il ristagno del commercio ha portato alla disoccupazione  di operai e al Comune sono giunte  varie domande di sussidio. Troppe, per poterle prendere in considerazione. Il Consiglio comunale l’1 settembre si interroga sul che fare. L’unica possibilità è dare il via a dei lavori pubblici che creerebbero occasione di nuovo lavoro. La proposta è quella di appaltare subito i lavori della rotabile Lipari- Canneto. La costruzione della rotabile rappresenterebbe un sollievo in questa direzione.

 



[1] Dall’atto di citazione del 29 aprile 1911, ripreso dal dispositivo della sentenza di primo grado, registrata in Messina l’11 settembre 1916, vo. 160, numero 261, foglio 97, in M.Saija,La seconda controversia liparitana, op. cit., pag.127.

[2] G.Iacolino, inedito cit., Quaderno XI

[3] Il riferimento è a don Giovanni Paino esperto segretario della Curia detto Alazza per via  che andava in giro sempre con un mantello che per l'andatura claudicante sembrava un'ala svolazzante

[4] E. Carnevale, La libertà delle terre di Lipari e il preteso dominio del Vescovo. Ragioni esposte in difesa del Comune,  Stabilimento tipografico Carlo Nava, Siena 1911.

[5] Nel 1911 il prof. Emanuele Carnevale che viveva ormai stabilmente a Palermo dove insegnava torna a Lipari per distribuire la sua “memoria” a favore del Comune intitolata “La libertà delle terre di Lipari e il preteso dominio del Vescovo” che era stata stampata a Siena. A Lipari non aveva molta sintonia con la classe politica locale perché era ritenuto un radicale di estrema sinistra mentre al Comune la maggioranza era moderata. Nel 1919 il Carnevale sarà eletto vice presidente dell’Unione radicale di Palermo e  poi presidente.

 

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