Stromboli, comincia il grande esodo

L'eruzione del 1930

L’11 settembre del 1930 si ha forse l’eruzione più disastrosa che il vulcano abbia fatto registrare in epoca storica  incrinando, fortemente, la fiducia che la gente che vi abita aveva nel gigante borbottone e capriccioso ma tutto sommato buono. Infatti quel giorno, dopo un'attività vulcanica che durava già da un po' di tempo, avvenne una forte esplosione dal cratere, posto a 750 metri di altitudine. Decine e decine di grossi massi furono scagliati nel cielo dalla possente bocca eruttiva. Molti di essi ricaddero sul terreno dell'isola, altri in mare, sollevando enormi colonne d'acqua. I massi più grossi vennero valutati del peso di centocinquanta chili, e, rotolando lungo i pendii della montagna, investirono qualche casa e fecero diversi feriti. Ma il fatto più clamoroso e drammatico avvenne sul lato est, verso l'abitato di San Vincenzo, il più popolato, nella zona di San Bartolomeo. Da una fenditura posta un po' più sotto del grande cratere fu espulsa con violenza una massa di gas e cenere rovente  - ma non lava - che rotolò velocemente lungo il pendio, piuttosto ripido, forse inserendosi in uno dei tanti canaloni che circondano il cratere.

Una "nube ardente" che è estremamente pericolosa per le cose e per le persone perché è sempre molto veloce, e non dà il tempo di scappare e perché è improvvisa, e non si può, in genere, prevederne la direzione. Questa nube si avventò sulle poche, povere case di San Bartolomeo, le investì, le fece crollare, e sacrificò la vita di sei isolani, sorpresi da questo raro fenomeno della natura. Oltre a provocare diversi feriti e contusi. Alla fine si contarono in tutto ventidue feriti.

Si evacuarono molte abitazioni e molta gente abbandonò Stromboli. Quando la situazione si stabilizzò, e l'eruzione si calmò, molti degli abitanti dell'isola vulcanica tornarono, un po' scioccati e timorosi, ad abitare le loro semplici case  sperando sempre nella buona sorte: l'attaccamento alle loro cose e ai loro terreni era più forte, in ultima analisi, di ogni preoccupazione. D'altra parte gli anziani sapevano che questi erano fenomeni eccezionali, che con tutta probabilità non si sarebbero ripetuti in breve tempo anche se c'era stato un precedente simile, il 22 maggio del 1919: maremoto, lancio di lapilli e cenere, caduta di molta lava in mare e, purtroppo, quattro persone decedute, e numerosi feriti.[1]

Fabio Famularo in un libro[2] in cui ricostruisce i ricordi del nonno, descrive quella esperienza sconvolgente, i boati, le eruzioni, la fuga sul mare con le barche, il mesto ritorno a sera inoltrata verso la spiaggia e le abitazioni accolti da “ un forte odore di bruciato e di zolfo”[3].

Non appena albeggiò – racconta Famularo – ci destammo e una volta fuori ci ritrovammo di fronte ad un'isola completamente stravolta, ridotta in gran parte in una vasta e desolata terra bruciata. Era incredibile vedere il vulcano apparire calmo e sereno,come se la causa di quel disastro non fosse stata lui. Era lì come sempre fumante, quasi a chiederci scusa e ad invitarci ancora a credere in lui. La popolazione era impaurita e profondamente scossa. Gran parte della gente aveva già vissuto sulla propria pelle la forte eruzione del 1919 che si ricordava ancora più forte di quella avvenuta il giorno prima.... Le case danneggiate dalla violenza del vulcano erano tante, ma la gran parte aveva resistito alla sua furia,mentre nessuno dei campi e degli alberi si era salvato: l'agricoltura aveva subito un duro colpo e si prevedeva un periodo di grande carestia poiché l'autunno era alle porte e il cattivo tempo all'orizzonte. Eppure, nonostante la disperazione, tutti cominciarono a darsi da fare... Nel giro di poco l'isola ricominciò ad assumere quel senso di grande ordine che la caratterizzava ma un nuovo problema iniziava a farsi presente. Gran parte della popolazione stava maturando l'idea di abbandonare Stromboli. Molti di loro avevano parenti e amici sparsi nel mondo, dall'America all'Australia, dall'Argentina alla Nuova Zelanda: tante furono le richieste di un loro aiuto economico per acquistare il biglietto per raggiungerli...Qualcosa nel rapporto col vulcano si era interrotto: si sentivano traditi, come quando un amico ti volge le spalle... Era l'inizio di un lungo periodo di emigrazione che nel giro di qualche anno avrebbe ridotto la popolazione al minimo storico. In molti avrebbero venduto le loro proprietà per pochi soldi, giusto quelli per pagare i biglietti del viaggio; altri invece, avrebbero affidato per procura i propri beni ad amici fidati”[4].

 

Anni difficili e logoramento degli abitanti

 

Anche il 1938 - quello in cui le suore francescane dell’Immacolata Concezione di Lipari aprono nell’isola una “Casa dei bambini” intitolata al Principe di Napoli e voluta dall’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia -, fu quello in cui “il vulcano, scrive Famularo,  non ci fece stare tranquilli un momento. Per lunghi periodi ci furono delle copiose colate laviche, che tenevano sempre con il fiato sospeso e con lo sguardo fisso verso la montagna, nel tentativo d'interpretare ogni suo segno. Le prime colate si verificarono a gennaio, poi a maggio, quindi a novembre[5].

Allora l’abitato di San Vincenzo era un agglomerato di case sparse, la maggior parte delle quali si raggruppava in prossimità della chiesa su un pendio ai piedi del cono che degrada fino alla riva. Lontano della riva, su una piccola altura sorgeva la chiesa di San Vincenzo, intonacata e di un bianco abbagliante. Davanti alla chiesa si apriva una piazza triangolare dalla quale si godeva un'ampia vista sui declivi, sullo Strombolicchio che è proprio di fronte, sul mare e sulla costa calabra, che, nelle giornate limpide, si intravede sull'orizzonte. L'altra chiesa, del paesino , è quella di San Bartolomeo ricostruita sul finire dell'800, a nord est, nel punto abitato più vicino alla Sciara del Fuoco, e non a caso il più colpito dalle manifestazioni vulcaniche del 1930. Davanti alla chiesa si apriva una terrazza quadrata contornata di bisuoli dalla quale si accedeva ad un'altra terrazza più grande. Questa popolazione, che malgrado le fughe dopo le eruzioni del 1919 e del 1930, contava ancora almeno mille abitanti[6], era composta in maggioranza da uomini di mare imbarcati su navigli  dell'isola, dediti alla pesca, o anche su navi italiane operanti nel campo del commercio, mentre la coltivazione dei campi era per lo più impegno delle donne.  

Zunami a Stromboli

L’inaugurazione della “Casa dei bambini” fu sicuramente l’evento più importante negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali. Avvenne in forma solenne con la partecipazione della Principessa di Piemonte e del suo seguito. La Principessa fu ricevuta dalle autorità provinciali e comunali oltre che dalla popolazione. Dalla spiaggia, dove sbarcarono, ci si avviò, in salita, all’Istituto che era collocato nella casa canonica a fianco alla chiesa di San Vincenzo, dove erano ad attendere il Vescovo di Lipari, le suore ed i bambini.  La cerimonia prevedeva inni, canti, poesie, dialoghi e una simbolica offerta di fiori che le suore avevano preparato andando a Stromboli due mesi prima. Fu una impresa insegnare a quei bambini a recitare visto che non sapevano parlare nemmeno bene. Infatti nella lettera di incarico della Associazione promotrice si diceva che si sarebbe trattato” di una ‘Casa di bambini’ modesta, in un paese che non ha mai avuto Istituzioni di Assistenza, quindi una vera e propria opera missionaria”.

Gli anni 40 sono anni che logorano fino quasi ad annullare la resistenza degli isolani. Attività esplosive con effusione di lava e qualche volta anche di gas come nel 1930 – anche se in misura minore – si hanno il 22 agosto 1941, il 3 dicembre 1943, il 20 agosto 1944. Dal 1945 al 1948 si ha una attività esplosiva moderata ma il vulcano torna a farsi sentire fra aprile e maggio del 1949 e poi il 20 ottobre del 1950 alle 11,10. Il 20 ottobre si annunciò con un fortissimo boato che provocò apprensione. Poi pioggia di lapilli e cenere, una impetuosa corrente lavica nella Fossa craterica, e i lapilli provocarono alla Forgia Vecchia forti incendi alimentati anche dal vento. L’attività effusiva continuò per l’intero giorno con abbondanti colate laviche; durante la notte si intravidero vivi bagliori in direzione della Sciara, dando la certezza della persistenza dell’eruzione. Questa fase effusiva continuò fino al 23 ottobre con moderatezza, per cessare del tutto nei giorni seguenti[7].

Ed è soprattutto per questo che gli abitanti di Stromboli passarono dalle 2.487 anime che il censimento ne contava nel 1911 alle 659 del 1951 facendo registrare il più alto indice di abbandono di tutto l’arcipelago[8].



[1]              Vito La Colla, L'eruzione dello Stromboli nel 1930, in Globalgeografia.com. Si veda anche D. Abbruzzese, Attività dello Stromboli dal 1930 al 1934, Boll. Soc. Sismol. Vol.XXIII, fasc. 3-4, Modena (1935).

[2]              Fabio Famularo, “ ...e poi Stromboli”, Edizioni Strombolibri, Pomezia 2008.

[3]              F. Famularo, idem, pag.127-132

[4]              F. Famularo, idem, pag, 134.

[5]              F. Famularo, idem, pag. 161 e ss.

[6]              Stromboli arriva ad un picco di 2716 abitanti nel 1891 per poi decrescere, prima lentamente (nel 1911 gli abitanti sono circa 2.500) e poi, dopo gli eventi del 1919 e 1930 sempre più rapidamente. Nel 1931 sono infatti 1.100 e 659 nel 1951 dopo un forte esodo verso l' Australia del 1950, per raggiungere il picco più basso di 400 abitanti nel 1971e riprendere quindi lentamente a risalire.

[7] C. Cavallaro, L’attività dello Stromboli dal 1940 al 1953, in “Bollettino delle sedute dell’Accademia Gioenica di Scienze naturali di Catania”, serie IV, vol. III, fasc. 10, 1957.

[8] A Stromboli la popolazione che risulta al censimento del 1951 sarà solo il 26,50% di quella che c’era nel 1910; a Salina invece il 69,37%, a Filicudi il 41,24%; ad Alicudi il 40, 71%; a Lipari il 90, 37% ed a Vulcano addirittura in crescita il 151,28%. Questi dati dimostrano certamente che sull’esodo influirono anche fattori economici e non solo l’opera del vulcano ma ci dice anche che questo ebbe un grande rilievo e che più della metà se ne andò per questa ragione visto che soprattutto Stromboli dopo Lipari e Salina era l’isola che godeva di una maggiore vitalità economica.

 

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