Un complotto contro il vescovo che voleva riformare la raccolta delle decime

L’epidemia di colera

Comunque già il 1832 si apriva all’insegna di un ben più grave problema che doveva impegnare il nuovo vescovo, l’amministrazione comunale e la popolazione di Lipari ed era il manifestarsi anche nelle Eolie – e forse prima che in altre parti d’Italia - di quell’epidemia di colera che proprio in quegli anni terrorizzava l’Europa ed il mondo intero.

Era dal 1817 che si parlava nel mondo di questa malattia, da quando cioè era uscita dei confini storici dell’India e dalla regione del Bengala in particolare. Indubbiamente l’incremento dei traffici e dei trasporti sia per ferrovia, sia per la navigazione a vapore, favorì la diffusione anche se non si comprendeva in che consistesse questo morbo, quale ne fosse la causa e come si propagasse. Comunque nel 1831 arrivò in Inghilterra, Ungheria e Germania e nel 1832 a Parigi. Si dice che in Italia il colera si affacciò per la prima volta nel luglio del 1835 probabilmente portato per via di mare da un gruppo di contrabbandieri provenienti dai territori d’oltralpe e entrati nel Regno di Sardegna dopo aver infranto il cordone sanitario[1]. Se questo è vero, Lipari dovette vivere l’esperienza in anteprima,  nel febbraio del 1832, anche qui arrivata attraverso contrabbandieri. Infatti è l’anonimo cronista  che ci informa che “in febbraio per certi contrabbandi sviluppassi in questa Città una febbre epidemica contagiosa”[2] .Nel 1832 i morti furono 213 in più dell’anno precedente. E il morbo non risparmiò nessuno anche se furono colpite più le donne che gli uomini. Ma comunque tutte le classi sociali pagarono il loro tributo: morirono filandiere, contadini, operai ma anche notabili ed esponenti del clero.

E come succede quando un pericolo giunge all’improvviso ignorandone la causa ed il modo per combatterlo, il popolo chiese aiuto alla religione affollando le chiese ed aiuto alla preghiera chiese anche il governo. Infatti il vescovo di Lipari ricevette il 14 Maggio del 1832 un dispaccio a nome del re nel quale si sollecitavano i prelati “a raddoppiare nelle Chiese delle rispettive Diocesi fervide preci all’altissimo onde impetrare dalla Divina misericordia la cessazione di un tanto flagello[3].

Alexandre Dumas in un dipinto della gioventù.

Nell’ottobre del 1835 quando lo scrittore francese Alexandre Dumas e il suo compagno visitano Lipari la paura del colera è ancora forte tanto che per fare verificare i passaporti li dovettero passare attraverso una inferriata ed essi “ci furono presi dalle mani con delle pinze gigantesche” e  dovettero dimostrare che venivano da Palermo e non da Alessandria o Tunisi. Solo allora “aprirono il cancello e consentirono a lasciarci passare”.

E se anche  le morti non toccarono più le cifre del 1832 il colera continuò a farsi sentire ad intervalli come nel 1840 con un centinaio di morti oltre la media annuale e nel 1834 con circa centocinquanta in più[4]. Comunque il 1855 fu salutato come l’anno della fine del “colera morbus” e considerato che i danni che avevano colpito i liparesi erano abbastanza contenuti rispetto a quelli di cui si diceva nel resto del mondo, il vescovo e la civica amministrazione decisero di ringraziare San Bartolomeo con una nuova statua di marmo al posto di quella  collocata nel 1813, la costruzione di un piedistallo in cui vennero affisse due epigrafi in marmo, una del vescovo ed una del Comune il tutto salvaguardata da una cancellata di ferro donata da don Onofrio Paino[5].

 

Si supera la crittogama

 

Il 1855 fu salutato a Lipari come l’anno della liberazione da un altro malanno. Questo non colpiva le persone ma la vite che era una delle principali risorse dell’arcipelago. Era il male della crittogama un fungo riscontrabile come un pulviscolo biancastro e per questo si chiama anche “mal bianco”. Nella vite porta al rallentamento della crescita ed alla perdita del raccolto. Nelle Eolie questo flagello aveva imperversato a lungo, come appunto il colera. Si era manifestato nel 1831 e si era trascinato fino al 1854. A Lipari però era giunto solo nel 1853  ed aveva subito creato gravi problemi negli strati più miseri della popolazione tanto che il vescovo, proprio quell’anno, chiedeva al Governo “un soccorso” economico per far fronte agli effetti della “ sperimentata malattia della vite detta crittogama” ed otteneva in risposta 3.500 ducati che spendeva tutti in elemosina ed acquisto di cereali per i poveri[6].

Nel marzo dello stesso anno era giunta la notizia che in Italia era stato trovato un rimedio: cospargere la vite di zolfo polverizzato. Ma a Lipari, come del resto nel resto del regno, si era piuttosto scettici. Cominciò per primo don Filippo De Pasquale con molta circospezione. E visto il buon risultato fu subito seguito da alcuni mentre altri continuarono a rimanere scettici. Così si liberò del male solo parte dell’isola di Lipari. La strada però era stata tracciata[7].

 

Il complotto contro il vescovo

 

Nella storia delle Eolie i tentativi riusciti o meno di risolvere con la soppressione fisica dell’avversario delle controversie, sono piuttosto rari. Abbiamo visto il caso di un vescovo che ferì a morte il governatore della città ma dovette trattarsi di un atto inconsulto determinato dall’ira. Ma che si ordisca un complotto per uccidere il vescovo, quello che accadde nel 1840, è un caso più unico che raro. Eppure come vedremo forse non rimase isolato nei decenni che seguirono. Sarà stato il fatto che gli interessi cominciavano a farsi sostanziosi  e con essi cresceva anche la propensione a tutelarli e difenderli. Sarà stata la prossimità con la delinquenza comune che rendeva più facile ricorrere alla violenza affidandola a terzi. Comunque sia, questo episodio ha diversi elementi che lo rimandano ad un’azione di tipo mafioso. C’è un notabile locale che vuole difendere i suoi interessi che vede minacciati e lo fa ricorrendo alla violenza. Può farlo perché è inserito in una rete di protezioni che arrivano sino ai pubblici poteri. C’è una manovalanza criminale che sembra a disposizione. C’è un’opinione pubblica praticamente inesistente. Non perché mancassero personalità di spicco[8] ma perché la gran massa era chiusa nel proprio “particolare” e uno dei problemi più avvertiti era quello di liberarsi dal peso dei censi e delle decime dovuti alla mensa vescovile. Di questo evento si sa quasi tutto almeno per quanto riguarda la sua programmazione. Ciò che manca, come in molti casi di stampo mafioso, è la parte conclusiva: il trionfo della giustizia. Ma andiamo per ordine.

Il Vescovo Mons. Giovanni Proto

E cominciamo dalla vittima che è mons. Giovanni Proto[9] divenuto vescovo di Lipari il 18 febbraio del 1839. Mons. Proto era un uomo inflessibile e intransigente. Lo era con il clero a cui rimproverava di essere ozioso e infingardo dimenticando il dovere della carità[10], lo era con i proprietari terrieri a cui non perdonò il  fatto che avessero messo in discussione i diritti della Mensa vescovile circa i censi e le decime. Non era quindi improbabile che si attirasse antipatie ed anche odio. Ma chi pensò a sopprimerlo – almeno per quello che sembrò emergere dalle indagini -fu un personaggio importante della Lipari d’allora che abbiamo già incontrato nel nostro racconto e cioè don Onofrio Paino[11], detto “don ‘Nofriu ‘u pirata”, figlio di quell’Antonio Paino che si era arricchito con il commercio, e fratello del canonico Antonio, nominato esattore delle decime e dei censi da parte del predecessore di Giovanni Proto. E sembra che fosse proprio il fatto che il vescovo fosse addivenuto alla determinazione di revocare quell’appalto alla scadenza del contratto e cioè il successivo autunno, che fece scattare nel Paino - personaggio senza scrupoli, assai influente con amicizie altolocate e dalle risorse economiche illimitate - la determinazione di sopprimere il vescovo. Il Paino chiama il chierico Giovanni Cafarella e don Felice Franza e da loro l’incarico di trovare il sicario. E la scelta  cade su un confinato coatto, tal Filippo Pucci. A questo erano stati promessi cento onze oltre l’impunità e la fuga dall’isola verso la Calabria o altre destinazione di suo gradimento. Ma il Pucci tergiversa per tre mesi, infine, messo alle strette dal Franza e dal Cafarella,  forse temendo di essere scoperto, il 28 agosto preferisce vuotare il sacco denunciando mandante ed intermediari.

 

Don 'Nofriu u pirata

Onofrio Pajno detto 'Nofriu u pirata

Informato, il vescovo scrive subito al Ministro di Polizia, al Ministro degli affari ecclesiastici, al Luogotenente generale ed al Procuratore generale e  chiama in causa  non solo Onofrio ed il can. Antonio ma anche l’altro fratello Giuseppe che ambivano, insieme, a divenire “gli arbitri della mia Chiesa”. Ed avendo – sostiene il prelato - colto le loro mire ed avendoli allontanati dall’episcopio essi adoperarono ogni mezzo per togliergli la pace e minacciarlo. Ma il più determinato è il mercante Onofrio che si è arricchito come gabelliere della Mensa ed ora non vuole lasciare questo incarico e spera o nel trasferimento del vescovo o nella sua morte. Ed è per questo che ha messo a disposizione 300 onze per il complotto. Onofrio si sente intoccabile da quando si guadagnò l’impunità per dei fatti accaduti il 5 marzo[12] usando la “via dell’oro” e la via della “protezione smodata” dell’Intendente Commendatore De Liguori lautamente foraggiato dalla “casa Paino”. E sicuramente questo Intendente farà di tutto per assecondare il Paino anche in questa situazione.[13]

La lettera provocò una serie di risposte rassicuranti. Stesse sicuro il vescovo, giustizia sarebbe stata fatta. Invece le cose andarono come lui aveva previsto. Già la nota del 16 settembre 1840 del Ministro della Polizia Generale di Lavori lasciava intravedere come la vicenda si sarebbe conclusa.

Quantunque – si diceva in questa nota – fino a questo momento tutto sia basato sull’assertura di esso Pucci, pur troppo noto per diffamato carattere e perversa indole.  Io dal mio canto ho inculcato all’Intendente medesimo di agire nel  riscontro con ogni efficacia, e di dare quelle provvidenze che si convengono onde tranquillizzare quel Prelato; e poiché avea egli già disposto la traduzione in carcere del Pucci in Messina, io ho pure prescritto di farvelo rimanere, sotto il medesimo modo di custodia, fino a che non si sarebbe interamente acclarata la faccenda”.

Cosa che non avvenne mai e presto tutta la faccenda venne dimenticata.

Ma mentre mons. Proto doveva combattere su un fronte con don ‘Nofriu ‘u pirata che non voleva perdere l’incarico di gabelliere della mensa, dall’altra  doveva contendere col sindaco di Lipari, don Filippo De Pasquale che propugnava il diritto dei contadini delle isole minori di affrancarsi dal peso delle decime e delle gabelle vescovili ritenute un avanzo della feudalità abolita con le leggi del 1812 e poi, ancora più chiaramente, con i decreti del 1841. Scrisse così una memoria “Su’ diritti della Chiesa di Lipari”[14]. La tesi sostenuta dal vescovo era che il diritto dei prelati liparesi non era frutto di un feudo ma di una donazione di terre che non erano proprietà di alcuno, donazione che i principi normanni avevano fatto agli abati benedettini e quindi alla Mensa dei vescovi che agli abati erano succeduti. Una donazione puramente civile senza implicanze politiche giacchè il re rimaneva il sovrano e il vescovo solo un possessore. Da qui derivava il diritto alle decime ed ai censi enfiteutici con i quali  si provvedeva ai cappellani, al culto divino , ad un gran numero di poveri con onze 400 ogni anno, a trovatelli con onze 50, alle missioni nelle isole adiacenti e a tanti altri carichi della cura d’anime. Le entrate bastavano appena a questo scopo e se qualcosa avanza andava subito in beneficenza.

Comunque lo scontro divenne durissimo tanto che re e papa di comune accordo decisero di trasferire mons. Proto a Cefalù e questo avvenne con bolla pontificia del 17 giugno 1844.

 


[1] E. Tognotti, Il morbo asiatico. Storia del colera in Italia,  Roma-Bari 2000

[2] Dal manoscritto di proprietà della famiglia di Luigi Mancuso, pag. 612.

[3] Archivio vescovile, Carpetta corrispondenze D.

[4] Dai registri dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Lipari riportati da G.Iacolino in manoscritto, cit. , Quaderno VI, pag. 294. Sull’argomento nel 1844 il dottor don Ferdinando Rodriquez pubblicò una “Lezione pratico-clinica  per gli addiscenti in medicina sull’epidemia morbillosa avvenuta nel 1844 in Lipari”, Messina, Stamperia Fiumara, 1844.

[5] Manoscritto di proprietà della famiglia Luigi Mancuso, pag. 627 e ss. Quando nel 1939 si procedette al riassetto della piazza che allora era chiamata del Commercio fu spostata la statua dal centro nella posizione in cui si trova oggi, fu rifatto il basamento e venne tolta la cancellata.

[6] Dal verbale del Consiglio Comunale di Lipari dell’’11 marzo 1859. Archivio del Comune di Lipari.

[7] Manoscritto cit, idem.

[8]  Fra le personalità di spicco del periodo oltre al can. Carlo Rodriquez di cui abbiamo detto;  ricordiamo  il giurista e principe del foro avv. Giuseppe Pisano Rodriquez che aveva pubblicato nel 1838 un’opera in più volumi dal titolo “Studio di giurisprudenza (edito dalla Real Stamperia di Palermo) e alcuni testi per il teatro; don Serafino De Angelis che insegnava retorica e filosofia nel Ginnasio vescovile di Lipari e si dilettava di poesia traducendo in versi quattro libri dell’Eneide e le Confessioni di S. Agostino; don Giovanni Amendola anche lui scrittore di testi teatrali che si rappresentavano a Lipari; don Filippo de Pasquale  sindaco di Lipari dal 1837 al 1840. Queste notizie in G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag 287, 287a-c.

[9]  Mons. Giovanni Proto, dell’ordine dei benedettini cassinesi, nacque a Milazzo il 15 febbraio del 1781. Prima di essere nominato vescovo di Lipari occupò diversi incarichi di prestigio e fra l’altro fu abate di San Paolo fuori le mura a Roma e visitatore generale per la Sicilia. Fu nominato vescovo di Lipari  il 18 febbraio 1839 e si distinse per l’impegno profuso a restituire decoro alle chiese a cominciare dalla Cattedrale ed alle scuole che riordinò aprendo una nuova scuola , il Ginnasio vescovile .Essendo ormai disabitato il Conservatorio si adoperò perché si desse vita al Seminario giacchè una delle sue preoccupazioni maggiori era la formazione del clero. Ripristinò e ridisciplinò le cinque confraternite locali: S. Bartolomeo, Maria SS Addolorata, S. Giuseppe. S. Pietro e Maria SS del Rosario.  Delle cinque feste dedicate a S. Bartolomeo ne abolì due: quella del 17 giugno per lo scampato pericolo dalla pestilenza del 1541 e dell’11 gennaio relativa al grande terremoto del 1693. Morì a Cefalù contagiato dal colera il 13 ottobre del 1854.

[10] “…l’ozio e la infingardaggine ch’esiste nei Sacerdoti dei tempi presenti li rende dimentichi di quel dovere di carità che continuamente l’invita a procurare la salute de’ Cristiani ancor in quel momento fatale da cui dipende l’eternità. Non poche querimonie, nel corso di questa santa Visitazione, sono de’ fedeli a noi portate per lo scandaloso rifiuto che danno i Cappellani ed i Sacerdoti a coloro i quali li scongiurano a correre al letto dei fratelli che agonizzano”. Raccolta di alcune notificazioni, editti, istruzioni e decreti pubblicate per buon governo della sua Diocesi dall’Ill.mo e Rev. Mo Monsignor D. Visconte Maria Proto Cassinese Vescovo di Lipari, Napoli 1840 ( se ne conserva copia nella Biblioteca Ursino di Catania); G.Iacolino. manoscritto cit., Quaderno VI, pp. 285,285°.

[11] Onofrio Paino era nato a Lipari il 28 dicembre del 1799. Utilizzò le risorse paterne e materne per farne la base di un nuovo arricchimento trafficando anche nel campo dell’usura, del contrabbando e della rapina sul mare. Aveva agenzie oltre che a Lipari a Messina, Palermo e Napoli. A Napoli aveva libero accesso alla casa reale prestando denaro allo stesso re Ferdinando II. Fu molto influente nella Lipari borbonica  e determinante anche nel voto cittadino. Fu molto devoto ai santi ed alle chiese con particolare predilezione verso il convento dei Cappuccini. Ma la sua religiosità passava in secondo piano se si mettevano in discussione i suoi interessi finanziari. Grazie alla liquidazione della proprietà ecclesiastica  nel primo decennio dell’Unità d’Italia incrementò notevolmente il suo patrimonio che ammontò ad un milione di lire. La sua abitazione in Strada Santo Pietro oggi via Maurolico aveva addobbi degni di una reggia. Le posate, tutte d’argento, avevano le sue iniziali come le cristallerie  e le tazze da caffè. Sotto casa, nei magazzini vi era il deposito dell’abbondanza.  Gli appartenevano anche i magazzini che erano a fianco e sotto la chiesa delle Anime del Purgatorio ed erano sempre stracolme di mercanzie in arrivo destinate ad essere esportate.  Morì a Lipari il 30 luglio 1872. (G. Iacolino, manoscritto cit,, Quaderno VI, pp. 299 a-b.

[12] Il Proto non dice e noi non sappiamo quali fatti siano quelli accaduti il 5 marzo e citati nella lettera.

[13] Tutta la documentazione su questa vicenda si trova nell’Archivio Vescovile , Corrispondenze, Carpetta H.

[14] Tipografia Francesco Lao, Palermo 1842, pagine 38.

 

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer