Un vescovo caritatevole e lo scontro su Vulcano

A Lipari, la città bassa prende forma

Il settecento in Sicilia prende il via fra repentini cambiamenti politici che rendevano ancora più precario uno scenario fatto di povertà e di guerre  vicine e lontane. Come abbiamo visto nel 1713 gli spagnoli furono sostituiti da Vittorio Amedeo II di Savoia, nel 1720 fu la volta degli austriaci, nel 1735 arrivarono i Borboni che rimasero fino al 1860 quando prima Garibaldi e poi i piemontesi di Vittorio Emanuele II li scacciarono per costituire il Regno d’Italia.

Durante uno di questi passaggi, ai primi di ottobre del 1718, Lipari fu coinvolta in un episodio di guerra. Mentre una flottiglia inglese, venuta in appoggio agli austriaci, percorreva la rotta da Napoli a Messina per dare l’assedio a questa città, i liparesi intercettarono due grosse tartane cariche di vettovaglie  e se ne impossessarono. La cosa non piacque agli inglesi che inviarono un battello con l’ambasciata che o Lipari prestava omaggio all’Arciduca o sarebbe stata bombardata. La risposta fu pronta :”Lipari aveva giurato fedeltà a Filippo V e non avrebbe tradito. Piuttosto avrebbero combattuto”. Gli inglesi cominciarono così a bombardare la città ma i liparesi risposero per le rime. Questo scontro durò poche ore durante le quali mentre i danni subìti dalla città furono minimi e senza morti, le navi inglesi che scortavano la Palandra che bombardava furono costrette ad allontanarsi lasciando questa isolata. Immediatamente i liparesi ,armate delle feluche, corsero verso questo battello per catturarlo. Vista la manovra gli inglesi mandano un lancia per difendere la Palandra, ma anch’essa fu catturata. Mentre i liparesi trainavano i due battelli in porto, le navi nemiche puntarono su di esse e così si dovette abbandonare la Palandra che aveva la poppa fracassata e si faceva fatica a portarsela dietro. Comunque  i liparesi tornarono in porto avendo sequestrato la lancia e fatto prigionieri gli uomini, mentre gli inglesi andarono via scornati avendo perso le bombe ed una lancia con gli uomini a bordo.[1]

Le case sotto le mura del castello disegnata da Luigi Salvatore d'Austria

Lipari intanto, via via che andava diminuendo la paura delle incursione barbaresche, andava espandendosi fuori dalle mura del Castello. Cominciarono gli strati sociali più poveri che non trovavano spazio nella città alta a costruire le loro case, per lo più anguste, di uno o due vani, realizzate con materiale economico e quindi per lo più scadenti, con una piccola cisterna e prive di servizi igienici con pavimenti sconnessi per lo più di semplice battuto,le une accostate alle altre disegnandolo vicoli strettissimi in terra battuta perennemente sporchi e maleodoranti perché vi si vuotava di tutto persino i pitali con le orine e gli escrementi della notte.

 

La borghesia si trasferisce alla Marina S.Giovanni

 

Marina corta vista da Veuiller

Poi fu la volta delle famiglie borghesi che cominciarono ad avvertire gli effetti di una globalizzazione crescente dei commerci e delle idee e che, oltre ad un benessere crescente, si traducevano in una evoluzione nei gusti e nelle esigenze. Così  cominciarono a trovare troppo anguste le abitazioni al Castello e non potendole ampliare – introducendovi i servizi igienici e i nuovi spazi di convivialità e di rappresentanza - pensarono di costruire nella città bassa. Soprattutto i commercianti e gli armatori avvertirono la necessità di risiedere nei pressi della marina mentre la nobiltà terriera ed altri borghesi sperimentarono l’importanza di potere disporre, dietro la loro abitazione, di uno spiazzo di terreno da destinare ad orto e a  giardino con un pergolato sotto il quale passeggiare e sostare all’ombra per conversare .

Realizzarono così le loro abitazioni, anche su due piani, nella Marina di San Giovanni proprio di fronte al mare, sul lato destro della salita di S. Giuseppe, lungo il Timparozzo, nella strada di S. Pietro che si chiama oggi via Maurolico, lungo la strada dei Bottài , oggi via Roma, e qualcuna più in su nel vallone Ponte.  Abitazioni – annota Iacolino – dai “caratteristici prospetti ad intonaco colorato, spezzati da bianchi rifasci orizzontali, i sobrii cornicioni correnti alla sommità, i portali ad arco, di pietra, i balconi, anch’essi di pietra, con ringhiere a ‘petto d’oca’ onde consentire alle donne di affacciarsi agevolmente sulla via nonostante indossassero le ingombranti crinoline a campana”[2].

La Marina di San Giovanni che arrivava fin dove oggi c’è il vicolo di Sant’Antonio e l’omonima chiesetta dominava la spianata e il mare, venne ridotta dalle costruzioni delle famiglie La Rosa, De Pasquale, Carnevale.

L’odierno corso Vittorio Emanuele, che si chiamava strada del Pozzo,  era il greto di un torrente su cui si aprivano orti e botteghe di artigiani. Lungo l’attuale Marina lunga che allora si chiamava  Marina San Nicolò, vi erano poche casupole di pescatori con le loro barche tirate a secco dinnanzi, ed in fondo, un po’ distaccata dal resto la chiesetta di San Francesco di Paola che verrà poi rinominata Maria SS.di Porto Salvo con a fianco l’ospedale di San Bartolomeo per soli uomini che aveva voluto il facoltoso commerciante don Bartolomeo Russo morto nel 1712[3]. L’ospedale di S. Bartolomeo sorse intorno al 1730 mentre un altro ospedale, quello dell’Annunciata, era al Castello[4].

Nel 1737 Lipari fu inclusa fra le cento città di Sicilia che ebbero le prime “officine postali” segno che i rapporti di scambio dovevano essere abbastanza rilevanti[5].

Mons. Platamone

Ancora nel terzo decennio del secolo, al vescovo Platamone la  massa dei poveri appariva grande rispetto alle risorse della Mensa vescovile che probabilmente per la lunga vacanza vescovile e per le vicende della “controversia”, mancando un attento e continuo controllo sulla produzione dei campi e della pesca, si era di molto contratta. Tremila scudi, è quanto il vescovo dichiara che aveva riscosso l’anno precedente e desunte tutte le spese dovute rimanevano a disposizione solo 1.685 scudi con i quali doveva fare fronte ai poveri ed allo “stato di bisogno della Chiesa”[6].  Con questi fondi, ma anche con risorse proprie, Platamone doveva rendere agibile la residenza di villeggiatura ospitando anche la curia ed il tribunale ecclesiastico giacchè il Palazzo vescovile vicino alla Cattedrale era “quasi del tutto crollato, a causa della recente guerra di Sicilia, non è in atto abitabile[7]. Oltre alla sopraelevazione del primo piano ricavandone sei vani, egli realizzò un bel vialetto colonnato, ombreggiato da viti che andava verso la via di S. Lucia[8].

 

Anche vescovo e municipio lasciano il Castello

 

Così intorno al 1725 il vescovo andrà ad abitare nel palazzo di villeggiatura a Diana[9] mentre il “Tocco”, cioè la sede municipale, dovette allora essere trasferita sul Timparozzo che col tempo fu chiamata strada del Municipio. Sempre dalle relazioni di mons. Platamone riusciamo ad avere anche informazioni sulle altre isole. Certamente la più popolata è Salina che conta ben sei chiese distribuite  a S.Marina, Lingua, Capo dei Fichi, Malfa, Pollara e Val di Chiesa. Anzi è la prima volta che nella relazione di un vescovo si parla del “miracolo”[10] . Delle altre isole si parla solo della chiesa di S. Stefano a Filicudi e di quella di S.Pietro a Panarea; ma  nel 1730 sorgerà la chiesa di S. Vincenzo a Stromboli.

S. Marina con la sua chiesa che svetta sulla cittadina.

Nelle nuove abitazioni, soprattutto della nobiltà terriera ma non solo, non era difficile trovare una stanza dedicata a cappella giacchè , in queste famiglie, vi era sempre un ecclesiastico come non mancavano una o due figlie che prendevano il velo in privato. Soprattutto per le donne, le cosiddette “monache di casa”, la ragione era quella di evitare la frantumazione della proprietà mantenendola concentrata in una ristretta cerchia di eredi, per i maschi che intraprendevano la carriera ecclesiastica vi era anche – in particolare nella borghesia che aspirava ad entrare nel giro dei “gentiluomini” – la propensione ad una promozione sociale per sé e per la propria famiglia.

Numerosi erano divenuti gli ecclesiastici che vivevano nelle  Eolie: 95 sacerdoti, 8 diaconi, 5 suddiaconi, 5 accoliti e due lettori. Venti - venticinque erano i frati che risiedevano nei due conventi dei Minori e dei Cappuccini [11]. Ma per la maggior parte si trattava di un clero culturalmente povero tanto che il vescovo dovette fare venire da fuori il suo vicario generale. E questo anche perché , durante il tempo della “controversia”, nel Seminario delle lettere le lezioni non si tennero più con continuità ed alcune cattedre, come quelle di filosofia e teologia, rimasero vacanti. Per rimediare il vescovo obbligò tutto il clero a frequentare corsi tenuti da un suo confratello domenicano.

Comunque nel 1754 il vescovo De Francisco annota che i preti della Cattedrale e di San Giuseppe attendono scrupolosamente ai loro doveri “come pure anche gli altri Cappellani nelle Isole, dove risiedono, impartiscono con buon esito i rudimenti della Fede ai fanciulli”[12].

 

La paura della peste e la contesa su Vulcano

 

Nel giugno del 1739 una grande allarme si diffuse per le isole. Si era saputo che nei Balcani si erano verificati casi di peste e siccome le isole erano territorio aperto, sul transito di tante barche e vascelli, appena si seppe di questo pericolo subito la fibrillazione salì alle stelle. Già vi era stato un allarme ed una mobilitazione nel 1720 quando si era parlato di casi di contagio a Marsiglia, ora il problema si ripresentava. I giurati subito si mobilitarono e con i deputati di sanità tennero un pubblico consiglio. All’ordine del giorno le precauzioni da prendere negli scali delle isole. E come diciannove anni prima si decise di fare presidiare notte e giorno tutti gli scali dalla gente delle isole, dando loro le stesse istruzioni di allora.

Il governatore fu però di diverso avviso. D’accordo sul presidio notte e giorno ma in tutte le isole si dovevano mandare gente di Lipari, probabilmente perché ritenuta più affidabile. Incurante delle proteste dei giurati che reclamavano che non si potevano ignorare le risoluzioni ufficialmente già adottate, il governatore ordinò subito al Capitano dei quartieri delle milizie urbane di recarsi a Salina con 20 uomini da collocare nei vari scali, all’alfiere delle stesse milizie  di prendere altri dieci liparesi e di recarsi a Stromboli ed al governatore del porto di Lipari di individuare altre 30 persone per gli scali dell’isola principale. Naturalmente tutte queste persone che erano comandate non erano militari ma gente del popolo che aveva un lavoro a cui accudire e tutti si lamentarono con i giurati perché queste decisioni recavano loro un grave danno visto, per di più, che non si sapeva quanto tempo sarebbe durata la mobilitazione.

Così i giurati si appellarono al viceré ed il viceré diede loro ragione affermando che fossero essi investiti dei più ampi poteri per l’emergenza predisponendo le guardie per le isole, procedendo alle ispezioni sanitarie a bordo dei bastimenti in arrivo, ordinando le opportune quarantene per gli equipaggi e quant’altro occorresse con l’obbligo di coinvolgere il vescovo nelle decisioni “per maggior accerto della comun salute[13]”.

Per fortuna il contagio non raggiunse le isole ma lo stato di allarme durò a lungo, almeno sei mesi. La paura della peste però non abbandonò le Eolie. Solo quattro anni dopo, nel 1743 essa esplose a Messina e in 3-4 mesi si contarono ben 40 mila vittime. Si mise in atto uno stretto cordone di vigilanza intorno alla città e si impedì che il contagio si propagasse nel circondario. Probabilmente misure di sicurezza scattarono nuovamente nelle Eolie ma per quello che se ne sa anche le isole non furono immuni dall’infezione di questo male anche se probabilmente in misura non allarmante.  A Val di Chiesa ( Salina) vi è infatti una lapide che ricorda questo evento[14]

Difficilmente il vescovo partecipò con i giurati alla valutazione dei provvedimenti sanitari da prendere come voleva il viceré perché proprio in quel tempo era scoppiata una controversia fra i giurati ed il presule a proposito delle competenze di giurisdizione nel concedere autorizzazioni o proibire l’estrazione dello zolfo e dell’allume. Si ripeteva cioè quanto era accaduto al tempo del vescovo Ventimiglia, solo che, questa volta, furono i giurati a compiere il primo passo.

Huel, Vulcano visto da Lipari

Si sapeva che di notte, di nascosto della gente di Lipari senza lavoro e per cercare di racimolare qualche soldo si recava a Vulcano dove, scavando, raccoglieva zolfo e allume che poi vendeva a forestieri. Protestarono di questo fatto i benestanti di Lipari proprietari di terre sostenendo che le esalazioni di questi scavi danneggiava i loro campi e le loro culture e chiesero ai giurati di intervenire. Il vescovo si sentì toccato nelle sue prerogative e prevenendo i civici amministratori emise lui l’ordinanza di divieto. Scoppiò un forte dissidio e  i giurati ricorsero al viceré. La sentenza del Tribunale del Patrimonio fu molto dura per il vescovo. Richiamandosi a quanto accaduto al vescovo Ventimiglia sentenziò che l’isola di Vulcano, come le altre isole dell’Arcipelago eoliano erano di pertinenza del dominio del re, per cui il vescovo era invitato a revocare subito il suo editto[15].

 

Un vescovo caritatevole

 

Il vescovo se la prese e quando si accorse che i giurati avevano rinnovato il panno rosso del loro scranno in Cattedrale avendolo realizzato “di scelto damasco con un suo guarnimento all’intorno di una frinzettina d’oro e seta” andò su tutte le furie.

Troppo superbo, lo bollò, e più eccellente, e ricco del suo baldacchino Vescovile”. Il vescovo proibì che si collocasse questo drappo in Cattedrale e la questione fu portata a Palermo dove si discusse per oltre un anno. Alla fine mons. Beamonte, prevedendo che il risultato della sentenza non gli sarebbe stato favorevole, desistette dal suo divieto e la controversia si compose[16].

Questi episodi potrebbero fornire una immagine errata di questo vescovo che invece ci viene tramandato come fortemente caritatevole verso i poveri della diocesi, “eccedendo le sue elemosine oltremisura, né vi era mai bastante denaro, che potean dare le  entrate annuali di sua Azienda vescovile, per saziare le calde brame della sua carità” . Proprio per questa sua prodigalità gli amministratori della Mensa dovettero tagliargli i fondi e gli impedirono di ingerirsi nella gestione finanziaria. Così per fare beneficenza egli ricorreva a vari sotterfugi.

Quando rimaneva senza denari e non riusciva a corrispondere alla richieste di un povero, si rinchiudeva nel suo ufficio si toglieva la tonaca del suo ordine e si liberava dei vestiti che portava di sotto quindi si rimetteva la tonaca sulla biancheria intima mentre i vestiti li consegnava al poveretto dicendo “ Pigliate queste vestimenta, andate a venderle e servitevene per i vostri bisogni, mentre io non tengo denaro pronto per soccorrervi, ma guardate di farvi vedere con queste robbe dai miei familiari, ne dite cosa a nessuno che l’avete ricevute da me”. Il prelato rimaneva così per diversi giorni senza abiti sotto la tonaca fino a che non veniva scoperto dai suoi familiari che provvedevano a rifornirlo di nuovi vestiti.

Altre volte arrivò di notte tempo, a segno di gettare dà balconi del suo appaltamento, che corrispondevano in strada, li matarazzi dove egli soleva dormire dandoli a qualche povera donna, che li ricorreva per bisogno di non poter maritare qualche figlia per mancanza di matarazzi. Onde la mattina poi veniva trovato dà suoi familiari coricato sopra le nude tavole del letto; e bisognava provederlo di nuovi matarazzi”[17].

Comunque al di là della carità spicciola un segno importante sul piano sociale il Beamonte riuscì a dare agli eoliani, infatti, riuscì a dare vita a quello che era stato il sogno di mons. Arata e di altri vescovi: la creazione di un Monte di Pietà che potesse finanziare le attività economiche del popolo ed in particolare i contadini ed i pescatori[18].

 

Vulcano non si tocca

I terreni ed i giacimenti di Vulcano che erano stati oggetto di contesa al tempo di Ventimiglia e di Beamonte, tornarono a creare problemi al successore di questi, mons. Francesco Maria Miceli[19]. Anche Miceli si chiese come si poteva venire incontro alla massa dei poveri che viveva a Lipari. I terreni a Lipari e Salina erano tutti occupati e coltivati, delle altre isole minori – Filicudi, Alicudi, Panarea e Stromboli – diceva che “non sono altro che montagne scoscese protette da dirupi inaccessibili; non abbondano di comodità, né sono fertili di granaglie; in esse molti conducono una vita stentata[20] . Così puntò gli occhi su Vulcano e andò di persona a vedere che cosa era possibile fare e si convinse che buona parte di essa poteva essere coltivata.

Reso edotto dei problemi che avevano bloccato i suoi predecessori pensò che fosse prudente coinvolgere nell’iniziativa i maggior enti dell’isola e così, nei primi mesi del 1748, ne parlò col governatore e i giurati. Li trovò d’accordo tutti tranne un giurato, Giacomo Bonanno ma probabilmente si pensò che prima o poi anche lui si sarebbe convinto e così fu dato il via all’operazione mandando i contadini a “dar principio allo scampamento”.

Invece il Bonanno – che, per disposizione governativa, aveva il compito di badare a che non si producessero zolfo e allume nell’isola di Vulcano[21] - non si convinse ma riuscì a portare dalla sua altri liparesi che non volevano che la lottizzazione compromettesse l’antico diritto di pascere e di legnare e ricorsero al viceré[22].

E il 10 maggio arrivò la risposta , direttamente al vescovo, che era decisamente negativa. L’idea di mandare gente a Vulcano a zappare e seminare le terre era di impedimento a chi voleva andarvi per pascolare o per fare legna, ma era anche di grave pregiudizio “alla reale giurisdizione di S. Maestà, a cui unicamente appartiene  detta isola, ne  già mai si potea un tal permesso di scampare e seminare dette terre accordare né dalli riferiti Giurati”. Il vescovo viene diffidato dal compiere qualsiasi passo in quella direzione, “ne ingerivi per l’avvenire in cosa alcuna, attinente a detta isola di Vulcano[23]”.

Nessuno disse allora che lo “jus pascendi” e lo “jus legnandi” consistevano in una aggressione selvaggia al manto boschivo dell’isola che nel giro di qualche decennio lo distruggerà irrimediabilmente.

 

Si costruisce l'Immacolata

La Chiesa dell'Immacolata

E’ nel periodo in cui mons. Miceli regge la diocesi che si realizza la costruzione di quel gioiello che è la chiesa dell’Immacolata al Castello ad opera della confraternita che portava questo nome. La confraternita si riuniva in una chiesina che si trovava assieme ad altre due piccole cappelle nel sito dove ora sorge l’Addolorata. Quando fu realizzata l’Addolorata le cappelle vennero incorporate e scomparvero e la confraternita fece capo ad una chiesetta, all’entrata del Castello, subito dopo il corpo di guardia che era detta della Concezioncella ma che tutti chiamavano di S. Caterina. Ora erano trascorsi cento anni da quando era stata restaurata, vi pioveva dentro e spesso dal soffitto si staccavano dei calcinacci. Per questo la confraternita ,che vantava un patrimonio ragguardevole, chiese al vescovo di potere realizzare una sua chiesa, grande e spaziosa, nel terreno fra la Cattedrale e la chiesa dell’Addolorata dove vi erano vecchie casupole che si erano liberate perché chi vi viveva era andato ad abitare nella città bassa.

Vi era anche un’altra ragione non dichiarata per cui la confraternita desiderava costruire una bella e grande chiesa al Castello e questa stava nella competizione che si era venuta sviluppando fra confraternita dell’Addolorata e confraternita dell’Immacolata.. La prima infatti raccoglieva la nobiltà terriera sempre più insofferente verso il diritto del vescovo di riscuotere censi e decime e gli ufficiali del presidio militare che nel tempo avevano avuto spesso degli attriti con il vescovo ed avevano fatto della confraternita e della chiesa un centro autonomo di culto posta sotto il Regio Patronato per cui il rettore non veniva nominato dal vescovo ma da Palermo; nella seconda confraternita confluivano invece la borghesia agiata formata da padroni di barche, mercanti, bottegai ed artigiani ed erano devotissimi al vescovo.

La richiesta di autorizzazione al vescovo è della fine di dicembre del 1746 e nell’arco di pochi giorni mons. Miceli ordina che si proceda allo studio della questione con gli esperti, esamina le relazioni  e rilascia il suo benestare. Occorsero sette anni per realizzare l'opera e nel 1754  la chiesa, benchè non rifinita in ogni sua parte, venne aperta al culto[24].

 

La colonizzazione di Ustica e le difficoltà economiche

 

Si è detto come via via che ci si inoltra i questo secolo i segni di benessere e le esigenze di qualità della vita vanno crescendo nelle due classi benestanti dell’isola: la nobiltà terriera e la borghesia mercantile. Questo a fronte di una condizione della grande maggioranza della popolazione che doveva faticare per vivere. Eppure non è corretto descrivere la situazione sociale delle Eolie come fortemente polarizzata: i benestanti da una parte i poveri e gli emarginati dall’altra. Fra la gente che ogni giorno doveva porsi il problema della sopravvivenza propria e della famiglia vi era indubbiamente chi, come i contadini, i pescatori proprietari di una piccola barca e gli artigiani, che avevano un mestiere che in qualche modo – a meno di disgrazie improvvise -  rappresentava una garanzia per l’esistenza; vi era invece chi e forse erano la maggioranza viveva nella precarietà andando a giornata a lavorare nei campi o offrendosi sempre a giornata nei lavori servili, facendo il facchino o lo sguattero, arrangiandosi a raccogliere pomice, legna da ardere, vendendo i pochi pesci che riusciva a pescare, ecc.; ed infine c’era anche chi non poteva contare sulla proprie braccia e viveva praticamente solo di elemosina. Può stupire che i tentativi di vescovi come Ventimiglia e Beamonte di valorizzare le terre o i giacimenti di Vulcano per cercare di offrire lavoro a chi a Lipari non ne aveva, vengono contrastati in nome proprio dei “poveri mendichi, i quali con l’uso quotidiano di far legni secchi si procacciano il miserabile vitto”[25]. Ed è questo che convince come alla base di questa opposizione non ci sia un intento sociale ma piuttosto l’egoistica posizione di chi vuole garantirsi un mercato di braccia a basso costo.

E che questo problema esista lo dimostra l’esodo per popolare Ustica che si verificò fra il 1762 ed il 1764. Il 4 aprile del 1759 il re Carlo di Borbone autorizzava la colonizzazione dell’isola ed agli immigrati venivano promesse due salme di terra  - circa 5 ettari - per ogni famiglia di 5 individui e l’esenzione delle imposte per 10 anni. L’idea di avere un proprio pezzo di terra fu il motivo che convinse una sessantina di capi famiglia eoliani – di Salina e Filicudi in particolar modo – a salpare – nel 1762  probabilmente  nel mese di giugno - con quattro barche dette “paranzelle” rifornite di commestibili e piccoli cannoni “senza che si fosse ancora provvisto a quanto il Tribunale di Commercio stabilito aveva per la difesa dell’isola e per il comodo dei nuovi coloni”[26]. Tutto andò bene nel viaggio e giunti all’isola subito i nuovi immigrati cominciarono a costruire baracche per ripararsi e probabilmente provvidero a fare arrivare anche altri membri delle proprie famiglie. Ma dopo qualche tempo si fanno vivi i pirati turchi che i liparesi però riescono a respingere decimandoli. Purtroppo nella notte dell’8 dicembre i pirati ritornano con cinque galere ed ebbero ragione dei nuovi coloni: le baracche furono bruciate, molti furono uccisi, settanta furono portati via come schiavi e solo pochi riuscirono a nascondersi su una barca e, non visti, giunsero a Palermo. Dopo che a Ustica furono fatte le fortificazioni, si organizzò una nuova spedizione, quasi tutta di eoliani, questa volta di 85 famiglie per circa 399 persone, marinai e contadini, nell’ottobre del 1763, portando con loro pecore, asini, buoi, vanghe zappe e rastelli, arnesi per pescare, masserizie d’ogni sorta, commestibili e vestiti[27].

Si trattò indubbiamente di un viaggio della speranza come quello che decenni dopo, altri eoliani affrontarono verso l’America. Un viaggio dettato dalla precarietà della situazione e dalle condizioni di vita difficili. Tanto difficili, da fare accettare i disagi di una destinazione disabitata e selvaggia. con la difficoltà aggiuntiva di dover superare la paura per nuovi attacchi dei pirati.

Certo i pirati non erano una novità per i liparesi ed anche a Lipari avevano, come abbiamo visto, spesso a che fare con loro anche se negli ultimi decenni sempre meno. E qualche volta, spinti dalla necessità, anche i liparesi dovettero ricorrere alla forza ed all’epediente della pirateria per cercare di procurarsi il necessario per vivere.

L'isola di Ustica vista dall'aereo

Quegli anni, in cui emigrarono per Ustica un buon numero di eoliani ed altri si apprestavano a partire, la carestia imperversava in tutto il regno ed in Europa e frequentemente giungevano notizie di gente, che nelle città, moriva di fame. Per fortuna non era questa la situazione delle isole dove se non si arrivava col lavoro a provvedere a tutti ci pensava la carità del vescovato. Ma comunque non era una situazione facile per cui, quando in un giorno di forte tempesta, una grossa nave carica di frumento proveniente da levante e diretta a Palermo, entrò nel porto per ripararsi ed attraccò al molo subito i deputati della sanità, alcuni magistrati e lo stesso vescovo si recarono dal capitano pregandolo di sbarcare una parte di grano perché la popolazione ne aveva bisogno. Ma il capitano non voleva saperne e a nulla valse nemmeno il fatto che il vescovo gli si mettesse dinnanzi in ginocchio scongiurandolo con pianti e preghiere. Ad un certo punto, visto tutto inutile i soldati della guarnigione si disposero sulla banchina con i fucili puntati mentre altre imbarcazioni impedivano alla nave di prendere il largo. Vedendosi imprigionato il capitano “ fu costretto a dare forzosamente il frumento che con preghiere non aveva voluto cedere[28]”.



[1] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale di Lipari, manoscritto cit., Quaderno  IIIA, pp. 138 a,b,c. da un foglio a stampa  il cui originale è conservato presso la Biblioteca Ursino di Catania ed intitolato” Distinta relazione dell’attentato de’ Vascelli Inglesi contro la Città di Lipari, e del Fedele, Magnanimo,  e Vittorioso Operato di quei Cittadini nella lor difesa”, Palermo 1718.

[2] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale.., manoscritto cit.,  Quaderno IV, pag. 171.

[3] Queste notizie sulla nuova topografia di Lipari sono tratte dal saggio di G.Iacolino, Il settecento liparitano, in L. Spallanzani, Destinazione Eolie, Lipari, 1993, pp 407-453.

[4]Qui c’è un ospedale di cui non ci pesa tenere l’amministrazione. Raramente vi si ricoverano degli infermi, sebbene esso non difetti di tutto il necessario per la salute dell’anima e del corpo”, così scriveva nel 1722 il vescovo Platamone alla S.Sede, per cui giudicava inutile un secondo ospedale e avrebbe preferito devolvere il lascito di Russo alla costruzione di un Seminario.(ASV, Cass. 456 B f.36v e 33v). Ma malgrado il Platamone chiedesse l’autorizzazione per effettuare questo storno dopo qualche anno l’ospedale di S.Bartolomeo si realizzò. Comunque si cercarono di differenziare i due nosocomi indirizzando quello di Marina S.Nicolò per malati forestieri, di sesso maschile che soffrissero di febbre persistente e quindi con possibili malattie endemiche. In seguito fu destinato ad ospizio per soldati veterani poveri e soli. Infine tornerà ad essere adibito a nosocomio generico per uomini e donne e tale  resterà per tutto l’ottocento circa. (G.Iacolino, manoscritto cit. Quaderno III A pag. 146 e). Nel 1755 il vescovo De Francisco dava però un ritratto della situazione sanitaria preoccupante: il vecchio ospedaletto dell’Annunciata era cadente e inagibile e l’ospedale San Bartolomeo non accettava altri degenti se non fossero “malati di febbre”.( G. Iacolino,manoscritto cit. Quaderno IV, pag. 106 a2.

[5] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale di Lipari, manoscritto,  Quaderno IV, pp. 162- 162 a.

[6] Relazione ad Limina del 15 marzo 1723, ASV, Cass. 456 B, ff.31v-32.

[7] ASV. Cass. 456 B, f. 31v.

[8] Secondo lo spirito del settecento il vescovo amava la convivialità sposata con conversazioni erudite come appare da questa pagina di G.La Rosa:”Voleva il Prelato che ogni giorno i Gentil’Uomini, li Sacerdoti cospicui nel decoro e Canonici del suo Capitolo avessero frequentato la loro conversazione nel suo palazzo Vescovale e nel suo appaltamento ove s’intratteneva a circolo con tuti piacevolmente, senza perdere la sua naturale sostenutezza, discorrendo di cose erudite; e si significavano le notizie che percorrevano dell’affari del gran Mondo e delle guerre d’Europa. Volendo uscirer a fare qualche caminata per esèlo e divertimento, era associato col séquito di tutta la Conversazione…; intratteneva al pranzo della sua tavola, quasi ogni giorno, quattro sogetti, cioè due Ecclesiastici e due Gentil’Uomini, che invitava a circolo, di quei che frequentavano la sua Conversazione, e nelle giornate solenni dava pasti molto esquisiti con invito di moti Canonici e Gentil’Uomini principali della Città”(op.cit. vol. I, pp.269-270). Questi modi cordiali e conviviali non evitavano che qualche volta il vescovo assumesse delle posizioni estreme nei confronti di chi lo contrariava o non gli pareva sufficientemente raffinato. Un esempio del primo tipo l’abbiamo già verificato quando si scontrò con il canonico Diego Hurtado e stava facendo riesplodere una nuova controversia liparitana. Un esempio del secondo tipo ce lo fornisce Giuseppe Iacolino ( La chiesa cattedrale di Lipari, manoscritto, cit. Quaderno IIIA, pag. 152) e riguarda un suo servente di Bronte, Ignazio Capizzi,  che nel 1726 venne a Lipari a lavorare nella casa del vescovo e contemporaneamente voleva studiare per diventare prete. Era un giovane che si applicava negli studi e qui a Lipari imparò latino, filosofia, teologia ma, malgrado questo non riusciva a superare –come riconoscerà lui stesso - una “natural ruvidezza, rusticità e tratto villano” che non si conciliavano con la raffinatezza del Platamone che lo apostrofava dandogli del villano e chiamandolo “testa d’asino”. Per questo nel 1731 lo licenziò. Il poveretto accettò di fare lo sguattero  presso l’ospedale di Palermo  ma continuò a studiare e divenne medico nel 1734 e prete nel 1737. Si distinse per la sua cultura e la sua carità e Pio IX lo definì nel 1858 il S.Filippo Neri della Sicilia avviando il processo per la canonizzazione. Mons. Platamone morirà il 12 febbraio 1733 all’età di 66 anni.

[9] Ma non sarà una scelta stabile perché il suo successore, mon. Beamonte, quando nel settembre del 1736 prese possesso – a tre anni dalla nomina – della diocesi – tornò ad abitare al Castello anche se il palazzo era malandato.

[10] Descrivendo la Chiesa il vescovo arriva a parlare della cappella che contiene il quadro della Beata Vergine Maria. “Circa questa Cappella si tramanda che accadde un fatto straordinario. Si racconta che un abitante, di nome Alfonso Mercorella, mentre tagliava alberi per dare spazio alla coltivazione, nel fitto del bosco udì con suo gran stupore il suono di una campana. Direttosi, benché intimorito, verso quel richiamo, in un tempietto diruto e coperto di rovi e sterpaglie vide, con la guida della campana che Ella teneva in mano, l’immagine della Beata Maria sempre Vergine. Questo fatto infiammò soprattutto gli abitanti alla devozione della Beata Maria Vergine, e in quel luogo poi fu eretta per venerazione la Chiesa di cui qui si parla.”( Visita Pastorale di mons. P.V. Platamone del 1722, in Archivio Vescovile di Lipari ff. 22-22v)

[11] L’elenco di tutti gli ecclesiastici si trova nell’Archivio Vescovile di Lipari nella cartella “Visita Pastorale di mons. V.P. Platamone del 1722, primi f.f. non numerati).

[12] ASV, Cass. 456 B, f. 94. In questa epoca tutte le isole dovevano avere una loro chiesa ed un loro cappellano.

[13] Libro delle Corrie, foglio 226.

[14]In perpetuam saevissimae pestis memoriam / anni 1743/ sodalitas nativitatis B.V. / Mariae/ novum hoc monumentum posuit”in G. Iacolino, manoscritto cit.,  Quaderno IV, pag. 169 ( nota a margine in rosso).

[15] G.La Rosa, op.cit., vol I, pp. 276-277

[16] Purtroppo di queste controversie ne risentì il fisico del vescovo che si ammalò e gli fu consigliato di andare a Palermo dove probabilmente l’aria natia gli avrebbe giovato. Ma ormai il suo fisico era minato ed il  19 luglio del 1742 spirò.

[17] G. La Rosa, op.cit., vol. I , pp. 274-276.

[18] C.Eubel, Hierachia Catholica etc, vol.VI, Padova 1958, p.263, in nota:

[19] Mons. Francesco Maria Miceli, messinese, fu nominato vescovo di Lipari l’11 marzo 1743 a 65 anni di età. Ma siccome a Messina c’era la peste e la città era isolata, poté prendere possesso della diocesi solo negli ultimi mesi del 1744. e morì il 2 gennaio del 1753.

[20] ASV, Cass. 456 B, f. 82v.

[21] G.A.M.Arena, L’economia delle isole Eolie dal 1544 al 1951, op.cit. pag. 29 nota 77. v. anche Genuardi, Siciliano, Scaduto e Garufi, “Il dominio del Vescovo nei terreni pomici feri dell’isola di Lipari” Acireale 1912.

[22] Il procuratore del vescovo nel processo sostenne che il giurato Bonanno, definito “torbido ed insolente” aveva concesso a tale Francesco Berrio un “pezzo di terra” nell’isola di Vulcano e costui aveva fatto “scampare detto pezzo di terra di detta isola”, seminandovi orzo. 

[23] G. La Rosa, op. cit. vol. I pp 282-283. Comunque la sentenza del tribunale che giunse un anno dopo (Archivio di Stato di Palermo, Corte del Tribunale del Real Patriomio, anno 1749 v. G.A.M. Arena, op. cit. pp29-30) fu meno drastica: essa  riconobbe l’isola di Vulcano e le altre isole dell’arcipelago di pertinenza della Mensa vescovile unicamente sulla base dei documenti esibitigli dal vescovo, peraltro non contestati dai giurati; lasciò all’Università la possibilità di opporsi alla contribuzione di censi e decime, cioè la possibilità di dimostrare che le isole non erano di proprietà della Mensa vescovile. Concretamente a Vulcano non si poteva fabbricare zolfo ( e quindi il Bonanno doveva continuare a sovrintendere che questo non avvenisse) mentre doveva continuare ad essere permesso ai singoli di raccogliere legna e quindi praticamente il terreno non poteva essere dissodato e coltivato.

[24] Gradatamente si fecero  eseguire le tele dipinte e le statue e, infine, intorno al 1790-92, giunsero i marmi della balaustra, dell'altare maggiore e del pavimento.  Nell'aula centrale, vicino al coro, i membri della confraternita si fecero scavare l'ipogeo per le loro sepolture. L'organo, della fabbrica Mancini, fu collocato in cantoria nel 1792.

Comunque nel 1755 il fatto che non si sia riusciti a realizzare anche le rifiniture sembra dovuta a due problemi convergenti. La prima : “la mala cautela avuto nel concerto dell’opera marmorea tra i Rettori della Congregazione dell’Immacolata  con Mastro Santo d’Antoni e Mastro Pietro Muscarella”; la seconda: “sebbene li suddetti già decaduti Rettori con efimeri pretesti non intendessero rilasciare sudetta amministrazione, forse per essere scoverti di quelle positive mancanze”(Archivio Vescovile, Visite delle Chiese fatte da mons. Bon. Attanasio, 1851- 1859, ff. 439-440).Sul fatto che nel 1754 la chiesa venne aperta al culto esistono dei dubbi giacchè nel 1755 il vescovo Gerolamo Giovanni De Francisco -  palermitano, dell’ordine dei Dominicani, eletto vescovo il 9 aprile del 1753 – in uno scritto alla S.Sede dice che, dentro le mura della città, oltre a quattro grandi chiese (la Cattedrale, la Concezioncella, delle Grazie  e della Purificazione o S. Maria delli Bianchi), si “ha inoltre un’altra Chiesa , incominciata, sotto il medesimo titolo della Concezione, che per la sua imponenza e per la scarsezza dei suoi proventi sino ad ora non è stata portata a compimento.” in ASV, Cass. 456 B, f. 92 v..

[25] Dalla comparsa del Giurato Giacomo Bonanno in G.A.M. Arena, op. cit., pag.30 in nota.

[26] G: Tranchina, L’isola di Ustica, Palermo 1982, pag. 26.

[27] Più tardi sembra che altri eoliani siano partiti per Ustica e Arena dice che in totale si trattò di seicento persone. Iacolino da una cifra superiore.

[28] G.Iacolino, manoscritto cit. Quaderno IV pag. 186 a 5. Questi come altri episodi Iacolino li ha ricavati da un manoscritto, anonimo, di proprietà della famiglia del dott. Luigi Mancuso . Il manoscritto per la prima parte ripropone l’opera del Campis ed invece nella seconda parte contiene una documentazione originale.

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