Un vescovo diplomatico in un mare di maldicenze

Mons Candido un vescovo che sa destreggiarsi

Urbano VIII

Per evitare gli eccessi di mons. Caccamo, nella scelta del successore la Santa Sede si muove con molta prudenza e preferisce puntare su un siciliano di Siracusa che però aveva studiato e risiedeva a Roma presso il papa  - era maestro del Sacro Palazzo Apostolico - di cui spesso condivideva la mensa. Quindi un uomo di tutta fiducia per cercare di portare in porto l’obiettivo che ha in mente la Santa Sede, rendere la diocesi di Lipari autonoma, dipendente unicamente da Roma e potere da lì sferrare l’attacco alla Legazia Apostolica, ma operando in questa prospettiva con grande prudenza senza perdersi in scontri personali e di sapore locale come era accaduto al Caccamo. Era questi mons. Giuseppe Candido che il 29 novembre del 1627, quando è nominato vescovo di Lipari, ha appena  trantacinque anni. Il nuovo vescovo arriva a Lipari con due bolle in tasca: quella di nomina che prudentemente – anche lui come il suo predecessore – sottopone all’exequatur del viceré di Palermo ed un’altra, del dicembre 1627, che doveva tenere segreta e conteneva la dichiarazione di Urbano VIII che la Chiesa di Lipari era immediatamente dipendente dalla Sede Apostolica e quindi libera da ogni autorità e giurisdizione compresa quella del metropolitano di Messina[1]. Segreta doveva essere la bolla per tutti ma non per l’Arcivescovo di Messina che ne era stato messo a conoscenza dallo stesso pontefice. Purtroppo dopo circa un anno anche questa bolla diventa pubblica in seguito ad un incidente. Un soldato, colpito da scomunica da parte del vescovo, ricorre in appello e la causa viene inoltrata  a Messina ma l’Arcivescovo, con riferimento alla bolla, si dichiara incompetente. La notizia scatena non poche polemiche. Il re ed i loro funzionari si sentono colpiti nelle loro prerogative giacchè a questo punto tutte le cause giudicate dal Vescovo in appello devono andare direttamente a Roma Ma protestano anche i liparesi  per cui questa scelta  provocava “tanti dispendij e lungarìe” per cui mandano a Madrid un loro incaricato, designato dai giurati, don Tommaso Policastro a perorare la loro causa[2]. Ma le proteste del re e l’impegno dell’ambasciatore spagnolo non ebbero alcun effetto e con due rescritti del 9 novembre  1631 e del 21 dicembre 1635 la Sacra Congregazione confemava  che “Liparensem Episcopum Sedi Apostolicae subiectun”.

Luigi Guglielmo Moncada viceré di Sicilia

Quindi al povero vescovo veniva lasciata una difficile incombenza, quella di rimanere fermo sul principio e nell’ubbidienza alla Santa Sede ma al tempo stesso sapersi muovere con prudenza e diplomazia. E dovette farlo molto bene mons. Candido da ottenere, allo stesso tempo, lode ed approvazione dalla Real Corte e dal papa[3].

Comunque se riesce a destreggiarsi bene con i militari e le autorità di Palermo e di Lipari, Mons. Candido non riesce ad evitare il vezzo - che era un po’ generalizzato, ma nelle isole  trovava maggior diffusione forse a causa dell’isolamento e della limitatezza dell’ambiente che finiva con l’enfatizzare luci ed ombre e spesso le ombre più delle luci – della maldicenza e della denigrazione affidata ad una lettera. Mons. Candido fu preso di mira da un gruppo di professionisti e comunque di gente in vista della città che, a partire dal 1639, cominciarono a divulgare sul suo conto critiche e calunnie  portandole a conoscenza del viceré e poi anche a Roma alla Sacra Congregazione del Concilio. Fra le altre accuse vi era quella di aver utilizzato a proprio vantaggio il lascito di Mons Vidal, di cui abbiamo detto, per regalare ogni anno il vestiario a persone bisognose dell’uno o della’altro sesso avendo ecceduto nel protagonismo sia pretendendo che o poveri andassero a farsi misurare i vestiti in Palazzo vescovile in sua presenza, sia che poi – una volta ultimati-  andassero a ritirarli dalle sue mani mentre se ne stava sulla sedia gestatoria. Una prassi che  i delatori giudicavano la causa per cui “molte persone vergognose e meritevoli, essendo di famiglie onorate e bennate, lassano di piglare il detto legato per non comparire pubblicamente e pigliare detta elemosina”[4].

A tutte le accuse il Candido risponde serenamente e puntualmente, ma oltre a lui lo fanno ben venticinque canonici liparesi con una dichiarazione del 15 aprile 1642 che più che una difesa è una attestazione di affetto e di stima per il loro vescovo. E certamente non aveva bisogno di essere difeso a Roma dove era conosciuto e stimato tanto che quando il 15 settembre 1644 viene eletto papa il prefetto della S.Congregazione del Concilio il card. Giambattista Pamphili col nome di Innocenzo X non meraviglia che questi volle mons. Candido a suo fianco a Roma e lo nominò governatore della città[5].

Durante il suo governo che durò dal 1627 al 1644 mons. Candido si distinse per aver ulteriormente migliorato le entrate della diocesi che dai 3 mila scudi del 1626 arrivarono sino a 4.500 scudi. E fu proprio grazie a queste entrate che riuscì – malgrado le dicerìe dei detrattori - a finanziare diverse opere a cominciare dalla Cattedrale dove, per prima cosa, provvide a ricollocare il soglio vescovile all’interno del coro dove era prima dell’intervento di mons. Caccamo. Ma non si limitò certamente a questo: “La Chiesa cattedrale che era vecchia e brutta e che minacciava di andare in pezzi, è stata da me consolidata, interamente biancheggiata, fornita di finestre di vetro e arricchita di nuove cappelle[6]”. E fra l’altro si deve a lui la creazione della cappella del battistero con un artistico fonte battesimale.

 

 

 

Gli anni della carestia e dei tumulti

Innocenzo X

In quegli anni Lipari era cresciuta e contava complessivamente 5 mila abitanti di cui settecento risiedevano permanentemente nel borgo. Questo numero però aumentava di molto durante l’estate quando la gente abbandonava la città alta perché vi faceva troppo caldo e cercava refrigerio in ville e casalini fuori dalle mura. C’era quindi bisogno che si costituisse “una filiale sacramentale” della cattedrale anche perché le porte della città alta chiudevano al tramonto e diveniva impossibile accedervi. Così fu scelta la chiesetta di San Giuseppe di cui fu iniziato l’ampliamento e  dove , dal 1929 in poi, si poterono celebrare tutti i sacramenti escluso i battesimi.

Il buon andamento delle finanze della diocesi certamente dovette influire positivamente anche sulle vocazioni perché se nel 1610 i preti, compreso i canonici, erano 28, con 3 diaconi, un suddiacono e 12 chierici, nel 1642 erano divenuti 44 con 4 diaconi , 3 suddiaconi e 17 chierici ed ogni anno vi erano lasciti per la celebrazione di più di 7 mila messe quasi tutte da farsi in Cattedrale, cioè una media di ben venti messe al giorno e si può quindi capire come mai il vescovo si lamentasse che “il solenne sacrificio della Messa viene celebrato precipitosamente, disordinatamente e con grandissimo scandalo”[7].

Comunque non erano tempi facili quelli per i liparesi in genere perché non era raro che nelle isole venissero a mancare le derrate alimentari. Il grande terrore oltre ai pirati era quello della peste. Bastava che si diffondesse la voce che in qualche parte del Mediterraneo fosse scoppiata una pestilenza perché i porti dei regni di Napoli e di Sicilia si chiudessero all’approdo alle navi che non offrivano garanzie. I commerci si bloccavano e con i commerci non circolavano più i grani che era la derrata alimentale fondamentale. Che voleva dire offrire garanzie? Le navi dovevano munirsi di certificati rilasciati dagli ammiragliati che attestavano lo stato di sanità della nave e dei paesi da cui provenivano. Ma non sempre questi certificati erano accettati come attendibili nei porti di arrivo.

 

I LIparesi contro Masaniello e fedeli alla monarchia

 

  

A sinistra, i tumulti a Napoli capeggiati da Tommaso Aniello. A destra, Masaniello arringa la folla

Nel 1647 a causa  di una ostinata siccità che provocò mancanza di frumento, si ebbero tumulti e ribellione a Napoli e Palermo con richieste che assunsero un significato politico perché chiedevano l'abolizione della gabelle e la partecipazione del popolo alle municipalità. I rivoltosi di Palermo e di Napoli – questi ultimi guidati da un certo Tommaso Aiello meglio conosciuto come Masaniello - si collegarono fra di loro e si scambiavano informazioni tramite navigli che passavano per le Eolie. L’obiettivo dei rivoltosi palermitani era quello di liberare la Sicilia dal dominio spagnolo e proclamare la repubblica. In questa occasione i liparesi rimasero fedeli alla monarchia spagnola e riuscirono diverse volte a bloccare questi collegamenti trasmettendo i messaggi dei rivoltosi ai Vicerè di Napoli e della Sicilia. Fra l’altro i navigli liparesi catturarono una feluca che da Napoli si dirigeva a Palermo con la quale i ribelli di Napoli segnalavano di fermare sei vascelli carichi di grano per evitare che cadessero nelle mani degli spagnoli che avevano bloccato il porto di Napoli.

Don Giovanni d’Austria, figlio del re Filippo IV che comandava l’armata navale spagnola inviò al capitano d’arme ed ai giurati di Lipari il 26 ottobre 1647 una lettera di plauso.

La carestia continuò per parecchio tempo, fino al 1648, e don Giovanni d’Austria assunse la carica di viceré di Sicilia. Se ne avvantaggiarono i liparesi che il 12 maggio del 1649 ottennero la diminuzione della tassa del censo.

Don Giovanni d'Austria al centro.



[1] Ughelli, Italia sacra, tomo I, foglio 784, in L. Zagami, op.cit., pag. 242.

[2] G. Oliva, Le contese giurisdizionali della Chiesa Liparese, Messina 1905, doc.I, pag. 33. G. Iacolino, manoscritto cit, pag.38b.; L. Zagami, op.cit., pag, 242-3.

[3] G. Iacolino, manoscritto cit., pag. 38c.

[4] La documentazione di questa vicenda comprendente le lettere dei delatori e le risposte del vescovo e la lunga nota dei canonici a sostegno del vescovo, si trovano  in Archivio Segreto Vaticano, Sacra Congr. Cons. Relat., Carp. Liparen., 456°, ff.99 e ss.; G.. Iacolino. manoscritto cit., pag. 40 g-o.

[5] Purtroppo Mons. Candido morì il 9 dicembre del 1644 a Roma dove si era trasferito da poche settimane affrontando in autunno il viaggio per mare che poco sopportava tanto che negli ultimi sedici anni non si era mai mosso da Lipari nemmeno per le visite “ad limina” al papa che i vescovi devono fare ogni tre anni.

[6] Arch.Segreto del Vaticano, Cass. 456 A, f. 93v), G. Iacolino, manoscritto. Cit., pag. 39 b.

[7] Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456°, ff. 54v e53. G. Iacolino, manoscritto. Cit., pag. 39.

 

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