Un vescovo illuminato e una borghesia retriva

Una particolare attenzione alla condizione femminile

 

Monumento funebre in Cattedrale del Mons. Coppola.

Quando mons. Coppola arrivò a Lipari sul finire del gennaio del 1779 la prima impressione che ha della nuova diocesi è di forte delusione. Questa le apparve “come un quadro nel quale non si presentava alcunché di dipinto né alcunché di segnato” e lui si sentiva come un soldato disarmato o un artigiano senza gli attrezzi per lavorare[1]. Ma non per questo si abbatte. Individua immediatamente due punti forti per il suo programma: la formazione del clero, e “veggendo la deplorevole educazione delle donzelle e la sfrontata prostituzione delle donne di quella populazione che cagiona infiniti disordini[2]” l’educazione morale delle fanciulle perché diventino “ottime madri di famiglia” .

Sul primo punto comprese subito che a niente serviva ricorrere alle censure ed alle scomuniche perché non sarebbero servito ad altro che farli ricorrere al giudice della Monarchia che avrebbe concesso loro l’assoluzione e in attesa di creare quel Seminario che rimaneva l’obiettivo indispensabile, bisognava ricorrere al dialogo ed alla persuasione riproponendo quella disciplina, a cominciare dall’obbligo dell’abito talare ed al rispetto dei sacri canoni, a cui non erano più abituati[3]. Con questo scopo fondò la “Congregazione dei preti di Santa Maria del Fervore” che teneva raduni periodici sui temi della disciplina ecclesiastica e della liturgia, esercizi spirituali e dai cui dovevano uscire i predicatori, i catechisti ed i confessori della diocesi[4].

L’educazione delle fanciulle era, come si vide, il primo passo di una strategia più vasta nei confronti della condizione femminile. A questo scopo destinò il vecchio palazzo vescovile al Castello e fece venire dalla Sicilia della maestre che in quell’edificio presero alloggio ed, a titolo gratuito, dovevano insegnare alle ragazze “il timor di Dio, la sensibilità per i buoni costumi, il Catechismo e i lavori donneschi[5] .

Una grande opera a cui mette mano è la costruzione, vicino al Palazzo vescovile del Borgo, di “un magnifico edificio per cui ha erogato molte migliaja di scudi[6]”, realizzato in tre elevazioni, tutto dedicato alle donne ma con tre distinte categorie di ospiti: le orfane, le donne che volontariamente “vogliono ritirarsi dal cattivo costume[7]” e che venivano allora chiamate “repentite” cioè’ “ree pentite” e le vere e proprie educande. A dirigere l’istituto – denominato Collegio di Maria o Conservatorio femminile -  il vescovo chiamò alcune suore[8].

Un altro edificio che il Coppola realizzò per le donne inferme e l’infanzia abbandonata[9]fu l’”Ospedale femminile dell’Annunziata” riprendendo il nome del piccolo ospedale che era al Castello e che era ormai insufficiente e malandato[10].

Ancora, dedicate alle donne lavandaie, furono le cisterne, ciascuna con due lavatoi ai fianchi, che il vescovo fece costruire sulla Marina S. Nicolò per evitare che le massaie e le lavandaie di mestiere fossero costrette a fare il bucato sui sassi della riva e ,dovendosi alzare le gonne per non bagnarle, erano oggetto della morbosa curiosità dei giovani bellimbusti.

Una particolare attenzione il vescovo la dedicò alle “monache di casa”giudicandola una distorsione sia dal punto di vista sociale che religioso. Molte ragazze di famiglia agiata e benestante erano costrette a prendere il velo restando in famiglia di modo che non solo evitavano la dispersione del patrimonio, ma oltre ad assicurare il decoro della famiglia rappresentavano una garanzia per l’assistenza dei genitori in tarda età. “Le malelingue, – annota lo scrittore francese Jean Houel che visitò Lipari fra il 1778 e il 1780 -  che in particolare si accaniscono contro le persone pie, non mancano di affermare che molte giovani donne prendono l’abito solo per godere di maggiore libertà. Il Vescovo ha pubblicato una pastorale per ovviare a questo abuso. Quando soggiornavo nell’isola, si diceva che volesse costruire un convento per farvi ritirare tutte quelle donne che sentissero un’autentica vocazione[11]. Intanto mons. Coppola aveva emesso un decreto per regolamentare queste vocazioni  richiedendo, a chi decideva di incamminarsi lungo questa strada, di dare buone referenze sulla propria vita, di essere dotate di un congruo patrimonio per evitare di rimanere sulla strada alla morte dei genitori, che a quarant’anni emettessero la “professione” e che si obbligassero a convivere con parenti di primo grado “ab omni suspicione alienis[12] .

Toccò al suo successore, mons. Santacolomba chiudere definitivamente questo capitolo[13]

 

L’attenzione ai problemi sociali

L'edificio che Mons. Coppola dedicò alle donne.

Provvedimenti realizzati perché “della pudica modestia amatissimo[14] ” ma come aspetto di un più generale problema sociale di cui la moralità faceva parte. E fu per questo che si impegnò sul fronte della promozione culturale, dell’ammodernamento dell’agricoltura, dell’irrigazione e della fornitura di acqua potabile, del problema ospedaliero, dell’assistenza dei bambini abbandonati.

Quello dell’acqua è sempre stato un problema nodale per le isole ed è lo stesso Houel che ci racconta di avere assistito, durante il suo soggiorno, a due processioni con l’obiettivo di invocare la pioggia. “La prima processione era formata da una ventina di ragazzini, la testa cinta di una corona di spine e al collo una grossa corda che pendeva sino all’ombelico. Si flagellavano le spalle con aria divertita, e parevano più bambini che giocavano che piccoli santi che si mortificavano. Una ventina di preti, che cantavano le litanie, li seguivano stringendo con noncuranza una corda che di tanto in tanto si davano, con deboli colpi, sulle ampie spalle. I borghesi, i contadini e il popolo facevano seguito alla rinfusa, immersi nella preghiera con tutte le forze e con molta concentrazione…La pioggia non venne, fecero un’altra processione e a questa si partecipò con maggiore fanatismo; vi assistettero Cappuccini e Francescani, e la loro presenza accrebbe il fervore. Nove o dieci persone nude fino alla cintola si flagellavano duramente con catenelle di ferro dalle maglie sottili e taglienti, e il sangue scorreva sulla schiena e sui fianchi, tanto che il terreno ne era macchiato[15].

Ma ad uno studioso di agricoltura come era mons. Coppola le processioni non potevano bastare e per questo “ordinò la costruzione di tre ampie e profonde gisterne; due  avanti la gran porta del palazzo; l’altra innanzi la Chiesa del Rosario. Altre ne fece discavare sull’erta della Fossa Filici di Salina, ed in Filicudi ove stabilì un bel castagneto, come un grande oliveto piantò in Panarea[16].

Lazzaro Spallanzani che visitò le Eolie fra dal 12 settembre al 17 ottobre del 1788 ed ebbe modo di conoscere il Coppola scrisse di lui “che parea nato fatto per ridur que’ Paesi, ancora mezzo salvatici, a stato migliore. E’ indicibile il numero degli olivi, che vi ha fatto piantare. Alla sola Panaria ve ne trovai più di tremila piedi. Vi ha pure introdutti i gelsi che assai bene vi allignano. Ne vidi uno nella sua bassa corte, piantatovi da otto anni che per la grossezza, e pel vigore non la cede punto a’ nostri di pari età, dove il terreno a tal pianta più si confà. I nominati fichi d’india portano il frutto, che sgusciato che sia, è giallognolo. Ha egli arricchita l’Isola d’una altra specie, fatta venir da Palermo, che li produce rossi, e che sono deliziosissimi[17].

Del programma sociale di questo vescovo faceva parte anche la cultura e così, nel 1782,  trasferì nel borgo, “nel recinto del Vescovile Palazzo[18]”, il “Seminario delle Lettere” che i suoi predecessori avevano istituito sul Castello. Costruì cinque aule a piano terra – proprio di fronte al conservatorio delle donne - ed in esse fece altrettanti seminari di insegnamento aperti al pubblico. Si studiava – stando almeno alle intestazioni marmoree che ancora si scorgono all’esterno - grammatica, letteratura e retorica, filosofia tomistica e laica e, solo per i candidati al sacerdozio, teologia dogmatica, ma può darsi che in altri locali si insegnassero anche le scienze esatte. Oltre alla scuola aprì al pubblico la sua biblioteca con un bibliotecario e creò un  “antiquarium” dove raccolse diversi reperti archeologici che aveva trovato negli scavi fatti per realizzare le aule del Seminario delle lettere: frantumi di statue di marmo, pavimenti a mosaico di pietre laviche, lapidi con iscrizioni greche[19].

“Io fui felice – scrive Houel -  di scoprire, qui in mezzo ai rottami che andavo assiduamente rovistando, la statua di un console. Giaceva in terra, e il Vescovo ebbe la bontà di farla rizzare onde consentirmi che io potessi ritrarla. La sua grandezza è gigantesca, però le manca la testa ed è mutilata da tutte le parti[20]”.

  

I due grandi quadri di San Calogero e Sant'Agatone.

Dedicò anche attenzione e fondi alle chiese, al loro restauro ed al loro abbellimento. Nella Cattedrale in particolare diede gli ultimi ritocchi e sistemò alcuni altari e sistemò dei dipinti dei quali vogliamo ricordare i grandi quadri di S. Calogero e S. Agatone, realizzati nel 1779 da pittore palermitano Antonio Mercuri, che si trovano oggi su due altari delle navate laterali, ispirati a due episodi della nostra storia eoliana. Il primo con il santo che indica ai poveri malati che erano andati a curarsi alle terme il re Teodorico mentre – secondo quanto scrive il papa Gregorio magno nei Dialoghi -  precipita nel cratere di Vulcano mentre, da una nuvola, il papa Giovanni I e il patrizio Simmaco, due sue vittime, lo osservano; il secondo ritrae il primo vescovo di Lipari che vestito dei paramenti pontificali indica alla gente in processione, prostrata a terra, la cassa di S. Bartolomeo a Portinenti.

Volle visitare tutte le isole. “Ho voluto rendermi conto di ogni cosa  - annotava -  senza risparmiare alle fatiche e ai disagi derivanti dal sito stesso, dall’angustia delle abitazioni e dalla povertà degli abitanti. Mosso appunto da cotanta miseria, ho attinto abbondantemente dalla Mensa, non ho dato neppure un soldo agli Assistenti che avevo portato con me e ai servitori che avevano qualche speranza, ma ho distribuito elemosine, proporzionatamente alle mie possibilità, sia alle Chiese che ai poveri, e ho fatto tenere tela e lino per vestire gli ignudi[21].

 

 

Il conflitto con i giurati

 

E fu proprio questo vasto programma sociale da una parte e dall’altra l’esigenza di dovere sostenere – integrando gli oboli raccolti fra i fedeli  - le cappellanie in tutte le isole e le frazioni[22] - a fronte di una Mensa che non offriva più i guadagni di un tempo  - che portò mons. Coppola a prospettare – a partire dal 1780 -  all’Amministrazione locale, prima, l’esigenza di farsi carico dei bambini “projetti” e, poi, di concedere una sovvenzione pubblica per le chiese e le cappellanie a cominciare da quelle della città di Lipari.

Le richiesta del vescovo fece scalpore e non solo a Lipari ma anche a Palermo e Napoli e vennero ritenute quasi delle stranezze. In realtà dietro questa iniziativa di mons. Coppola – avanzata dopo lunga riflessione e consultazioni varie – vi era la riflessione che se la Real Monarchia avanzava nuove pretese sulla diocesi di Lipari negandole l’autonomia e la dipendenza diretta da Roma, doveva farsi carico anche di nuove incombenze a cominciare dalle attività sociali quali si potevano considerare l’assistenza dei bambini abbandonati e la cura d’anime. La sua prima richiesta che riguardava i “projetti” fu respinta sulla base di due sentenze del 1769 che facevano obbligo al vescovo di alimentare i bambini e di pagare le nutrici mentre ai giurati spettava solo il compito di cercare queste nutrici. Il  vescovo certamente mal digerì questa decisione ma – dopo essersi consultato con i suoi esperti di Palermo – ritenne di non insistere oltre “prevedendo – come osserverà Giuseppe La Rosa che in questa vicende fungeva da consulente ordinario dei giurati e quindi aveva contrastato la legittimità della richiesta - il poco onore che si faceva a sé stesso in portare avanti tale indecorosa sua pretenzione[23].

Comunque il vescovo reagisce male e risponde negando ai giurati alcune usanze di cerimoniale che danno luogo ad una nuova disputa e a nuove sentenze ancora una volta sfavorevoli al vescovo[24]. A questo punto mons. Coppola fa avanzare, nei primi mesi del 1782, dal vice parroco della cattedrale e dai cappellani curati della chiesa filiale di San Giuseppe, prendendo lo spunto dal fatto che era stata proibita la riscossione dei diritti mortuari che per il passato si era soliti pagare,  la richiesta di “un congruo assegnamento annuale per cui potersi sostenere nel loro impiego Parrocchiale[25]”.

Il lungo memoriale che argomenta la posizione della civica amministrazione fu, ancora una volta, redatto da Giuseppe La Rosa. Esso concludeva sostenendo che il vescovo, essendo il parroco universale ed unico delle isole, dovesse sostenere con le entrate  della “decimazione prediale[26]” il vice parroco della cattedrale e i cappellani della città e delle isole e quindi il loro ricorso dovesse essere rivolto al vescovo e “non mai essere tenuta questa università e suoi popoli a fare nuovo assegnamento di congrua prebenda a’ medesimi[27]”.

I giurati non si limitavano a respingere le richieste vescovili in punta di diritto ma tentavano di fargli i conti in tasca dicendo che dalle decime annualmente gli pervenivano “pinguissime somme” che nel 1782, annata sterile, erano di circa mille e cinquecento onze ma che nelle annate fertili si aggiravano sulle due mila onze. Contrapponevano così le pretese di un “Vescovo ricco” e la povertà di una Università costretta a litigare con lui per rintuzzare le sue pretese. Da parte sua il vescovo ribatteva che come i pubblicani del Vangelo i liparesi ed i loro amministratori civici erano avari ed ipocriti.

Disegno di Houel delle monache di casa di Lipari.

Il problema vero era che la borghesia e la nobiltà liparese non intendevano farsi carico dei bisogni dei ceti inferiori. Allora l’assistenza sociale e sanitaria come l’istruzione non era affidata alla pubblica amministrazione ma alla Chiesa e sostenere che il ricavato di millecinquecento o duemila onze fosse sufficiente per fare fronte alle esigenze sempre crescenti dei poveri era veramente incredibile. Inoltre Lipari proprio negli ultimi decenni del 700, oltre ai residenti, contava una guarnigione del presidio che fra soldati e loro familiari ammontava a circa tremila persone che aveva la funzione di controllare un numero consistente di “relegati provenienti dall’una e dall’altra Sicilia[28]”. E la presenza di una tale guarnigione e di così tanti “relegati” non doveva migliorare la condizione sociale soprattutto a Lipari[29].

Comunque, anche con tutte le difficoltà che dovette affrontare, rimane incredibile il volume di lavoro e di iniziativa che riuscì a realizzare mons. Coppola nei dieci anni che governò la diocesi. Come ci riuscì? Come riusciva a passare per un “Vescovo ricco” mentre le risorse della Mensa erano modeste? Ce lo spiega lui stesso in una nota alla S. Congregazione del Concilio del 24 settembre 1787: “Nell’assolvere a tutti questi impegni non ho potuto chiedere aiuto ai fondi della Mensa Vescovile che sono scarsi, bensì l’ho chiesto al poverissimo tenore di vita che mi sono imposto sin dal principio del mio Episcopato e che ancora, con l’assistenza di Dio, tengo[30].

 

Nobili e personaggi eminenti della Lipari di fine secolo

 

Sul finire del settecento i borghesi che avevano fatto fortuna economicamente cercarono di consolidare la loro immagine col fregiarsi di un titolo nobiliare. Fu così che Giovanni Rodriquez, console di Francia, dopo aver acquistato terre ed essersi costruito una buona base economica, richiese ed ottenne, con decreto del 21 luglio 1784, dal re di Napoli il titolo di barone su una terra nel Vallone del Ponte[31]. Oltre al Rodriquez vi furono altre due famiglie borghesi, Monizio e Parisi, trapiantatesi nelle Eolie dove avevano acquisito poderi sia a Lipari che a Salina e avevano fatto fortuna col commercio dei cereali che chiesero ed ottennero da Ferdinando IV il titolo nobiliare. Don Francesco Monizio divenne così barone di Santa Marina  e si costruì due dimore, una a Lipari nella campagna interna alla Marina di San Nicolò che da allora si chiamò “u Baruni” ed una a S. Marina nella zona che porta lo stesso toponimo. Don Domenico Parisi divenne invece  barone di S. Bartolomeo e il 25 maggio del 1780 sposò Claudia, figlia del Monizio la loro abitazione era in un bel Palazzetto sopra la terra adiacente alla chiesa di S. Giuseppe[32]. A Lipari esisteva un’altra famiglia insignita del titolo baronale ed era la famiglia Tricoli che si era costruita una bella casa sul Timparozzo[33] .

Ma oltre ai nobili blasonati non dovevano mancare nella Lipari di fine settecento anche personaggi dotati nobiltà cultura e morale anche se, quelle di cui ci è arrivato a noi il ricordo sono pochi non solo rispetto alla realtà ma anche alle potenzialità. Infatti lo Spallanzani osserva che “qui i talenti non mancano, manca ad essi la coltivazione. I Liparesi sono in genere d’ingegno pronto e svegliato, presti nell’apprendere, acuti nel penetrare, e vogliosissimi di sapere. Quindi se qualche forestiero erudito approda alla lor terra, il domandano, lo interrogano, amano d’istruirsi. Prestansi volentieri a condurli ovunque più gli aggrada, gli mostrano con diletto le loro Stufe. I loro Bagni; né vi è alcuno che ignori, che quel Paese sia stato una volta prodotto dal fuoco”.

Comunque, fra le persone “coltivate” – oltre ai vescovi che provenivano però dall’eterno -, almeno due emergono dalle carte: un laico ed un prete. Il primo, lo abbiamo già incontrato. E’ Giuseppe La Rosa, avvocato, autore  della “Pyrologia Topostorigrafica dell’Isole Eolie seu Lipari sacro” in quattro volumi di cui i primi due non ci sono pervenuti, il terzo raccoglie una serie di documenti relativi alla storia di Lipari, il quarto fa la storia cadenzandola sui vescovi da S. Agatone a mons. Coppola che governava la diocesi nel 1783 quando il manoscritto si ferma. La Rosa era un cristiano ma non un clericale. Un “cristiano adulto” diremmo oggi anche se era profondamente calato nel suo tempo e la  sua religiosità era fortemente contraddistinta da atteggiamenti devozionali e credenze miracolistiche. Ma forse proprio per questo uno dei  momenti di maggiore sofferenza nella propria esistenza fu  quando, avendo dovuto difendere la civica amministrazione in qualità di consultore ordinario dei giurati e di avvocato dell’Università, vide che il vescovo – che nella disputa era la controparte – rimase irritato ed offeso nei suoi confronti. Non poteva darsi pace di questo, ripetendosi che un Prelato prudente avrebbe dovuto comprendere che non avrebbe potuto mancare al suo dovere professionale, inquinando così la sua onestà morale[34]. Eppure non per questo cambiò il suo giudizio su mons. Coppola e scrisse, a conclusione della sua opera,  che “a se stesso niente pensa, sprezzante di ogni fasto mondano, e poca cura si piglia di sua salute, trattandosi di terminare l’opere da lui cominciate con il profitto di questo suo Gregge[35].

Lazzaro Spallanzani

Un altro personaggio che spicca per le sue qualità e di cui ci parla Lazzaro Spallanzani, è l’abate Gaetano Maria Trovatini, uno dei centoquaranta o centocinquanta preti che vi erano a Lipari in quegli anni. Il Trovatini era medico[36] e coltivava le scienze. Di famiglia antica dove la ricerca era abitualmente di casa tanto che il padre Domenico aveva redatto una relazione “sopra i Bagni di S.Calogero nella Città di Lipari” ora andata perduta. Doveva essere nato nel 1752 il nostro abate, visto che era divenuto sacerdote nel 1752, quindi al tempo della visita di Spallanzani era ancora un giovane anche se non più giovanissimo. Comunque dovette fare una buona impressione sul  grande naturalista  che lo definisce “dotto” e ci informa che il Trovatini aveva redatto un lavoro di 72 pagine dal titolo “Dissertazione chimico-fisica sull’analisi dell’acqua minerale dell’Isola di Vulcano nel Porto di Levante detta volgarmente Acqua del Bagno” stampato a Napoli nel 1786. Quest’acqua sgorgava da una grotta ad un miglio dal Porto di Levante ed era, a parere del giovane ricercatore, importante ai fini medici ed a questo fine compilò anche un elenco”de’ morbi ne’ quali efficacissime si sperimentano le virtù della sorgente[37]”. Lo Spallanzani fu molto interessato da questa ricerca e portò con se, partendo, una riserva di questo liquido e sappiamo che continuò le ricerche sino al 1790. Non sappiamo però con quali risultati, inoltre di quella grotta oggi si è persa ogni traccia. Rimane il fatto  che Trovatini, estraneo all’ambiente universitario e con pochi mezzi a disposizione abbia dimostrato, in quegli anni, una preparazione ed una sensibilità veramente apprezzabili[38]. Verso il 1788, ancora l’abate liparese venne nominato dal re, insieme al barone Bivona, soprintendente a lavori di scavo per individuare vene di zolfo e sorgive d’acqua entro la fossa del cratere di Vulcano. Si interessò anche di agricoltura e scrisse una dissertazione “Sulla maniera di coltivare le viti e il grano alla maniera del Sig.r Duhamel” che era un botanico francese famoso nel XVIII secolo.

 

Echi della rivoluzione francese

Pochi mesi dopo la morte di mons. Coppola a Parigi veniva presa la Bastiglia che è l’evento emblematico di quella rivoluzione francese che inciderà profondamente sulla storia del mondo. Ma ancora prima che scoppiasse questa rivoluzione fra il regno di Napoli e la Santa Sede si creò un duro braccio di ferro – che in qualche modo corrispondeva all’ostile isolamento praticamente nei confronti di tutti i sovrani europei - contro le prerogative e le ingerenze del papato e del clero in generale nella vita politica e nel’amministrazione dello Stato che qualche volta però sconfinava nell’invadere la sfera religiosa. A portare avanti questa lotta nel nome del re Ferdinando IV era soprattutto la regina Maria Carolina che si avvaleva dell’aiuto di alcuni ministri fra cui il viceré di Sicilia Caracciolo e più tardi l’amico sir John Francis Acton. Il papato – in una visione ispirata dalla massoneria che aveva a Napoli uno dei suoi punti di forza - fu visto come la causa di ogni arretratezza. Il principio della Apostolica Legazia che esisteva in Sicilia  si volle estendere a tutto il regno e si voleva avere il diritto di presentare i vescovi da nominare. Aumentarono così le sedi vacanti. Ed anche Lipari subì questa sorte perché la S. Sede non voleva rinunciare a quella dipendenza diretta della diocesi da Roma che rappresentava l’unico punto di influenza diretta in Sicilia.

Tutti i nomi che Ferdinando proponeva il Papa li ricusava così il re si vide costretto a trovare una soluzione, in qualche modo transitoria, nominando, il 2 aprile del 1796, vicario capitolare mons. Carlo Santacolomba che era prelato ordinario di S. Lucia del Mela ed aveva il titolo di vescovo di Anemuria[39] .

Mons.Carlo Santacolomba

Quando giunse questa nomina non solo la rivoluzione aveva dispiegato i suoi effetti e vi erano state le esecuzioni di Luigi XVI e di Maria Antonietta che era sorella di Maria Carolina, ma Napoleone si apprestava a scendere in Italia. Il re cercava ora di arginare il potere della massoneria perché aveva compreso come i nemici della S. Sede stavano divenendo anche i suoi nemici[40] e si stava entrando ormai in anni di grandi turbolenza.

Santacolomba[41] non era un personaggio qualsiasi. Uomo di cultura avvertiva il clima di cambiamento che maturava in quegli anni nella società e lui stesso lo aveva in qualche modo interpretato celebrando nella primavera del 1783 nel duomo di S. Lucia del Mela, i funerali solenni, insieme all’intero capitolo, di un povero, umile, onesto, laborioso contadino pubblicando l’elogio pubblico[42] che aveva letto dal pulpito contrapponendolo ai ricchi possidenti, ingordi, oziosi, sfruttatori e sprezzanti. Queste sue idee,che gli erano valse l’accusa di “giacobino[43]”, dovette proclamarle anche a Lipari nelle sue prediche in Cattedrale e va sicuramente in questa direzione anche il decreto riguardante le “monache di casa” di cui abbiamo detto.

Ma più che impegnato a divulgare queste idee di rinnovamento e di innovazione sociale il vescovo dovette dedicarsi, come ogni altro vescovo del regno, negli ultimi mesi del 1796,  a fare incetta di oro e di argento[44] per finanziare la guerra contro Napoleone che avanzava sul territorio italiano e presto una repubblica autonoma sarebbe sorta anche a Napoli e il re costretto a rifugiarsi in Sicilia chiedendo protezione agli inglesi e facendo ricorso a contribuzioni straordinarie.  Anche nelle Eolie  le chiese e i conventi furono spogliati di tutto quanto potesse avere un valore mentre venivano requisite per le truppe le chiese di S. Caterina e S. Maria delli Bianchi.

E dopo gli ori e gli argenti fu la volta anche dei metalli vili e persino delle coperte da letto dei due monasteri. Ma questa volta  il guardiano dei  Minori Osservanti protestò. Questa è una comunità poverissima, disse, e abbiamo solo i mantelli per coprirci. Ma è proprio vero che il re vuole fare morire di freddo noi poveri religiosi? “Se però il Sovrano la comanda così stracciosa come si trova, tutti i miei religiosi saranno pronti ubbidire”.[45]

Nel giugno del 1799 il re torna a impossessarsi di Napoli e la reazione contro i giacobini sarà durissima in tutto il regno. Anche mons. Santacolomba viene fatto oggetto di critiche e sospetti ricordando l’omelia per la morte del contadino a S. Lucia del Mela. Forse per reagire a queste voci, forse sollecitato dal governo di Napoli, forse anche perché se anche odiava lo sfruttamento e l’arroganza della nobiltà non per questo condivideva le idee e soprattutto gli eccessi dei repubblicani e dei rivoluzionari, mons. Santacolomba scrisse una lettera pastorale, di una sessantina di pagine, dal titolo :”Istruzione Pastorale sulla divina origine della Sovranità in questa terra, diretta agli Ecclesiastici delle due Diocesi di S.Lucia e di Lipari in Sicilia da Carlo Santacolomba Vescovo d’Anemuria”.

La società ed il suo sistema civile – afferma il Prelato – non si fonda, come sostiene Rousseau, sul contratto sociale ma prendono impulso da una disposizione divina. Il potere non deriva da un patto fra il sovrano e i sudditi ma da un espresso mandato divino.  “Istruite i popoli, alzate al par di tromba la voce, - esorta concludendo rivolto agli ecclesiastici – e fate conoscere agli ignoranti il sacro glutino che stringe in vincolo di unione divina l’Ara ed il Soglio, il Vangelo e la Maestà. Con le dottrine che vi ho proposto si sciolgono e si dileguano, qual nebbia al sole, i due incantatori vocaboli di Liberté ed Egalité”.



[1] ASV. Cass. 456 B, f. 166v.

[2] Memoria per l’Università dell’Isole di Lipari,p.61 cita, da G. Iacolino, manoscritto cit,  Quaderno V, pag. 337.

[3] G. La Rosa, op. cit. ,vol.I, pag. 303

[4] ASV. Cass. 456 B, f. 165.

[5] ASV. Cass. 456 B, f. 162 v.

[6] G. La Rosa, op. cit. vol. I. Oggi questo edificio, che verrà inaugurato nel 1787, e si trova all’inizio, sulla destra, del Viale mons. Bernardino Re è chiamato Seminario o anche “centro sociale”.

[7] Memoria per l’Università… op.cit.

[8] G. Iacolino , manoscritto cit., Quaderno V, pag. 237

[9] I “projetti” erano i bambini abbandonato di cui a Lipari si curava solo la Chiesa.

[10] Ricordiamo che a Lipari esisteva un altro ospedale dedicato agli uomini, chiamato di S. Bartolomeo a Marina S. Nicolò che però in quel tempo era molto malandato e stava per chiudere i battenti.

[11] J.Houel, op. cit.

[12] “Lontani da ogni sospetto”. ASV. Cass. 456 B , f. 163.

[13] Mons. Carlo Santacolomba, vescovo di Anemuria e abate di S.Lucia del Mela gestì la “sede vacante” di Lipari dopo la morte di mons. Coppola, col titolo di vicario del Capitolo di Lipari. In una lettera dell’1 maggio 1797 diretta a don Giuseppe Moscuzza, canonico della Regia Cattedrale di S. Lucia “Travai qui [in Lipari] uno stuolo innumerevole di donzelle, che senza i canonici requisiti prescritti dalle leggi di S.Chiesa vestivan l’abito religioso di terziarie Pinzochere, ed in sostanza erano vere laiche perché di laica convivenza ed alla potestà secolare immediatamente soggette. La maggior parte di freschissima età e di vistoso aspetto compariva di questa maschera; giacché maschera può chiamarsi l’indossare una veste che mostri al di fuori diversa persona di quel che sia nell’interno, anzi potea chiamarsi una rea profanazione dell’abito religioso. Queste poi vagavan sole per la Città portando il costume che le ragazze così velate non avessero più bisogno di compagnia, ed era volgare adagio che ‘legavano il capo e scioglievano il piede’. I rispettivi lor padri godevano di questa sacra comparsa delle figliuole, ed imprimevan loro la falsa idea che un tal travestimento fosse già una stabile situazione per così allontanarle dallo stato coniugale, risparmiarne le doti ed impinguare i primogeniti. Crescevano le fanciulle, si sviluppavan naturalmente le lor macchine: avrebbero desiderato cambiare  e vesti e professione, ma non potendo resistere al paterno reverenzial timore, non avendo il coraggio di vincere il rossor proprio del sesso per svelar il natural desiderio di andare a marito, e trovando qualche fanatico direttor di coscienza che faceva veder loro chiuso il Paradiso e aperto l’Inferno qualora abbandonassero l’intrapresa carriera, seguivane che marcivano, invecchiavano, ed internamente costernate sacrificavano loro stesse ad uno stato di violenza. Si aggiunga ancor un più maturo politico riflesso di buon  governo che il Superiore ecclesiastico non dee trascurare. E’ questo un picciol paese, ha un territorio di vasti poderi non coltivati per mancanza di agricoltori; abbonda il ceto nobile e contadino; mancan gli artisti e i villani che sono i principali costituenti di una popolazione ben ordinata; ed ecco l’origine della pubblica povertà che, nascendo dalla scarsezza de’ prodotti e delle manifatture, produce un pernicioso languore in tutto il corpo dell’inferma società. Come por rimedio ad un tal male se non facilitando con i maritaggi l’accrescimento delle braccia alienate dalle campagne e dalle arti? E come facilitarlo se non con l’esterminio di tante beatine che tutte sarebbero per diventar madri feconde di numerosa figliolanza? Credetemi, o caro Amico, mi sarei recato a coscienza di gravissima colpa se, dietro a tutte le esposte riflessioni da me seriamente meditate, avessi lasciato correre un disordine sì mostruoso. Grazie alla carità dell’Altissimo lo riparai. Pubblicai l’editto proibitivo delle Pizzochere ed ordinavo di svestire le attuali. Per maggiormente avvalorarlo, implorai l’autorità del Governo, e  (…) fu comunicato al mio editto il valore di legge perpetua con Viceregio Biglietto, ond’è che sono già cinque anni che rimangon libere tante in felicissime prigioniere. Porzion di loro, quelle cioè che volesser restar Vergini nelle paterne lor case, vivon più santamente in abito secolare che non vivan sotto le prime mentite bende consacrando al Signore il lor candore elettivo da libere e non da schiave; e le altre, che formano il maggior numero, fra le quali coloro che forse men si credevano, oggi son mogli e madri, e benedicono quelle mani che impiegarono a sciogliere le lor crudeli catene” G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno V, pp 249 a,b,c

[14] C. Rodriquez, Breve cenno sulla Chiesa liparese, Palermo 1841, p.47.

[15] J. Houel, op.cit.

[16] C. Rodriquez, op. cit., pp.46-47. Oggi di queste tre cisterne è rimasta solo quella della Chiesa del Pozzo che è conglobata nella sacrestia, mentre quelle di fronte al cancello del viale vescovile rimasero fin verso il 1960.

[17] L. Spallanzani, Destinazione Eolie, Lipari 1993, p.380.

[18] C. Rodriquez, op. cit., pag.46.

[19] C. Rodriquez. Breve cenno storico sull’isola di Lipari, Palermo 1841, p.11.Corpus Inscriptionum graecarum, Berolini 1853, p. 683, n. 5757.

[20] J. Houel, op.cit.

[21] ASV. Cass. 456 B. f. 161 v.

[22] Al tempo di  mons. Coppola a Filicudi vi erano due cappellani ( uno a carico della Mensa),  a Salina vi erano sette chiese , una per frazione, con sette cappellani; a Stromboli tre ( S. Vincenzo, S. Bartolomeo e Ginostra) con tre cappellani, una chiesa e un cappellano ad Alicudi. A Panarea vi era una chiesa ma senza cappellano perché la popolazione non poteva mantenerlo.

[23] G. La Rosa, op. cit., vol. I. pag. 303-306.

[24] G- La Rosa. Op.cit., vol. I, pag. 347-348

[25] Idem, pag. 349.

[26] Sarà lo stesso La Rosa a spiegare che per decime prediali si intendono quelle che derivano per i frutti ed i proventi della terra che si producono annualmente ed in ogni stagione indifferentemente da qualsiasi podere sia di campagna che urbano. Esse si distinguono dalle decime personali e da quelle miste. Le personali sono quelle che prima si pagavano con l’ingegno e la fatica delle persone ( commercio, pesca, caccia ecc.).Infine le miste sono quelle che partecipano delle prediali che del lavoro delle persone come la lana, il latte, i parti delle pecore e delle mucche (op. cit. pp.370-371).

[27] Idem, pp. 349-364. Buona parte del materiale dell’Antiquarium di mons. Coppola fu recuperata o acquistata tra il 1878 e il 1879 da James Stevenson che lasciò alla sua morte i reperti al Museo di Glasgow.

[28]  Da una lettera di mons. Coppola. ASV. Cass. 456 B, f. 163 .

[29] Nel 1788 un prete medico che aveva assistito per dieci anni gratuitamente i militari e le loro famiglie scrive al re chiedendo di potere avere un pezzo di terreno a Vulcano dove fare delle sperimentazioni agrarie che se dessero frutto potrebbe aiutarlo a vivere avendo tre sorelle a carico. La lettera di don Giuseppe Cubeta è in Archivio Vescovile di Lipari. Car. Capitolo Cattedrale 1772-1972.

[30] ASV. Cass. 456 B ff. 165v -166.

[31] Registri del Protonotario del Regno, vol. 914, 1783-84, ff.57 e ss. Arch. Di Stato di Palermo, sez. II.

[32] Oggi sede dell’Hotel Meligunis.

[33] Era un edificio ad angolo fra le attuali via Garibaldi e via Umberto I che, divenuto di proprietà dell’Amministrazione comunale, intorno al 1965 fu demolita e ricostruita senza alcun pregio divenendo sede della Pretura ed oggi di alcuni uffici comunali.

[34] G. La Rosa, op. cit., vol.I, pag. 364

[35] G.La Rosa, op. cit., vol.I, pag. 297.

[36] A metà del settecento  a Lipari su sei medici quattro erano sacerdoti. G.Iacolino, Il settecento liparitano, in L: Spallanzani, Destinazione Eolie, op. cit., pag. 429.

[37] G: Iacolino, idem, pag. 436.

[38] P. Manzini, Lazzaro Spallanzani, Gaetano M. Trovatini e l’analisi dell’acqua dell’isola di Vulcano” in “Bollettino Storico Reggiano”, a. XIII, vol. XLIV, 1980, pp 15-26. citato in G.Iacolino, idem, pag.436.

[39] Antica città  nella Cilicia i cui vescovi venivano nominati in partibus infidelium.

[40] L. Von Pastor, Storia dei Papi, Roma, 1955, vol.XVI, parte III, p.97 si veda anche G.Iacolino, manoscritto cit. Quaderno V pp.244-246-

[41] Carlo Santacolomba era nato a Palermo intorno a 1728. Aveva ottenuto la prelatura ordinaria di S.Lucia del Mela  nel 1780 ed il 2 aprile del 1786 era stato consacrato vescovo di Aremuria. Morirà a Lipari il 14 luglio del 1801.

[42] “Ne’ solenni funerali di Marco Trifirò vecchio contadino celebrati da Monsignor vescovo d’Anemuria Carlo Santacolomba. Omelia da lui recitata nella sua regia cattedrale”, Siracusa, 1787.

[43] A.Di Giovanni, La vita e le opere di Giovanni Meli, Firenze 1938, p. 233.

[44] Gli inventari della Chiesa di S. Bartolomeo in contrada Lingua di Salina, della Chiesa di S. Giuseppe in Lipari, e quello complessivo della diocesi in G. Iacolino, manoscritto cit., quaderno V, pp.251-253.

[45] La lettera di fra Giacomantonio da Lipari, guardiano dei Minori Ossservanti rivolta al Vescovo si trova in G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno V, pp.253-254. Questa come una lettera simile del guardiano dei Cappuccini, e gli   inventari della diocesi e delle chiese  in, Archivio Vescovile, Scritture varie e visite date. Miscellanea, vol.9 rispettivamente ai ff.11,22,31 e 7.

 

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