Una fuga dal confino che è uno smacco al fascismo

Raduno della Milizia fascista a Lipari, al Pozzo.

 

Una lunga preparazione

 

Ma ciò che tiene impegnati i confinati nella quiete forzata delle giornate di Lipari è il pensiero e, se possono, la preparazione della fuga. La tentano in diversi in quei mesi. Ma sempre senza alcun risultato. Anche Rosselli, Nitti, Lussu - in un primo tempo con Gioacchino Dolci, un disegnatore tecnico che redige la mappa dettagliata delle coste liparesi e verrà liberato a fine 1928 -  falliscono alcuni appuntamenti con i loro liberatori ma comunque continuano a studiare ed a preparasi. Il loro tentativo è diverso dagli altri perché non si base sull’improvvisazione ma su una programmazione attenta e puntigliosa e soprattutto fa conto di un intervento esterno. Ed è per questo che, alla fine, riuscirà. E’ in questo impegno nella preparazione che conoscono Edoardo Bongiorno.

Don Edoardo Bongiorno, socialista e maestro di musica.

Edoardo Bongiorno era – lo descrive Busoni - una singolare ed esemplare figura di cittadino democratico. Fin dal lontano 1895, quando aveva 16 anni, aveva fondato a Lipari il Movimento oeraio socialista. Musicologo appassionato aveva diretto per molti anni la scuola di musica . Capobanda del corpo musicale locale si era trovato poi a farne parte anche durante il periodo fascista, quando era invalsa l’abitudine di far precedere ogni manifestazione al suono di “Giovinezza” e della “Marcia reale”. Ebbene, al suono di quegli inni, il capomusica Bongiorno non partecipava e ostentava il suo gesto polemico mantenendo in tutta evidenza abbassato il suo strumento”[1].

Edoardo Bongiorno diede un contributo positivo alla fuga. Probabilmente l’unico liparese che fu fatto parte dell’impresa e comunque l’unico che agì per motivi ideali. Con Rosselli si incontravano nella sua agenzia marittima sottomonastero e discutevano di posti, di modalità, dei controlli. “Per non destare sospetti – racconta Pietro Fabbri il figlio di Paolo Fabbri che doveva essere dalla fuga ma all’ultimo momento si sacrificò per coprire i compagni – nei loro incontri parlavano e solfeggiavano musica operistica, in particolare di Verdi, dimostrando così che Rosselli stava facendo studi particolari sul maestro[2]

Don Edoardo “affittò a Paolo Fabbri una camera in una casa di sua proprietà dietro l’abside della Chiesa di San Giuseppe, di vecchia costruzione a picco sul mare. L’ingresso era situato alla destra di un cortilino interno, alla sinistra del medesimo con una ripida e stretta scaletta tra due muri si accedeva al mare sottostante la scogliera[3].

E’ la casa di vico Dogana dove la notte del 27 luglio 1929 si svolge una fase cruciale della fuga. “Mentre i quattro individui [Rosselli, Nitti. Lussu e Fabbri] – racconta la nota della polizia – con mota circospezione; cappello calato, fazzoletto sulla faccia, attraversano nell’oscurità il cortile, due donne, che abitavano proprio in prossimità della scaletta, tali Greco Maria e Tosarchio Lucia, avendo notato il movimento insolito e avendo veduto che i quattro fuggitivi erano in possesso ciascuno di un grosso involto [con il cambio degli abiti asciutti se la fuga fosse fallita e dovessero tornare alle loro case in fretta], sospettarono che essi le avessero derubate delle galline che avevano dentro una gabbia all’esterno della casa[4]. Più tardi Nitti, questa volta da solo, passa per il cortiletto per andare sulla scaletta “Nell’oscurità ed anche essendo un po’ miope, - recita ancora il rapporto della polizia – inciampò nella  stia dei polli che stava lungo il muro, i polli si misero a starnazzare. Le donne del vicinato, udendo un tale baccano. Uscirono gridando: ai ladri![5].

Una notte movimentata

 

Accorrono due militi fascisti e comunque si crea un capannello di gente che discute. Nitti riesce a scappare per la scaletta  ma quando sopraggiungono Fabbri e Rosselli, il primo viene fermato e, facendo cenno all’amico di scappare, rimane, fingendosi ubriaco, per trattenere i militi.

L’altro posto in cui si gioca una partita cruciale è Marina corta con lo specchio di mare dinnanzi ad essa.

Il motoscafo che deve portare via i fuggiaschi è già arrivato a Marina corta  e si ferma all’ombra della chiesa di San Giuseppe con i motori spenti. Nitti sale a bordo ma Lussu e Rosselli erano già tornati a casa, per non mancare al coprifuoco, temendo che ancora una volta l’appuntamento con il motoscafo saltasse. Fabbri corre a cercarli. Improvvisamente sulla barca ci si accorge che la corrente li sospinge fuori dalla zona d’ombra.

Vedemmo a poche diecine di metri da noi passeggiare la gente  -ricorda Nitti -, distinguemmo un caffè coi tavoli affollati di militi e poliziotti. Vedemmo le pattuglie sulla banchina”[6].

E a Marina Corta che succedeva? Possibile che nessuno vedesse questo grosso motoscafo e desse l’allarme?

Il gazebo di Iacono a Marina Corta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gazebo di Salvatone Iacono a Marina corta

 

Era la sera del 27 luglio, un caldo e tranquillo  sabato sera d’estate e la gente, dopo cena, alle 21- 21.30, scendeva volentieri a prendersi un po’ della frescura serale. Allora la piazza non era ancora ammattonata, lo sarà qualche anno dopo. Ma il fondo sabbioso non preoccupava chi era venuto a passeggiare anche perché don Salvatore Iacono aveva impiantato, vicino alla statua di San Bartolomeo, ancora circondata dal cancelletto di ferro, un bel chiosco tutto ornato di fregi di legno intagliato. Ed intorno aveva disposto dei tavolini con le sedie e agli avventori serviva granite, schiumoni, bibite di ogni genere. E proprio quella sera ai tavolini erano seduti il commissario Cannata, con Salvatore Saltalamacchia ex sindaco e capo del partito a Lipari, c’è anche Antonino Fiorentino il capo del Sindacato fascista , c’è magari anche il maresciallo Da Ponte, comandante il nucleo delle guardie di P.S. E poi nella piazza e sulla banchina ci sono tanti militi, tanti poliziotti e carabinieri. In molti vedono il motoscafo ma non se ne curano. Ci fu chi lo scambiò per uno della polizia, chi pensò che fosse quello della direzione della Colonia che usava, si diceva, la sera scorazzare per il mare anche a luci spente, non certo in missione di vigilanza ma per puro diporto con a bordo amici ed amiche del direttore.

Il fatto è che dalla barca prendono a remare contro corrente per togliersi dal centro dell’attenzione e nel frattempo arrivano anche, trafelati ma felici, Lussu e Rosselli e così si può partire verso l’Africa dando al fascismo uno smacco fortissimo di cui se ne parlerà in tutto il mondo.

 

Il confino dopo il confino

   

I tre fuggiaschi.

La colonia penale per i politici  fu chiusa a Lipari nel 1933 perché ritenuta insicura e troppo costosa[7]. Era durata sette anni. Ma Lipari non finì di essere terra di confino. Intanto anche nel periodo in cui vi erano “ospitati” confinati antifascisti la colonia accolse anche dei fascisti cosiddetti “dissidenti”. E non solo, come abbiamo visto, personaggi squallidi che si prestavano a fungere da provocatori ma anche gente che con la politica non aveva niente a che vedere come medici e levatrici accusati di praticare aborti o proprietari di fabbricati  accusati di speculare sui fitti, o, ancora, usurai. Non mancarono nemmeno delle personalità di spicco come il giornalista Giovanni Ansaldo – confinato dal 1927 al 1928 - che era stato inviato speciale della Stampa e era stato mandato al confino proprio per alcuni servizi giornalisti che non erano piaciuti al regime, o come il finanziere Riccardo Gulino – confinato dal gennaio 1931 al maggio 1932 - a cui gli si imputò di avere creato danni all’economia nazionale, o lo scrittore e giornalista Curzio Malaparte che vi rimase poco più di un anno dai primi mesi del 1933 al maggio 1934 quando fu trasferito ad Ischia; o Leonardo Arpinati che era stato Ministro degli interni del governo fascista e rimase a Lipari quasi due anni dal 1934 al 1936; o ancora il giornalista Emilio Settimelli, nel 1937, ma solo per alcuni mesi.

Intanto  sul finire del 1931 Lipari fu, se non confino, una sorta di terra di asilo per alcune centinaia di croati che facevano parte dell’organizzazione “ustascia” di Anta Palevic un leader ultranazionalista che espatriò con suoi fedelissimi in Italia. E mentre egli rimase libero ritenuto dal regime come una sorta di alleato, i suoi uomini furono inviati a Lipari ed alloggiati al Castello dove si autogestivano. Di loro è rimasta sotto una delle arcate della strada di accesso alla città alta una piccola cappella votiva in onore di S. Antonio che porta la data del 19 giugno 1938. S.Antonio era il santo del loro leader che si chiamava appunto Anta. Lasciarono Lipari verso la metà del 1940 per costituire dei reparti militari che operarono nella guerra a fianco dell’Italia e della Germania.

 

 

Ospti illustri di una ex colonia: ras Immirù ed Edda Ciano

 

A colonia politica ormai chiusa Lipari ospitò alla fine del 1939 ras Immirù uno dei maggiori esponenti dell’impero etiopico e parente dell’imperatore Haile Selassiè. Più che un relegato ras Immirù fu un ospite di riguardo e verso la metà del 1942 venne trasferito in Calabria. Durante il periodo liparese avendo manifestata l’intenzione di imparare l’italiano gli venne assegnato come insegnante un giovane studente, Giuseppe Iacolino.

Durante la seconda guerra mondiale – fra l’autunno del 1940  e l’agosto del 1943 quando in Sicilia sbarcarono le truppe alleate - si ebbero a registrare nell’isola la presenza di alcune famiglie ebree mandate in soggiorno obbligato.

Anche Edda Ciano, la figlia di Mussolini e moglie del ministro Galeazzo Ciano fucilato dal fascismo di Salò, fu mandata al soggiorno obbligato a Lipari e vi rimase dieci mesi dall’aprile 1945 fino al settembre 1946 quando venne liberata[8].

 

A sinistra una foto di Edda Ciano a Lipari. A destra, un primo piano della figlia di Mussolini.

Infine Lipari concluse la sua lunga esperienza di terra di confino con il “centro di raccolta  stranieri e apolidi” che dopo la fine della guerra fu istituito. sempre al Castello, sotto la direzione ed il controllo della polizia e raccolse diverse centinaia di persone di cittadinanza diversa.[9]

 



[1] Idem, pag. 212.

[2] Idem, pag. 212.

[3] Idem, pag. 213.

[4] Idem, pag. 288.

[5] Idem. Pag. 294.

[6] Idem, pag, 296.

[7]  A. Pagano, Il confine politico a Lipari, Milano 2003.

[8] M. Sorgi, Edda Ciano e il comunista, Milano 2009.

[9] L. Zagami, Confinati politici e relegati comuni a Lipari, Messina 1970.

 

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