Una stagione felice?

Lipari, a parte qualche breve parentesi, visse in quest'epoca – sostiene Pino Paino[1] - la più felice stagione della sua storia che probabilmente non è un caso se si sviluppava in parallelo  ( o in sinergia?) col glorioso secolo di Pericle che caratterizzava Atene.

“Nacquero e proliferarono superbi luoghi votivi(...); sorsero splendidi teatri all'aperto dove si rappresentavano le migliori commedie e tragedie del mondo antico, da Eschilo a Menandro, da Aristofane ad Astidamante; nonché vere e proprie botteghe d'arte nelle quali tenevano scuola eminenti maestri di pittura, scultura e decorazione, soprattutto vascolare”.

  

A sinistra, busto raffigurante Menandro. A destra, maschere della commedia.

Della stessa opinione sono Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier. “Rimasta fuori dalle guerre che devastarono la Sicilia e la Magna Grecia del V e del IV secolo a.C. Lipari potè godere – scrivono[2] -  di una notevolissima prosperità e raggiungere, sopratutto nel IV e nella prima metà del III secolo a. C. un livello economico molto elevato di cui sicura  ed appariscente documentazione è la ricchezza e la qualità degli oggetti che costituiscono i corredi delle quasi 3000 tombe messe in luce dagli scavi dell'ultimo cinquantennio. In quell'ambiente di agiatezza e diffuso benessere fiorirono la cultura e le arti. Abbiamo notizia di due scrittori liparesi Pisistrato e Pyron di cui non ci sono pervenute le opere. Prosperarono gli artigianati locali come quello della ceramica dipinta figurata che nella prima metà del III sec. a. C. sviluppò, con l'uso del caolino locale, una vivacissima policromia ad opera di una serie  di maestri anonimi, il principale dei quali è conosciuto con il nome convenzionale di 'il Pittore di Lipari'”. Anzi possiamo dire che  per merito del Pittore di Lipari e della sua scuola Lipari ci apparirebbe oggi come il massimo centro artigianale – in quell'epoca - di questa ceramica. Forse il centro dove questa tecnica sarebbe stata creata e perfezionata. Una scuola ed una tecnica che hanno le premesse nella ceramica dipinte a figure rosse  di quello che è stato chiamato “il Pittore di Cefalù”,un artista di livello molto elevato, forse il più raffinato, il più elegante, il più classico della sua età - che operò negli ultimi decenni del IV secolo a.C.e che Bernabò Brea e Cavalier non esitano ad individuare come “il capostipite della scuola ceramica liparese”[3].

  

Due opere del Pittore di Lipari al Museo Archeologico di Lipari

Oltre al Pittore di Cefalù operarono a Lipari anche altri maestri della ceramica dipinta che influirono sul Pittore di Lipari e la sua scuola come, ad esempio, il pittore di Adrano, il pittore NYN, il pittore Mad-Mon tutti artisti dai nomi ignoti e così ribattezzati da A.D. Trendall che dedicò ampi studi alla ceramiche figurate della Magna Grecia e della Sicilia.

L'innovazione tecnica del pittore di Lipari e della sua scuola può essere indicata principalmente – oltre che nel materiale adoperato per i vasi formato da una miscela fra l'argilla importata a Lipari dalla Sicilia con il caolino locale - dall'aggiunta di una vasta gamma di colori applicati a tempera e non sottoposti a cottura  alle figure rosse su fondo nero con ritocchi di colore bianco e giallo usati dal pittore di Cefalù. Ed il fatto che i colori fossero applicati a tempera senza cottura diceva chiaramente che questo vasellame non era destinato ad un uso pratico quotidiano perché i lavaggi li avrebbero cancellati, ma ad un uso sacrale e funerario.

La produzione della ceramica policroma liparese è intimamente connessa all'affermazione della religione misterica dionisiaca..“Ogni scena, ogni figura, ogni suo gesto, ogni oggetto che essa portava, aveva un preciso significato simbolico e allusivo e non poteva essere mutato ad arbitrio dell'artista”[4].

 

Statuette votive o raffiguranti personaggi illustri

Oltre ai crateri di cui se ne conservano alcuni molto belli nel Museo Archeologico di Lipari si sviluppò l'artigianato delle piccole terracotte figurate che in un primo tempo produsse splendidi modellini di maschere dei personaggi della tragedia, della commedia e dei drammi satireschi che erano più in voga, poi si specializzò nella produzione di vivacissimi statuette di attori della commedia nei più diversi atteggiamenti; infine – negli ultimi decenni del IV secolo – si cominciarono a produrre anche statuette  di belle ragazze che con il teatro non avevano nulla a che vedere, ma comunque rispecchiano la vita quotidiana del loro tempo, i costumi, le mode, le pettinature, gli atteggiamenti che erano allora in voga. “Ci danno cioè – commentano i due archeologi – un ritratto immediato delle belle ragazze che si potevano ammirare nelle strade e nell'agorà di Lipari all'inizio dell'età ellenistica” [5] .

Ma anche qui, sia le statuette in terracotta di argomento teatrale trovate nella necropoli, sia le terracotte sacrali del santuario extraurbano di Demetra e Kore, sia i numerosi altri esempi di soggetto vario rinvenuti essi pure nell'area cimiteriale, nelle tombe, in fosse votive, contro le mura di cinta della città greca, sono legate alla religione ed in particolare alla religione misterica sia di Dioniso che  di Demetra. In particolare le statuette che riproducono personaggi e scene del teatro rimandano a Dionisio, divinità a cui era riservato un culto multiforme, presiedendo egli alla vita delle scene, alle feste e proteggendo i defunti nel loro viaggio nell'aldilà.[6]

Erano i tempi questa della Lipara greca – segnala ancora Pino Paino[7] - “ in cui ricorreva costantemente l'occasione di incontrare per le vie della Città, intenti a disputare con altri comuni mortali, Menandro e Senofane di Colofone che non disdegnava di risiedere a Lipari malgrado avesse paura dei vulcani; o come ci riferisce Diogene Laerzio, Aristippo, il fondatore della Scuola Cirenaica, che decisero entrambi di avere qui sepoltura; e ancora Zenone di Elea, il filosofo che rispose a Dionisio che il maggior vantaggio che se ne ricava dalla filosofia è il disprezzo della morte e che proprio a Lipari, stando sempre a Laerzio, organizzò la congiura contro il tiranno di Elea, Nearco, partendo da qui, verso la fine del V secolo a.C. con una spedizione armata di aristocratici; per non parlare di Ebro di Lipari, a cui dedicò Neobule i suoi amori, come ci tramanda Orazio...”.



[1]              P. Paino, op.cit.

[2]              L. Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, “Bellezza ed eleganza femminile nella Lipari greca ed ellenistica” ,Roma, 2005, pag. 21 e ss.

[3]              L. Bernabò Brea e M. Cavalier, “La ceramica policroma liparese di età ellenistica”, Muggiò (Mi), 1986, pag. 15. Di grande interesse i capitoli sul Pittore di Lipari.

[4]              Idem, pag. 41 e ss.

[5]              Idem, pag. 22.

[6]              A. Sardella, “Figure danzanti nelle scene vascolari e nelle terracotte di Lipari nel IV e nel III secolo a,C.” in G.M. Bacci w M.C. Martinelli ( a cura), Studi classici in onore di Luigi Bernabò Brea, Messina, 2003., pag. 73-89; di interesse  in ordine alla qualità della vita a Lipari nel periodo greco-ellenistico anche il saggio, nello stesso volume, di M. G. Vanaria, “Specchi bronzei con manico decorato a rilievo dal Museo di Lipari” , pag. 91-101. Vedi anche G. Ancona, “Il corredo della tomba 2468 della necropoli greca di Lipari” e A. Sardella, “Statuette di figure femminili nude sedute da Lipari “ in U. Spigo e M.C. Martinelli, Dieci anni al Museo Eoliano ( 1987-1996). Ricerche e studi, Messina, 1996, pag. 103-111 e pag. 123- 139..

[7]              P.Paino, op.cit.

 

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