XIX secolo. Fra segni di crescita ed eventi rivoluzionari

Il volano dei commerci e dei traffici marittimi

La rotta Eolie- Napoli era fra le più frequenti nell' '800

L’800 si apre con un intensificarsi dei rapporti commerciali marittimi in tutto il Mediterraneo e le Eolie vengono a trovarsi al centro di una rete di rapporti e di scambi sia fra la Sicilia e la penisola soprattutto la costa tirrenica ma anche con la Sardegna, la Corsica , la Spagna e la Francia.  Sono soprattutto Lipari e Stromboli a essere sulle più importanti rotte ma oltre a Lipari è Salina  a saper cogliere le opportunità che si aprono attraverso queste relazioni e questi scambi e a cimentarsi in attività commerciali di un certo respiro e a in attività artigianali ad esse collegate come la lavorazione del legno e la costruzione di barche e di paranze. Ed anche all’inizio dell’ottocento cominciano ad attivarsi  attività industriali come l’estrazione della pomice, la raccolta e la lavorazione dello zolfo e dell’allume che fino allora erano state del tutto marginali o addirittura inesistenti perché non autorizzate.

Le terre pomicifere, considerate da sempre terre comuni, oltre al fatto che su di esse pesava la rivendicazione della Mensa vescovile che le riteneva sua proprietà,  erano anche oggetto di appropriazioni indebite da parte dei privati. L’una e l’altra ragione frustravano – come vedremo - i propositi della civica amministrazione di darle in concessione, percependone il dazio sull’escavazione. Esse erano così meta di cavaioli, sia singoli sia a gruppi, che prendevano ciò che potevano, alimentando comunque un discreto commercio di esportazione  che nel 1825 era di ben 700 tonnellate.

Questo lento ma progressivo emergere dell’economia sotto l’impulso del commercio e dei traffici trova  soprattutto nell’agricoltura e nei prodotti della terra una sponda capace di offrire beni per l’esportazione. Certo non il grano, i legumi, l’olio, la stessa frutta che o venivano tutti assorbiti dal consumo interno ed anzi risultavano insufficienti e dovevano essere importati, ma prodotti che si indirizzavano  verso un consumatore più esigente attento alla qualità ed alle specialità e quindi , oltre ai capperi,  innanzitutto i prodotti dell’uva a cominciare dai passoli e dalla passolina che derivavano dalla sua essiccatura e quindi il vino sia quello rosso corposo ad alta gradazione, sia quello bianco aspro e leggero, sia in particolare la malvasia di cui le aree di eccellenza erano a Malfa, nell’isola di Salina, ed a Stromboli. Nel 1800 gli eoliani smerciarono 18 mila barili di vino pari a 6.190 ettolitri a Napoli, Palermo, Messina e persino a Roma, Livorno, Marsiglia e Trieste.[1] Nel 1834 si ha una flessione nella esportazione di vino dal porto di Lipari perché  - come sostiene il can.  Carlo Rodriquez[2] - si sostituirono viti che davano uva da vino con viti per passolina[3] o piuttosto, più credibilmente, perché fin dal 1820 comincia a funzionare una postazione doganale a S.Marina Salina e quindi il vino in partenza da quest’isola viene imputato a questa nuova postazione evidenziando “la perdita dell’egemonia commerciale di Lipari sull’isola minore”[4]. Ma sono da diversi anni che S. Marina ha assunto un ruolo importante nello smercio della malvasia. Da quando cioè a Messina, a partire dal 1806, si è insediata una guarnigione britannica  che diventa commissionaria di vino e malvasia proprio dell’isola di Salina[5]. Comunque, con prevalenza di un’isola o dell’altra, - di Lipari per quanto riguarda la passolina, di Salina per il vino e la malvasia - per larga parte dell’800 la vite sarà la caratteristica del paesaggio agricolo eoliano.

Malfa era fra le contrade che producevano più uva per la malvasia e la passolina

Ed è proprio questa monocultura, secondo il Rodriquez, che rende l’economia povera. “Qui si è generalizzata la piantagione di viti di uva passolina; ma tal genere, per lusso e per l’abbondanza, fa talvolta che rimanga invenduto o a minimo prezzo si smercia; e quando politiche circostanze non permettono che i Russi, i Germani, i Polacchi, gl’Inglesi ne acquistino, la miseria in questo paese diviene  più grande e più universale”[6].

Non era ancora assurta ad una vera attività economica invece la pesca. Sebbene il mare fosse molto pescoso, nelle isole essa era praticata come attività integrativa che permetteva di arrotondare le entrate dell’agricoltura. Comunque era la piccola proprietà contadina a conduzione familiare la struttura portante dell’economia che finiva col caratterizzare il modello culturale eoliano. Altri elementi caratterizzanti erano l’essere un ambiente isolato e chiuso,l’assoluta assenza di spreco, l’utilizzo di ogni bene sino all’esaurimento.

All’interno della famiglia eoliana tutto veniva consumato e ciò che avanzava dall’alimentazione delle persone diventava cibo per le galline e le capre, concime per le piante, combustibile per il forno. Era la donna la principale artefice della trasformazione dei prodotti della terra in prodotti di consumo, ad essa spettava al cura degli animali, essa tesseva, filava, rattoppava[7]

I contadini erano la categoria sociale più numerosa dei 17 mila abitanti che ora contano le isole. Erano per lo più mezzadri ( parsunala )ma c’erano anche i giornalieri che andavano a giornata nelle proprietà. Ogni contadino di Lipari possedeva la sua casa e il suo podere – ma erano poche le famiglie che arrivavano ad avere una salma di terra, molte dovevano contentarsi di poche pergole[8] - quindi solitamente questo era insufficiente per tenere fronte ai bisogni della famiglia e il contadino doveva lavorare anche per altri divenendo così mezzadro.

Sull’agricoltura delle isole nella prima metà del secolo ha scritto pagine di grande interesse e di critica sui metodi di conduzione dei campi, il can. Carlo Rodriquez che fu certamente la figura culturalmente più eminente di quel periodo.

Se il commercio e i traffici marittimi furono il volano della crescita delle isole questo lo dovette anche ad alcuni personaggi che seppero sfruttare la situazione e divenire infaticabili creatori di collegamenti e di relazioni ad ampio raggio fin oltre i confini del Regno. Uno di questi fu don Antonio Paino[9] che  dopo aver sposato una donna di uno dei più ricchi casati, vide crescere in misura notevole il suo volume di affari e da modesto commerciante  divenne il titolare di una fortunata ditta di spedizioni intestata a lui ed ai figli. I frutti dei suoi guadagni venivano investiti in barche, case e terra nelle varie isole. La sua attività fu continuata poi dal figlio Onofrio.

Un altro mercante liparese che teneva rapporto con diverse piazze, spingendosi fino a Trieste fu Giovanni Bongiorno[10] che insieme al fratello commerciava soprattutto in capperi, passolina, malvasia e vini. A Salina, all’inizio del secolo, è Domenico Giuffré che si distingue per produrre vino, passolina, passoli, olio, capperi, fichi secchi e malafria e commerciarli con le sue barche. “Accanto alla sua casa al Barone – racconta in una intervista Vittorio Lopes,suo discendente – egli possedeva tanti magazzini quanto erano gli apostoli, sempre carichi della merce che i  suoi velieri trasportavano[11]”. Domenico Giuffrè[12] come prima suo padre Angelo e con lui diversi altri commercianti e “mercanti di mare” salinari sono all’origine di quel “sorpasso” di Salina su Lipari  nella produzione e nel commercio del vino ma anche nella navigazione marittima  di cui parlano Saija e Cervellera e che si verifica nella prima metà dell’800.

Una scena abituale sulle spiagge delle Eolie nell' '800. La passolina messa ad asciugare sulle "cannizze".

 

Un passo verso la qualità nel vivere e nell’abitare

 

Negli ultimi decenni del 700 il governo borbonico aveva dichiarato Lipari luogo di esilio coatto ed aveva destinato proprio la città alta a luogo di abitazione degli esiliati. Così la popolazione che ancora abitava al Castello cominciò ad abbandonare il proprio domicilio e a stabilirsi nel borgo. “E talmente s’ingrandì cotesto che prese il nome di Città di Lipari[13].

Ma il rapporto della città con i coatti non era facile. Sebbene non mancassero fra questi relegati gente condannati per reati di opinione la gran parte erano delinquenti comuni. Qualche decina era andata a lavorare a vulcano nelle industrie di Nunziante, altri erano andati a Filicudi per lavorare nei campi o terrazzare le pendici collinari, alcuni erano trattenuti nelle carceri di sicurezza del Castello, la maggior parte però circolava liberamente per Lipari creando apprensione nella popolazione. Quando il can. Rodriquez scrive nel 1840 il suo “Breve cenno storico” i coatti sono divenuti ormai 500, di cui la gran parte  condannati per furti, e sostiene che essi sono all’origine di aggressioni alle persone o di assalti alle abitazioni o perché praticano direttamente queste azioni o perché in qualche modo fanno scuola ai “malnati naturali[14].

Rodriquez suggerisce che si pensi ad illuminare Lipari proprio per evitare degli inconvenienti ed è questo un argomento che gli sta particolarmente a cuore, di cui aveva scritto qualche anno prima, affermando che dalle 24 ( le 17 di oggi) in poi, nella stagione invernale, le strade cittadine diventano impraticabili perché esposti agli urti continui “con le bestie che vengono dalle campagne e con gli uomini che vanno per i propri affari”. Ma non è solo questione di sicurezza ma anche, diremmo oggi, di decoro urbano che renderebbe più vivibile la cittadina. Per esempio, nelle ore serali, si potrebbe sviluppare il passeggio che “avvicinerebbe i singoli e li renderebbe tra loro più amici, più socievoli, ed in generale più civili”. Quindi una decisione indispensabile per “il pubblico bene”tanto che, sostiene Rodriquez, “isole di minor considerazione, come Favignana e Pantelleria, non sono mancanti di tale vantaggio”.[15]

U "Timparozzu"

La Lipari delle attività commerciali ed artigiane era venuta sviluppandosi nei quartieri intorno alla Marina di S.Giovanni che, da qualche tempo, avevano preso il nome di Piazza del Commercio, la salita che dalla Marina arrivava al Timparozzo, quindi la strada di Santo Pietro – l’attuale via Maurolico – e quindi la strada del Pozzo, oggi il tratto più centrale di corso Vittorio Emanuele. Il Piano del Pozzo cominciava a registrare una vivacità pittoresca con le botteghe artigiane – stagnari, fabbri, falegnami, tintori, barbieri, sarti, calzolai -, le bottegucce dei piccoli commercianti, le taverne numerose quanto sudice. E poi, fin dalle prime ore del mattino, il vocio de i rumori di facchini e di carrette che con secchie e barilotti venivano ad attingere acqua alle gibbie.

Già intono agli anni 30 la Piana del Pozzo, malgrado si trattasse di un greto limaccioso ed accidentato, andava assumendo una precisa caratteristica con alcuni edifici pubblici importanti. Vi era nell’arco di un centinaio di metri o poco più la Chiesetta del Rosario con di fronte l’ospedale dell’Annunciata; più avanti, in direzione della chiesa di San Pietro, le due gibbie con dietro le scuole vescovili da un lato e dall’altro in grande fabbricato del Conservatorio con all’angolo la cappella dell’Addolorata; sullo sfondo l’edificio del Palazzo vescovile[16].

La Chiesa di San Pietro nell'800.

La separazione della Strada del Pozzo dalle scuole e dal conservatorio femminile che si trovavano ai lati dell’attuale viale mons. Bernardino Re, con un muro orlato ed un grande cancello di ferro avverrà intorno al 1840 per volontà del vescovo Proto.

 

Quando Dumas visitò le Eolie

 

Ancora nel 1835, quando Alexandre Dumas visitò le Eolie, Lipari non aveva una locanda che potesse ospitare dei viaggiatori. “Appena sbarcati – scrive lo scrittore francese – ci mettemmo alla ricerca di un albergo: sfortunatamente era una cosa  del tutto sconosciuta nel capoluogo. Cercammo da un capo all’altro della cittadina: non la più piccola insegna né alcun segno di locanda”[17]. A stare a Dumas però non mancava una sala da bigliardo che dopo le dieci di sera era ancora aperta e dove non solo riuscì a fare una partita ma anche consumare uno spuntino a base di torte e frutta graziosamente offerto dalla padrona del locale[18].

Fu per la trasformazione dell’abitato e lo sviluppo della città bassa che la chiesa di S.Pietro, il 4 giugno del 1808 divenne chiesa sacramentale e chiesa filiale come lo era già quella di S. Giuseppe e nella Marina di S. Giovanni fu innalzata una statua di marmo a S. Bartolomeo. Non era la statua che si vede ora nella piazza di Marina corta ma una di dimensioni più modeste. Negli anni ’20, l’ammiraglio inglese sir William Henry Smith che visitò le Eolie disse di questa che si trattava di “una bella statua greca che è stata trasformata in santo con l’aggiunta di un’aureola di rame; molti sostengono che sia stata fatta in onere di Timasiteo”[19]

Mentre si scavava per il fondamento della statua si trovò “una bella sorgente di acqua con sua artificiale fontana e margherita di bronzo”. Fu fatto venire da Palermo un esperto ma si constatò che si trattava di acqua salmastra per cui si costruì un pozzo “che con l’andare del tempo si disperse[20]”.

All’inizio dell’800 c’è da registrare due opere pubbliche realizzate per iniziativa del governatore del tempo, il colonnello Carlo Mensingher[21]. La prima riguarda la mulattiera che da Lipari, attraverso lo Zinzolo, porta a Pianoconte ed oggi si chiama Strada Vecchia. Fu lastricata nel 1801 per collegare le colline con la cittadina e probabilmente anche con il piccolo porto. Si era creata infatti, a Lipari come a Salina, una certa attenzione verso l’agricoltura e chi aveva capitali li investiva nel bonificare le terre nelle zone alte, piantandovi alberi e vitigni. In quel periodo si disboscarono abusivamente  anche le pendici di monte Sant’Angelo creando tensioni e discussioni sulla proprietà di quelle aree, disappunto nei giurati e proteste fra i pastori di Quattropani che usavano quei terreni per il pascolo di capre e ora se lo vedevano impedito. Forse ci scappò anche il morto: tale Antonio Paino di Pietro, di 46 anni che morì  “ucciso in campagna” il 10 agosto del 1804 e fu sepolto nella chiesetta di Porto Salvo[22].

La seconda opera , che il Mensingher realizzò sempre con i contributi governativi, riguardava la trasformazione del vecchio ospedale S. Bartolomeo e poi Casa degli esercizi spirituali, ormai in rovina, in casa di cura e ospizio per i malati, i poveri ed i vecchi soldati che avevano servito la patria in armi[23]. L’ospedale era dotato di un cimitero che consisteva allora in una fossa comune scavata a mo’ di cisterna. Nel 1805 questa sepoltura era approntata ed è del 14 agosto la richiesta della certificazione di agibilità da parte della Deputazione di Salute.

Ma mentre a Lipari nobili e borghesia tendevano a qualificare i loro modo di vivere nelle isole la situazione era di tutt’altro tipo. W.H. Smith che visitò Salina, che contava già 4 mila abitanti, così descrive i suoi abitanti: “gli uomini sono robusti e laboriosi ma sporchi e feroci, mentre le donne, ugualmente sporche, sono le più rozze e mascoline che abbia visto in queste zone; i due sessi sono, senza distinzione, tormentati da rogna più o meno cronica. Nonostante ciò, e nonostante i modi non troppo seducenti, ho constatato una grande ospitalità e gentilezza in tutti i ceti durante il mio soggiorno, e nel buon prete di Amalfi trovai un intelletto più colto di quanto mi attendessi  in un luogo così sperduto[24]”. E la situazione delle altre isole non doveva discostarsi di molto. A proposito di Alicudi A.Dumas nel 1835 dice che “è difficile vedere qualcosa di più triste, di più tetro, di più desolato di questa sfortunata isola”. Nessun sentiero conduce sulla cima o corre lungo le sue rive: alcune sinuosità scavate dalle acque piovane sono gli unici passaggi offerti. Non un albero su tutta l’isola né un poco di vegetazione che riposi gli occhi. “Ciò nonostante su questo angolo di terra rossastra, vivono in misere capanne centocinquanta o duecento pescatori che hanno cercato di sfruttare i rari fazzoletti di terra sfuggiti alla distruzione generale”.[25]

Oltre Alicudi, Lipari e – come vedremo più avanti – Vulcano lo scrittore francese visita anche Panarea – “una decina di case corona il pianoro dell’isola[26]- e Stromboli. Di quest’isola annota che gli abitanti sono vignaiuoli e commercianti di uva passa, che sono le due principali attività, ma sono anche ottimi marinai[27].         



[1] C. Rodriquez, Breve cenno storico-critico sull’isola di Lipari, in “Giornale delle Scienze, Lettere e Arti  per la Sicilia”, 1841, tomo LXXVI, p.246; G.A.M. Arena, op. cit., pag. 38.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] M.Saja e R. Cervellera, Mercnadi di Mare. Salina 1800-1953, Salina 1997, pag. 27.

[5] Idem, pp.20-25.

[6] C. Rodriquez, Breve cenno storico sull’Isola di Lipari, Palermo 1841, pp.37-38.

[7] G.A.M. Arena , op.cit., pp 37 ess.

[8] I riveli del 1815-16 delineano una proprietà molto frazionata. Archivio di Stato di Palermo, Deputazione del Regno 1815-16,; G.A. M. Arena, op. cit. pag. 39.

[9] Nacque a Lipari da Tomaso e Maria Tauro nel febbraio del 1775 Sposò donna Marianna Salpietro. Ebbe sei o setti figli di cui alcuni morirono in tenera età. Morì a Lipari all’età di 55 anni il 25 aprile del 1829. G. Iacolino, Gente delle Eolie, Lipari 1994, pp 172-175. v. anche G. Iacolino, manoscritto cit. Quaderno VI pp269 a-h.

[10] Giovanni Bongiorno di Emanuele era nato intorno al 1765 e morì il 1815. Sposato con donna Giovanna Maggiore ebbe due figli Emanuele e Giuseppa. Suoi discendenti in linea retta sono il maestro Edoardo e Leonida. G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pp 269 h2- h6.

[11] M.Saija e A. Cervellera, Mercanti di mare, op. cit. pag. 79 nota n.3.

[12] Domenico Giuffré ( 1778 – 1862) nasce a S. Marina Salina da Angelo e sposa in prime nozze Maria Lauricella da cui ha nove figli. In seconde nozze sposa Maria Famularo da cui ha un altro figlio.

[13] Dal manoscritto di proprietà della famiglia Mancuso, p.595.

[14] C. Rodriquez, op. cit., pp39-40.

[15] C:Rodriquez, Pubblica istruzione, in “Il Maurolico”, anno I, vol.II. N.4 del 10 giugno 1835, p.50.

[16] G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag. 274.

[17] A.Dumas, Dove il vento suona. Viaggio nelle Eolie, Marina di Patti 1986, pag. 21.

[18] Idem, p.30.

[19] Timasiteo come si ricorderà era il magistrato liparese che nella Lipara greca del IV secolo a. C. convinse i suoi concittadini a restituire a Roma la nave con i voti al dio Apollo destinata a Delfi che avevano rapito. W.H. Smith, Memoir descriptive of the resources, inhabitants and hydrografy of Sicily, London 1824, traduz. Ital. di G.A. Catinella e G. De Franchis dal titolo “La Sicilia e le sue isole”, Palermo 1989, p.262.

[20] Manoscritto di proprietà Luigi Mancuso, pag. 598.

[21] Mensingher desiderava che la gente lo ricordasse per quello che aveva realizzato ed infatti nella lapide che fece porre in via Zinzolo c’è scritto che la strada per Pianoconte  si sarebbe chiamata “Via Mensingheriana” ma fu  un nome che non entrò mai nell’uso dei liparesi. Di questo governatore la gente piuttosto ricordò anche che aveva avuto l’idea balzana di piazzare l’intera santabarbara del presidio proprio a ridosso della Cattedrale in una cisterna fuori uso e ridotta a magazzino col rischio che un qualsiasi incidente facesse saltare cattedrale e metà Castello. Il governatore morì l’11 gennaio 1803.

[22] Nel registro dei defunti dell’Archivio Vescovile, al n. 295 dell’anno 1804, è scritto “rure interfectus fuit et sepiltus est in Eccl.a Portus Salutis” in G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, p.260.

[23] Anche qui, come all’inizio della strada per piano conte, oggi in via Zinzolo, fece affiggere una lapide e i testi delle due epigrafi furono ricopiate da Luigi Salvatore D’Austria,Le isole Lipari, vol.III, a cura di Pino Paino, Lipari 1982, p.32, e p.33.

[24] S. Mazzarella, W.H.Smith, La Sicilia e le sue isole, Palermo 1989, p.266.

[25] A. Dumas,  Dove il vento suona. Viaggio nelle Eolie, op. cit. pag. 12.

[26] Idem, p.52.

[27] Idem, p.68.

 

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